Il trionfo feroce ed essenziale di chi ha fatto a meno di tutto

Uno scudetto arrivato senza presidente, senza soldi, senza pubblico, senza mercato e senza stipendi

(Vittorio Macioce) – Nanchino è lontana. Nove ore e cinquanta minuti di volo. Quando Antonio Conte bacia la testa di Hakimi non riesce neppure a immaginarla. Il ragazzo che porta sulle spalle il numero 2 che fu di Beppe Bergomi scambia corto con Lukaku e squarcia la difesa del Cagliari, dall’altra parte c’è il piatto di Darmian ad aspettarlo. Basta un gol per continuare a dire che è tutto vero. Chissà che ore sono in Cina? Non importa. San Siro è vuoto e si sentono passi, respiri e scongiuri. È come se il mondo finisse lì, tutto in uno stadio. Se guardi fuori rischi di smarrirti e invece bisogna chiudere gli occhi fino a quando la matematica non ti certifica che puoi riaprirli. È come un incantesimo. La realtà è questa, questa qui, che vedi a filo d’erba, chiudendo gli spazi per aprire gli avversari, lasciandoli arrivare fino all’area di rigore e poi appena si riesce a rubare palla aprirsi a ventaglio, come una folata di vento, con il nove e il dieci legati da una calamita e tutti gli altri a corrergli dietro, sincronizzati, a occupare tutte le caselle chiave. Il campo è nostro e il resto è un’illusione.

Il segreto di questo scudetto, il diciannovesimo, è il peso specifico. È come prendere solo quello che ti serve, ritagliando via quello che ingombra. Tutto il resto non serve. È superfluo. Non è essenziale. Ti rallenta. Toglie spazio al sudore. Il presidente arriverà? Giovedì, il giovane Zhang arriva giovedì, sempre il prossimo giovedì. Steven ha la faccia da bravo ragazzo, è intelligente e il suo cuore è neroazzuro e non vorrebbe stare lontano, ma va bene così. Bisogna spogliarsi di tutto per respirare senza affanni, anche di lui. E allora via. Via il contrordine compagni del governo di Pechino. Via i conti sempre più rossi, gli stipendi che non arrivano, la ricerca dei fondi salva vita, il vendi o non vendi, la campagna acquisti che non c’è, la filosofia estetica, l’essere o non essere su Christian Dannemann Eriksen, l’eclissi di Arturo Vidal, la maledizione lasciata sulla fascia sinistra da Roberto Carlos, la cospirazione della Super Lega, il dove e chi saremo domani. Via anche la pandemia, che ti lascia una cicatrice sul cuore e riempie gli stadi di fantasmi. Via la Champions, che ti ha lasciato una macchia di vergogna e ti ha costretto però a guardarti in faccia e aggrapparti mani e piedi a quello che avevi. Un patto: adesso non ci sono più alibi. Via anche gli ultimi residui di passato: Icardi, chi era costui?

Quello che resta è appunto il sudore, che trasforma la fatica in leggerezza. Non serve quasi nient’altro. L’importante è che ognuno sappia cosa fare. Lukaku è l’incrocio dove tutto passa. Lautaro copre nella zona di nessuno e da punta sciabola il destro sul secondo palo dove le mani di un portiere non possono arrivare. Hakimi scopre che più strada hai davanti e più si va veloci. Perisic non ha più paura della profondità della fascia. Barella è un X-man che appare dal nulla ogni volta che c’è bisogno. Brozo ha capito che se allarga meno le braccia, spazientito, può sfidare la regina degli scacchi. Skriniar, De Vrij e Bastoni continueranno a chiamarli trinità. Handanovic è riuscito finalmente a sognare, così ogni tanto si prende il lusso di addormentarsi un po’. Il ragazzo meraviglia fa a pugni con il tempo e si è messo in testa di non sprecarne neppure un minuto. Darmian incarna l’essenziale: butta la palla in rete quando non c’è nessun altro che si prende la briga di farlo. Tutti quelli che giocano di meno hanno disegnato lo scudetto con la stoffa della pazienza. E Eriksen? Il danese senza dimensioni ha improvvisamente intuito che ci sono tanti modi per essere l’uomo in più. Una punizione sotto il sette vale come una palla spazzata in tribuna alla viva il parroco. La lingua del calcio è fatta anche di luoghi comuni. Non ha mai smesso di far apparire corridoi invisibili, solo che adesso ha imparato anche a nasconderli agli altri. È un segreto anche questo: l’antimateria della magia.

La bellezza del gioco di Conte è nella sua essenzialità. È come la più semplice e profonda delle equazioni. L’energia è uguale alla massa moltiplicata per il quadrato della velocità. E=mc2. Lì c’è il senso dell’universo. Tutto il resto è relativo.

4 replies

  1. Davvero godibile il pezzo sullo scudetto nerazzurro di Vittorio Macioce e complimenti sinceri agli Admin del blog Infosannio per averlo selezionato. L’unico appunto semiserio che mi sento di muovere a colui che ho “scoperto” essere (fonte Wikipedia) il caporedattore de Il Giornale, è lo spreco di cotanto talento giornalistico, “costretto”, dal sicuramente lauto stipendio, a lavorare per un quotidiano della casa di Arcore… Per tanti versi, quello di Macioce è un racconto quasi elegiaco – checché sia propedeutico ad un trionfo a tinte nerazzurre – che fa quasi pensare che la gara scudetto sia stata (Atalanta permettendo) non certo l’ultima giocata dall’Inter a Crotone, bensì quella a San Siro contro il Cagliari nel turno precedente. È un fuorviante elenco di meriti e “titoli senza” (un qualcosa), sempre comunque da preferire alla narrazione di un evento pallonaro con esito inverso, ossia “senza tituli”… Fra “i senza” non manca nemmeno la citazione della vana “ricerca dei fondi salva vita”, senza averne appunto trovato uno che abbia denotato un minimo sindacale di credibilità finanziaria. Ed invece mi piace pensare che di un particolare fondo “sanitario” i nerazzurri si sarebbero, in realtà, effettivamente giovati, ma sotto mentite spoglie e financo a posteriori: il famoso MES. “Bagnandolo” dunque con gli 82 punti decisivi per lo scudetto. Da cui allora un ideale brindisi con 82 bicchierini di ….”Punt & Mes”: invitati proprietà, dirigenza, giocatori, staff e tutte le maestranze nerazzurre. Non facciamolo, però, sapere a quell’altro Conte (Giuseppe), né tanto meno a Draghi: sennò potrebbero pure offendersi…

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  2. Che articolo di💩💩💩.
    Una società che visto crescere il proprio indebitamento a livelli insostenibili.
    Che strapaga tecnico e fuoriclasse a livelli irraggiungibili per chiunque, viene esaltata per una vittoria tanto palesemente drogata dall’irregolarita’?
    Personalmente apprezzo gli inglesi, perché spartiscono l’immensa torta dei diritti TV che arriva annualmente sulla Premiere League in maniera EQUA fra tutte le partecipanti al torneo, permettendo anche allo sfiato Leicester di Ranieri di vincere il titolo.
    Come pure ammiro il sistema tedesco che governa la Bundesliga, con obbligo di azionariato popolare sopra al 51% di ogni società. Con elezioni dei vertici societari.
    Con conti in ordine e in utile e vittoria della Champions da parte del Bayern Munich.
    È per me un mistero la fede dei tifosi verso queste strisciate metropolitane ed apolidi.
    Gente sfigata e frustrata che impazzisce per dei colori, senza alcun legame territoriale o di rappresentanza di un’idea di sport e valori.

    Notoriamente ho sempre dichiarato la mia fede calcistica nella Strega, in A da non invitata.
    Ma sono sempre stato attratto dalle storie sportive dei vari Davide che sfidano Golia.
    Il Calais, squadra di magazzinieri, giardinieri, pescatori, impiegati che, nel 1999 partecipando ad una categoria equiparabile alla nostra Eccellenza, si iscrisse alla coppa di Francia ed arrivò in finale a Parigi, nello stadio dove la nazionale francese si era laureata campione del mondo, perdendo verso la fine per 2-1 contro i milionari del Nantes.
    Oppure il Castel di Sangro, paese di 5.000 abitanti al confine dei monti fra Abruzzo e Molise, che disputò due campionati consecutivi di serie B dal 1996 al 1998.
    Infine ha una mia dichiarata simpatia la Virtus Verona, terza squadra scaligera dopo Hellas e Chievo, che rappresenta il quartiere di Borgo Venezia.
    Ha dal 1982 ad oggi lo stesso presidente-allenatore. E nel frattempo è salita dalla terza categoria alla serie C.
    Categoria che sta mantenendo con un ferreo controllo sui costi di gestione.
    E cosa apprezzabile, i pochi tifosi che la seguono sono un’isola di civiltà in mezzo alle tendenze nazistoidi cittadine.

    Ecco la storia del suo presidente e allenatore.

    https://it.m.wikipedia.org/wiki/Luigi_Fresco

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    • La gestione dello sport in Italia è conseguenza di come è strutturata la società, a strati senza vasi comunicanti, in cui ogni tanto avviene un’ eccezione che ha del miracoloso. Corporazioni, nepotismo, consorterie e corruzione a tutti i livelli, ascensore sociale sempre rotto.

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