Censura soft

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Non c’è giorno che un amico di social non annunci di essere stato censurato, vuoi per una segnalazione di un pubblico ostile, vuoi perché un algoritmo, capriccioso quanto stupido come è giusto che sia, ha sgradito una foto pruriginosa o un link  che non rispetterebbe i comuni principi di appartenenza alla “comunità”.

Ormai ci si fa un vanto  dell’ostracismo informatico, come un tempo quando si affabulava di clic e ronzii sospetti nel telefono  che dimostravano con certezza  che nell’iperuranio della Telecom e prima della Sip, un maresciallo era incaricato di occhiuta sorveglianza.

Se non ti intercettano, se non ti censurano sei un signor Nessuno e non puoi far altro che ammirare e invidiare la combinazione vincente del collaudato manager di se stesso, legato a doppio filo  alle multinazionali statunitensi che hanno recintato il web all’interno delle geografie dei social network, che prima di essere “tagliato”  intercetta e pubblica i propositi indecenti dell’arcaica e crepuscolare tv di regime.

Beato lui, sorprendente tycoon  che si è conquistato come altri immeritevoli  il potere di dettare le priorità e di stabilire i ruoli da protagonista nella gerarchia delle notizie, grazie allo stesso sistema che usa la ditta della quale è vezzeggiato testimonial, trasformare i suoi follower su Instagram o i suoi consumatori su Youtube, in produttori e riproduttori di consenso in modo da moltiplicare i suoi profitti di uomo-merce, proprio come Amazon ha come core business i dati che regaliamo a Bezos e che lui fa  rivende.

Altro che censura, i vigliacchetti della Rai si sono prestati a fare da cassa di risonanza e audience alla sua indignazione un tanto al metro secondo i criteri di Tik Tok, da smerciare a possessori di falsa coscienza e residenti di una realtà artificiale globalista dove passioni, sdegno, partecipazione sono più superficiali dei suoi tatuaggi.

Il fatto è che tutto nel teatrino della comunicazione e dell’informazione è come in quello dei pupi, finte le spade di legno, finti gli sganassoni, finto il sangue sul petto del valoroso  spadaccino con l’armatura di latta. Talmente finto da convincere i più che in realtà noi godiamo di ampia libertà se possiamo dire che quella è salsa di pomodoro, che alle minacce non seguirà il colpo di pistola o la galera, che ben altro succedeva sotto il Ventennio, quello di prima e anche quello dopo, che tolse la calzamaglia coprente alle ballerine, zittì Biagi, è vero, ma aprì i microfoni alla barzellette scollacciate del Drive In e alla Satira del Bagaglino.

Vuoi mettere adesso che le notizia non le danno i giornali, adesso che la comunicazione istituzionale, salvo quando si esprime per sommi capi il sommo capo poco incline all’affabulazione, avviene sui social proprio come le ricette della sora Cesira, adesso che tra un gattino e una peonia fa la sua comparsa un sonoro bombardamento su Gaza, che inframmezzata tra una poesia di Bukowski e l’ultimo menu di Salvini veniamo informati degli ultimi caduti sul fronte del lavoro, sicchè le profezie di Debord e ancor più quelle di Orwell sembrano scadenti imitazioni della realtà.

In questa parvenza di libero accesso all’informazione e ancora più libero uso dell’opinione, le forme di censura nella rete, fastidiose certo, sono  per lo più casuali ed accidentali, strategicamente animate da robot e automatizzate. Perché la grande invenzione per rafforzare, senza farlo parere, la spirale del silenzio, destinata a assorbire e tacitare chi la penserebbe “diversamente” ma si lascia assimilare per paura di ritorsioni, isolamento, emarginazione, è quella di generare e incrementare il chiacchiericcio, quel brusio globale nel quale le voci finiscono per essere indistinguibili e si confondono, diventando insignificanti. L’importante è che siano suoni che concorrono al mantra che magnifica il mercato e rispettose del bon ton politicamente corretto, quello che autorizza le differenze per incrementare le disuguaglianze.

Mentre si zittiscono con la condanna morale li poche voci eretiche escluse da quel che resta della stampa ufficiale, si levano invece dal borbottio, che a Foucault ricordava quell’incessante e delirante colonna sonora dei manicomi,  i messaggi roboanti delle autorità, soprattutto quando intimidiscono, lanciano allarmi, chiamano alla mobilitazione e a raccolta come squilli di tromba prima della battaglia, come scrive Andrea Zhoc parlando dei richiami, degli avvertimenti, dei moniti che “hanno qualche plausibilità di superare significativamente la soglia del rumore di fondo” e che parlano l’esperanto del “sistema dei poteri egemoni”.

A quelli dotati di potere assoluto, normato da leggi scritte in studi internazionali che hanno la facoltà di dettarle a governi e istituzioni, applicato tramite teorie, paradigmi e algoritmi, legittimato dal concorso del perenne stato di necessità con i demoni della peste contemporanea e futura,  propagandato come unica soluzione  a garanzia di una sopravvivenza a imitazione della vita, non dispiace che un certo numero di voci minori e minoritarie violino le direttive egemoniche, al contrario, aiutano a accreditare quella simulazione di libertà che ci è concessa solo perché il controllo sociale totale è impraticabile.

A caso ogni tanto viene zittito qualcuno, qualcuno ridicolizzato, qualcuno sanzionato secondo criteri stabiliti con l’appoggio di influenti che lamentano, loro, violazioni della privacy, che denunciano oltraggi da tribune ad  uso esclusivo, qualcuno viene apparentemente censurato in modo che la sua ricomparsa venga interpretata come il raggiungimento di standard trasparenti, o, peggio, come una abiura da posizioni irrealistiche e convinzioni criticabili.

Intanto la scure censoria si abbatte davvero su quelli che la voce non ce l’hanno, quelli esausti che la sera si assopiscono davanti a Porta a Porta  sperando di risparmiarsi  l’estrema beffa, quelli che non sono in rete per la Dad e nemmeno per Facebook, quelli ai quali, quando è iniziata la grande narrazione dell’apocalisse, è stato concesso onore al merito in veste di essenziali, purché non dessero voce al malcontento dei tram stracolmi, dei posti di lavoro insicuri, dello sfruttamento raddoppiato e delle minacce sussurrate di ulteriori fatiche e precarietà. Colpisce i sanitari che si ribellano ai comandi criminali che ostacolano l’esercizio della professione, all’obbligo di somministrazione, all’imperativo di diventare piazzisti e testimonial di merci incompatibili con il loro giuramento. Colpisce quelli che non hanno più le piazze per gridare la loro collera di disoccupati, senzatetto, malati trascurati e umiliati.

6 replies

  1. L’INFORMAZIONE MALSANA- Viviana Vivarelli.

    In Italia una libera informazione non è mai esistita ma negli ultimi tempi sono aumentate le censure (vedi il caso Fedez o le querele minacciose a Ranucci), i media si sono ancor più schiacciati sotto una uniformità paralizzante e le voci critiche si sono autoimbavagliate come hanno fatto i 5 stelle entrando nel sistema Draghi, per non parlare del mutismo degli intettuali che non è spiegabile con mere ragioni di mercato (vd Carofiglio) e che si sono fatti scavalcare dalle nullità stile Capranica o dalle iene stile Boralevi. Si è ammutolito il mondo della cultura che in ogni tempo ha prodotto valide voci critiche (penso solo a Pasolini quando scriveva su l’Espresso o a Oliviero Beha, che pure era un giornalista sportivo). Ilmondo degli intettuali, oggi, in Italia sembra in coma in un Paese che sembra una palude di sabbie mobili, dove l’unico partito che avrebbe dovuto costituire una forte opposizione si è autoimbavagliato da solo condannandosi all’estinzione.
    Non mi stancherò di ripetere che l’errore più grande di Beppe Grillo è stato quello di fregarsene dell’informazione e di ordinare addirittura atti suicidi, vietando l’intervento dei 5 stelle in tv e la loro presenza su Facebook, lasciando morire il blog delle stelle, gestito malissimo, disertato dagli eletti e ormai cupo e monotono ostaggio dei troll, non facendo un giornale on line, non reclamando lo spazio in RAI che ci spettava e condannandoci al silenzio e dunque all’inesistenza, perché esiste solo ciò di cui si parla e che appare.
    In un mondo dove quel che conta è l’immagine e i media sono il secondo potere dopo il Governo, quelli di Grillo sono stati errori gravissimi, togliendo ogni visibilità al Movimento e condannandolo all’estinzione.
    Gianroberto fidava moltissimo di Internet ma lui stesso, poi, non ha detto mai nulla sull’informazione, che, in Italia, è diventata manipolazione a senso unico, dunque fascismo.
    Dick Morris, gia’ consulente di Clinton e autore di un saggio (Vote.com, Renaissance, 1999) che ha fatto scalpore negli Usa, diceva:
    “Che la democrazia diretta via Internet sia buona o cattiva è domanda futile. È inevitabile. Sta arrivando ed è meglio mettersi l’anima in pace”. Verissimo. I media cartacei stanno perdendo acquirenti in continuazione e i talk show televisivi perdono costantemente ascoltatori, tuttavia una vastissima parte del Paese non sa usare Internet, non conosce o usa male i social, e continua ad essere manipolata dalla televisione. Al posto della politica come conoscenza e confronto abbiamo un maenstream monocorde fatto di menzogne, insulti e calunnie, mentre aumentano le censure o le minacce sulle poche voci contrarie.
    Morris, come un 5 stelle ante litteram, prevedeva che “attraverso i siti interattivi politici e informativi la gente sarebbe stata in grado di votare su qualsiasi questione e che questo avrebbe portato da una democrazia rappresentativa a una democrazia diretta dove ci sarebbe stato un referendum ininterrotto su tutto. Scriveva: “A Thomas Jefferson sarebbe piaciuto vedere Internet. La sua visione utopica di una democrazia basata su assemblee comunali e sulla partecipazione popolare diretta sta per diventare realtà. Ciò che le piccole dimensioni e la vicinanza geografica permisero all’antica Atene di realizzare, sarà realizzato dall’America e dal mondo grazie ad Internet.”
    Dodici anni fa questa era la grande speranza di chi seguiva Grillo e Casaleggio, aveva visto delinearsi il sogno di una nuova democrazia e aveva creduto che realizzarlo fosse possibile.
    Ora tutto questo sembra appartenere a un’era defunta. Il capitalismo ha preso il potere nella persona di Draghi che è il suo più famoso rappresentante.
    Draghi parte già da un illecito, il colpo di stato di un Presidente della Repubblica, che ha svenduto l’Italia al Signore delle banche e dell’austerità, a un uomo di quel Grande Capitale che nella storia è sempre stato contro ogni forma di democrazia e di tendere solo a una plutocrazia (Governo dei più ricchi), da sempre collusa con i più corrotti (mafie, massonerie e delinquenza comune).
    Oggi assistiamo a una Rai che, per volere leghista, querela Fedez e vediamo media a senso unico che oscurano le cose che il popolo non deve sapere, come i complotti con i servizi di Renzi o le vanterie di dare ordini alla Guardia di Finanza di Durigon.
    Gli scandali e le porcherie dei politici sono accuratamente nascoste, Ma da quell’Internet in cui Gianroberto fidava tanto non esce la democrazia promessa.
    I media di oggi di cose parlano? Della cabinovia precipitata. Ne parlano talmente tanto e talmente a lungo che abbiamo saputo tutto di cavi, pulegge e freni. Del fatto che, al posto della transizione economica abbiamo ricominciato a portare il nostro Paese verso lo strazio del nostro territorio e verso le grandi opere inutili o del fatto che in anticipo sui tempi salterà il blocco dei licenziamenti o che, senza aver ancora visto un euro del Recovery Fund, stiamo precipitando di nuovo dentro l’austerità o il ricatto del debito o nella distruzione dei diritti del lavoro, mentre sono ripresi i patti Stato-mafia, non parla nessuno. I giornalisti sono tutti in attesa di un grosso fatto di cronaca nera che distolga l’attenzione dalla politica e distragga la gente. Poi ci penseranno gli stadi a fare il resto.

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    • Ottimo, ottimo commento. Siamo tutti diventati degli zombie che accettano qualsiasi volontà di chi ci manovra come burattini. Lontani, purtroppo, quegli anni dove il popolo, nel bene e nel male aveva il coraggio di reagire, dove i giovani crescevano con ideali, giusti o sbagliati che fossero, che li univa o divideva ma che permettevano loro di far muovere i neuroni di un cervello che è ormai assopito

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  2. Non la faccio lunga. Sono d’accordo che la libera informazione che cerca di diffondere notizie attendibili,
    specialmente tramite commenti anonimi, nei quali, purtroppo si infiltrano avvelenatori di pozzi, è stata
    ridotta o fatta sparire per paura di querele temerarie o peggio. In ogni caso diffondere notizie vere è sempre
    un rischio da affrontare, se si vuole vedere qualche cambiamento.
    Come commentate il completo silenzio stampa di oggi sugli argomenti esplosivi trattati ieri da “Report”?
    Tutto tace.

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    • Tutto tace perché i giornali sanno che alla gente non interessa, o meglio la gente non ce la fa più. Dopo 30 ancora a cercare i mandanti delle stragi? Ancora a fare il processo d’appello? Così pensano, secondo me.
      E sinceramente non mi sento di dare torto: il generale Mori, il depistatore maximus, è uscito indenne da non so quanti processi, e quanti ne ha sfangati. Se lo Stato non fa lo Stato non è che la gente può rimanere attenta per 30 anni. Ci si risveglia solo quando si è toccati da vicino, tipo tragedia di due giorni fa. Ora al via il processo ventennale. Tra 20 anni ancora a ricordare i morti? Giusto quel povero bambino, so ce la farà.

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    • Commento “il completo silenzio stampa di oggi sugli argomenti esplosivi trattati ieri da Report” come la solita prova del nove che in Italia le mafie – insieme alle massonerie, le consorterie e le logge in cui si mischiano allegramente malavitosi con pezzi delle istituzioni e dei servizi segreti – la fanno sempre più da padrona in tutti i campi (stampa e tv compresi); e questo è uno schifo!! ma soprattutto che con quello che sta uscendo fuori non crei nessuno sconquasso nelle istituzioni colluse. Tutti beati …all’ anima de li mejo mortacciloro!!

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