Pezzi di ricambio

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Quando la saggezza popolare ricorda che nessuno è indispensabile- soprattutto  in questa fase che prelude la sostituzione definitiva dei lavoratori – meno efficienti dei robot per via della difficoltà della manutenzione e del costo per eventuali pezzi di ricambio che fa preferire il conferimento in discarica dei difettosi –  è opportuno darle retta.

Ed è meglio  non fare paragoni,  tra la nostra utilità economica e sociale e quella di robot, automi, macchine, della cui essenzialità imprescindibile ci accorgiamo a ogni blackout, quando improvvisamente veniamo scaraventati nelle grotte di Altamira, senza pc, senza telefono fisso, senza lavapiatti, lavatrice, riscaldamento luce, Tv, ascensore, microonde, induzione e per giunta inabili a strofinare le pietre focaie per accendere un focherello, per fare luce, scaldarci e nutrirci, a meno di non essere stati boy scout come Bill Gates e Matteo Renzi.

Faremmo bene a ricordarcene, quando parla di noi il sicario mandato a trattare come merita il capitale umano, invitandoci a raccogliere le sfide della rivoluzione digitale, o quando ci facciamo incantare dal mito demiurgico dell’innovazione tecnologica che ci salverà dalla fatica e dalla miseria, anche se l’intero settore info-digitale-biotecnico  dell’Ict statunitense, che richiamiamo sempre come esempio, fa poco meno del 7% del Pil complessivo del paese e ancora meno in termini di occupazione. E anche se, per ammissione del ministro “competente” in Italia il ritardo di questo comparto sia per quanto riguarda le imprese, la pubblica amministrazione e le famiglie, è “intollerabile” e anche in presenza di investimenti ingenti, non potrà essere sanato prima del 2026.

Il fatto è che la cosiddetta fine delle ideologie si è tradotta nel dominio totalitario del liberismo con i suoi flagelli, nuove e antiche povertà, incremento delle disuguaglianze tra portafogli gonfi e annesse prerogative e privilegi e portafogli vuoti senza diritti e garanzie, negazione del futuro per intere generazioni, riduzione degli spazi di democrazia, mercatizzazione di risorse, paesaggi, patrimonio artistico, territori, e con il risvolto non trascurabile, quello del potere di penetrazione e condizionamento di narrazioni tossiche che dalla gestione del Covid hanno tratto nuova e sinistra forza.

Basta pensare alla presa persuasiva del racconto sulle formidabili occasioni di affrancamento dalla povertà e dalla fatica offerte dalla tecnologia, e dell’illusoria convinzione di  giovani e meno giovani, che il sistema delle piattaforme generi, per chi se ne avvale, di forme di autonomia:  per i dipendenti che diventano “imprenditori di se stessi” scegliendo mezzo di trasporto e tragitti per le consegne  o creandosi, quelli più dinamici e “ambiziosi”, una piccola rete di subappalto, ma anche per la clientela che ordina online, che si fa recapitare le merci magari dai propri figli o da quelli di altri utenti, sottovalutando il contributo che dà all’azienda quando le concede a titolo gratuito informazioni strategiche che costituiscono il vero brand e la principale fonte di reddito.

E difatti tutti hanno gioito per l’ennesima presa per i fondelli, la tassa imposta dall’Europa alle multinazionali finora sfuggite al fisco, da “domani” devoluta in opere sociali e umanitarie, come rivincita tributaria più che morale, accettabile e ben sopportata perché non incide in alcun modo sulle “relazioni industriali” e sindacali e perché non interviene sul modello di sfruttamento.

E difatti come è dimostrato dalla risposta padronale alle rivendicazioni dei lavoratori, le concessioni cui le imprese si piegano per la manutenzione ordinaria dei rapporti di amicizia solidale con governi, decisori, politica e rappresentanze sindacali istituzionalizzate e assoggettate, le pagano i dipendenti, precari e ricattati, intimoriti e minacciati, perché più di altri segmenti di cittadinanza hanno appreso da subito di essere facilmente sostituibili.

Ma il loro è lo stesso destino segnato per tante professioni dall’elevata qualità  intellettuale, quando i posti di lavoro perduti a causa dell’alta tecnologia non verranno rimpiazzati dalle funzioni  hi-tech, così come sta accadendo alle piccole imprese, alle attività commerciali, ai lavoratori autonomi assediati e poi macinati dalla modernizzazione, dal commercio on-line, dalla mobilità e flessibilità destinate a aumentare grazie alle decantate riforme della pubblica amministrazione.

E non può che essere così: innovazione, tecnologia, non sono pensate e poi realizzate da chi ci opprime e sfrutta per la nostra felicità, per facilitare la nostra vita di lavoratori, per liberarci dalla schiavitù e permetterci di esprimere talenti e vocazioni, magari sotto forma di startup in garage e cantine con la benedizione di mamma e papà, condannate a una fine precoce dopo aver prodotto disillusioni e debiti.

Era scritto che, dopo aver transitato per il capitalismo industriale, saremmo riprecipitati del feudalesimo, che saremmo tornati sotto il tallone di un’autorità “regale” che rende anonimo, invisibile, il suddito, tacitandolo e esautorandolo in modo da poterlo sostituire con un altro, più fresco, più muto e soggetto, fino alla meta agognata di rimpiazzarlo con un robot.

Quella che ci pareva libertà economica, di lavorare, produrre, pretendere e consumare, si è ridotta al diritto di acquistare la nostra subordinazione, con l’accesso alla rete, con Netlfix, con i pagamenti a distanza, con le carte e la telemedicina, permettendo ad altri la facoltà controllarci, sorvegliarci, indirizzare e condizionare i nostri consumi e le nostre inclinazioni, e di decidere infine quando non serviamo più.

Per farlo, per identificare e disciplinare la vita del suddito hanno inventato, prima cartacei ora in forma di app, vari strumenti di riconoscimento e catalogazione: libretto di lavoro, carta di identità, cartella clinica, green pass, pagelle; vari siti: casellario giudiziario, Asl, fabbrica, caserma, manicomio e varie temporalità e scadenze: scuola dell’obbligo, età lavorativa, leva militare, durata della detenzione, tutte condizioni e situazioni nelle quali dobbiamo essere sempre reperibili, sempre sotto controllo, sorvegliati da videocamere,  rintracciabili sul telefono, in modo da stanarci se disobbediamo, penalizzarci se non stiamo in riga, surrogarci se non rispettiamo gli standard di produttività e utilità.

Permettiamo a giganti privati di occupare e gestire gli spazi pubblici e  collettivi, per circolare nei quali impongono regole e balzelli, consentiamo che le nostre esistenze, desideri, comunicazioni, aspettative, immagini, conversazioni, diventino merce che una volta elaborata monitora e predice i nostri comportamenti futuri, le nostre attitudini e abitudini correnti, in modo da sfruttarci due o tre volte, come prodotti estrattivi da scambiare fino all’esaurimento.

E quando siamo dissanguati, svuotati, quando non abbiamo quattrini per comprare e dunque stare nel Mercato, quando dalle nostre scelte non si traggono auspici e indicazioni per riempire gli scaffali virtuali dell’outlet globale, allora da capitale umano diventiamo rifiuti che non valgono nemmeno dallo sfasciacarrozze, che possono essere emarginati, ospedalizzati, fino alla opportuna cancellazione, facendo posto a materiale nuovo ancora in garanzia.