Gli insabbiati

Da Di Maio in Puglia con i talebani a Kabul a Frattini alle Maldive durante l’escalation tra Russia e Georgia. Fino all’estate salviniana del Papeete, tra lo scandalo Metropol e la caduta del Conte I. Quando la crisi non va in vacanza.

(Stefano Iannaccone – tag43.it) – Una crisi che sorprende il ministro, il sindaco o il premier di turno mentre si trovano in ferie. Che sia un conflitto internazionale o una tragedia come il crollo del ponte Morandi, la storia è piena di politici distratti da viaggi e vacanze e renitenti al rientro in ufficio. È accaduto di recente a Luigi Di Maio, numero uno della Farnesina, impegnato a parlare in riva al mare con il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e l’ex ministro Francesco Boccia, mentre talebani si riprendevano l’Afghanistan. C’è voluto qualche giorno, e un bel po’ di polemiche, per convincere il ministro degli Esteri a lasciare il bagnasciuga di Porto Cesareo per tornare in giacca e cravatta in ufficio. Il cerchio si è chiuso martedì con l’informativa urgente sull’Afghanistan dei ministri di Di Maio e del collega della Difesa Lorenzo Guerini. Proprio nelle stesse ore in cui i talebani hanno annunciato di aver piegato anche il Panshir, l’ultimo bastione della resistenza. Il 24 agosto c’era stata giusto la convocazione delle commissioni Difesa ed Esteri.

le crisi durante le vacanze dei ministri

Frattini e la crisi in Georgia seguita in remoto dalle Maldive

Eppure Di Maio è in buona compagnia, c’è chi prima di lui ha fatto lo stesso. La memoria corre a un altro ministro degli Esteri, Franco Frattini, che preferì restare alle Maldive invece di seguire la prima guerra europea del nuovo secolo. Era il 2008 e i ribelli dell’Ossezia del Sud, con la benedizione della Russia, attaccarono alcune località della Georgia. Tbilisi rispose con un’azione militare, provocando l’escalation che portò all’intervento di Mosca. Il Cremlino inviò i propri uomini con la motivazione di una “missione di pace”. In questo clima di tensione internazionale, Frattini restò alle Maldive, seguendo la crisi da remoto. Inviò però il suo vice Vincenzo Scotti al Consiglio europeo convocato in fretta sulla questione. «Le moderne tecnologie permettono di restare in contatto da qualsiasi parte del mondo. E io ho contribuito in modo decisivo a formare la strategia che ha portato alla mediazione tra le parti», si difese il ministro.  «Le ferie sono un diritto per tutti», attaccò la deputata dipietrista Silvana Mura, «ma una guerra che in cinque giorni ha fatto 2.000 morti, la crisi diplomatica che si profila nei rapporti tra Russia e Usa e il ruolo fondamentale che l’Europa è chiamata a svolgere nella soluzione di questa crisi dovrebbero rappresentare motivi abbastanza validi per interromperle, soprattutto da parte di chi si trova a ricoprire il ruolo di ministro degli Esteri».

Le crisi scoppiate durante le vacanze dei ministri

Il Ponte Morandi e lo scivolone ferragostano di Casalino

Ma non di sole crisi internazionali sono caratterizzate le estati di ministri, leader e collaboratori di primo piano. Ci sono anche terribili tragedie come il crollo del ponte Morandi a Genova. Rocco Casalino, allora portavoce del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, si lamentò con i giornalisti: «Non mi stressate, mi è saltato il Ferragosto». Di fronte a 43 vittime e alla vigilia dei funerali di Stato del 18 agosto 2018, usò queste parole di rammarico per la ferie non fatte. Certo, poi si scusò: «Sento di dover chiedere scusa per l’effetto prodotto da un mio audio privato finito sui giornali. Nelle mie parole non c’è mai stata la volontà di offendere le vittime di Genova». Anche in quel caso, comunque, l’audizione in Parlamento sul crollo fu calendarizzata, con calma, il 27 agosto. A quasi due settimane dalla tragedia.

Berlusconi in Sardegna per dimenticare lo spread

E che le ferie siano sacre lo sa bene pure Silvio Berlusconi. Nel 2011, nel pieno della bufera-spread, l’allora presidente del Consiglio lasciò la postazione di lavoro di Roma per trascorrere vari giorni in Sardegna. Addirittura il 16 agosto fece una passeggiata a Porto Rotondo, alla ricerca di un bagno di folla come termometro del consenso popolare. Un po’ di photo opportunity per esorcizzare la crisi di credibilità della finanza mondiale. Insomma, meglio il relax sull’Isola che le logoranti ore nella Capitale a cercare di risolvere i problemi economici del Paese.

Le crisi scoppiate durante le vacanze dei ministri

L’estate del Papeete di Salvini

Di assenze pesanti, in piena estate, ne sa qualcosa anche Ignazio Marino. Da sindaco di Roma si trovava negli Stati Uniti mentre i Casamonica inscenavano un funerale hollywoodiano per la morte del boss Vittorio. Piazza Don Bosco, nel quartiere Tuscolano, divenne teatro di una delle più grandi figuracce internazionali della Capitale. L’allora primo cittadino era negli States, dove ha sempre lavorato. Marino, dopo qualche settimana si giustificò: «Mi trovavo negli Usa per motivi al di fuori della mia volontà perché negli ultimi mesi ho ricevuto diverse minacce di morte con lettere scritte a me, a mia moglie e a mia figlia e diverse volte buste con pallottole». Ma tra tragedie nazionali e crisi internazionali, la politica italiana è riuscita a regalarsi estati da follia, proprio per non farsi mancare niente. Nella memoria è rimasta scolpita l’estate del 2019, che pose fine all’esperienza del governo gialloverde. Furono giorni di trattative febbrili, di improvvisi capovolgimenti di scenario e di grande incertezza. Per tutti però è “l’estate del Papeete”, in cui Matteo Salvini, fresco dello scandalo Metropol, costrinse i colleghi a trascorrere il mese di agosto nei Palazzi, tra Parlamento e Quirinale, per risolvere la crisi di governo che aveva innescato a sorsi di mojito.

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11 replies

  1. “Effetti collaterali”: il certificato verde ha lacerato il Paese

    (di Silvia Truzzi – Il Fatto Quotidiano) – Pensate come sarebbe diversa la temperatura del dibattito se negli sciagurati luoghi in cui si svolge si usassero organi come il cervello e il cuore, al posto della pancia. E dunque si scrivesse senza urlare, e si commentasse senza adorare idoli di varia natura.
    Pensate se i professori no Green Pass (loro stessi si sono chiamati così, ma si può fare uno sforzino intellettuale ogni tanto) fossero stati ribattezzati professori favorevoli all’inclusione universitaria, che effetto diverso avrebbe fatto sulla povera opinione pubblica, violentata dai toni sempre più aspri di dibattito che obbliga tutti a iscriversi a una delle due squadre, senza la possibilità di coltivare dubbi, fare obiezioni, esercitare il pensiero critico.
    La discussione è, nei fatti, un’aporia, che però nessuno vuole riconoscere. Il caso del professor Alessandro Barbero è emblematico di questo preoccupante e scadente clima da caccia alle streghe. Lo storico, importante medievista e conosciutissimo divulgatore, è stato immediatamente additato come traditore (“Tu quoque, Ale?”) per aver firmato un manifesto contrario all’obbligatorietà della certificazione verde per frequentare gli atenei.
    Qualche giorno fa, durante un dibattito a cui partecipava anche Maurizio Landini, riferendosi ai gironi danteschi il prof. aveva parlato dell’ignavia dei nostri politici che “non hanno il coraggio di dire le cose come stanno; un conto è dire abbiamo deciso che il vaccino è necessario e introduciamo l’obbligo; io non avrei niente da dire. Un conto è dire che non c’è nessun obbligo, per carità, ma semplicemente che non puoi più vivere, non puoi più prendere i treni, non puoi più andare all’università senza il Green Pass”.
    Siccome poi lui ha dichiarato di essersi vaccinato ed è anche favorevole all’introduzione dell’obbligo vaccinale, è stato spedito senza passare dal via in un altro girone, quello degli ipocriti.
    Facciamo un respiro e parliamone.
    L’obbligatorietà – verso cui il governo è orientato, anche se deve attendere un nullaosta da parte dell’Ema – è il presupposto giuridico per una massiccia limitazione delle libertà personali in una situazione che diventa ogni giorno più discriminatoria (e perciò incostituzionale). Non si possono mettere in discussione diritti fondamentali – salute, istruzione, lavoro – e subordinare la possibilità del loro esercizio a un passaporto che così com’è concepito diventa un autentico requisito di cittadinanza, ma non si basa su alcun fondamento logico (vaccino facoltativo).
    C’è poi un altro aspetto, forse addirittura più importante. E riguarda il tessuto sociale, lacerato come non mai dalla furia di una guerra per bande, dove la tolleranza e l’ascolto non sono previsti e dove la cifra della discussione è quella del divieto, della caccia alle streghe, del vaffanculo (ma stavolta attenzione: i maleducati non sono i puzzoni grillini, ma la gauche progressista). Un rastrellamento ossessivo, casa per casa, se è vero che la domanda che continuamente ci si sente rivolgere riguarda proprio la situazione vaccinale.
    E dire che, silenziando le urla, il vaccino non garantisce piena protezione dal contagio.
    E questo ci riporta al professor Barbero, vaccinato contrario al passaporto universitario. Ognuno può fare, disponendo del proprio corpo, la scelta che crede migliore senza per questo ritenere che debba essere migliore per tutti, quindi imposta. E che, come nel nostro caso, questa scelta sia o meno ostativa alla fruizione di un diritto garantito dalla Carta e fondamentale per la piena realizzazione del nostro patto sociale come è quello all’istruzione.
    Abbiamo bisogno, ora come mai, di tolleranza e ascolto, di solidarietà: più democrazia, non più lacerazioni.

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    • rispondo a Silvia Truzzi

      “Abbiamo bisogno, ora come mai, di tolleranza e ascolto, di solidarietà: più democrazia, non più lacerazioni.”

      salve, sono un Sars-Cov-2, per la precisione un gemello, diverso, Delta, e guardi mi trova perfettamente d’accordo
      altrimenti come farei a prosperare nei vostri polmoni e nel resto del vostro organismo, io poi
      già sto cercando di fregare quell’altro, il Mu, che mi vuole soppiantare, quel fetente, e quindi ho
      bisogno della vostra collaborazione per sconfiggerlo ed essere l’unico che vi colonizza.

      quindi ben vengano democrazia e solidarietà, anche se sono cose che francamente non capisco,
      ma che egualmente apprezzo.

      cordialmente suo
      Sars-Cov-2_Δ

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  2. E basta… non dovrebbero andare in vacanza? Non possono fare telelavoro? Tanto più che anche dal ministero poi ci si deve collegare telefonicamente o via internet quando si tratta di problemi internazionale.

    E poi si chiama battigia, non bagnasciuga. Smettiamola di perpretare l’errore di Benito Mussolini. Il bagnasciuga è una parte della barca.

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    • Io Di Maio non lo sopporto, ma dire che ci ha messo qualche giorno per convincersi… Che disonesti. Rimarrete su tag 43 nonostante le lingue lanciate oltre l’ostacolo (cit.).

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    • vabbè, grazie della notazione marinara
      ci sono caduto io pure nell’uso improprio del termine

      anche se il dizionario Treccani lo definisce parte della barca, ma quello di repubblica
      come zona dove si infrangono le onde in terminologia regionale o popolare.

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      • Nelle lingue gli errori, ripetuti per un periodo sufficientemente lungo, a un certo punto smettono di essere errori. In qualche caso aggiungo: PURTROPPO!

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  3. Mi risulta che anche i ” Migliori” non erano in Afghanistan a salvare bambini. Tutti in ferie. Solo che non ce li hanno mostrati.
    Le magioni estive dei Nostri, Draghi compreso, non necessitano di alcuno spostamento: villoni con piscina nelle colline più belle e costose d’Italia.
    Altro che Papete per operai!

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  4. “2008 e i ribelli dell’Ossezia del Sud, con la benedizione della Russia, attaccarono alcune località della Georgia”

    questo è un falso visto che fu esattamente il contrario.

    con la copertura delle olimpiadi imminenti e con un creduto assenso da parte della UE/Nato
    (il mangiatore di cravatte Saakashvili aveva una bandiera dell’EU alle sue spalle in ufficio, ma senza averne
    il diritto, dato che non era uno stato membro) l’8/8 attaccarono di notte
    https://youtu.be/cEoUSZXAL_o, dopo che, il giorno precedente,
    avevano tentato invano di occupare le alture di Prissi intorno a Tskhinval, le postazioni dei separatisti
    (che poi separatisti non erano dato che dalla dissoluzione dell’URSS, quando gli stati facenti parte
    dell’Unione decisero di separarsi loro decisero che non volevano far parte dello stato Georgiano
    ma di quello Osseto e di quello Abkhazo dato che già erano provincie autonome
    all’interno dello stato Georgiano precedente)

    i russi, che erano li presenti come forze d’interposizione di pace, quando i georgiani iniziarono a bombardare nella notte,
    non fecero altro che fare il loro mestiere, dividere i contendenti, e lo fecero nell’unico modo possibile,
    quando dalle parole si passa ai cannoni.

    ecco come tale Iannaccone, seguendo i suggerimenti di tal Joseph Goebbels, riscrive la storia.

    su quale differenza potesse mai fare, in Afghanistan, il fatto che il Di Maio fosse col sedere postato
    sulla sedia dell’ufficio piuttosto che a bagnomaria sul bagnasciuga, proprio non lo capisco.
    ai militari non era lui che dava gli ordini, al massimo poteva supportare il consolato
    ma in una epoca dove si osanna il lavoro remoto, che immagino Iannaccone chiami da buon omologato, agile,
    il telefono immagino non gli fosse troppo distante ed i collaboratori in seconda immagino fossero
    rimasti diligentemente in ufficio e poi che mai ordini poteva dare? riparatevi? fuggite come meglio potete?
    distruggete i documenti classificati? ah! no questo è nei protocolli di sicurezza di ogni ambasciata,
    immagino che in un momento di pericolo non serva un ordine diretto, tanto sono in copia.

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  5. A dire la verità più che Di Maio andrebbe chiamato in causa Guerini, renzianissimo Ministro della Difesa, assieme a Mattarella e Draghi, Presidente e Vicepresidente del Consiglio Supremo di Difesa.
    Ma Guerini è renziano DOC e Mattarella e Draghi già santificati. Quindi non se ne parla. Zero.
    Di Maio con i militari non ci entra nulla, al massimo con la diplomazia, che laggiù è sottoposta ai militari ( o pensate che i Diplomatici possano qualcosa in quel posto?).

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  6. L’autore dell’articolo potrebbe andarsi a rivedere i quotidiani dell’epoca, invece di riferirsi allo spudorato falso di Wikipedia, che ha capovolto il precedente testo della voce “Seconda guerra in Ossezia del Sud”. NON fu l’Ossezia del Sud ad attaccare la Georgia, ma ESATTAMENTE L’OPPOSTO! Ciò è stato riconosciuto UFFICIALMENTE dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che si pronunciò contro la Georgia. Riepilogo per gli immemori: eseguendo gli ordini di Bush il Piccolo, che da oltre tre mesi faceva rullare i tamburi dell’aggressione militare, il cagnolino Saakashvili, approfittando del concomitante inizio delle Olimpiadi di Pechino, fu spedito ad invadere l’Ossezia del Sud, bombardando Tskhinvali e provocando 2.000 morti in una sola notte. Seguì l’immediata punizione di Putin, che non era sordo al tintinnare di sciabolette.
    Se l’autore trova scomodo sfogliare i quotidiani, può leggere nelle pubblicazioni on line dell’ISPI, o de Il Post, o di Euronews e di tanti altri siti Internet, brevi riepiloghi degli eventi di quella guerra.
    La propaganda non fa testo e l’eventuale giovane età non giustifica lo svarione.

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