La notte è piccola per noi

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – La notte è piccola per noi, troppo piccolina, cantavano profeticamente le due gemelle che a dispetto della sensualità di un manico di scopa, furono costrette a indossare mutandoni e collant neri coprenti, per via dell’immagine del messaggio peccaminoso che minacciavano di trasmettere.

Sarà per via delle radici confessionali dell’Europa,  sarà per via della credenza diffusa che non si possa non dirsi cristiani, sarà per via del fatto che tutto è più gustoso se il piacere è più appagante quando si combina con la trasgressione, e si agisce al buio e nella  clandestinità, se si cade in peccato veniale o mortale,  di pensiero o della carne, preferibilmente di notte. Tanto che, a parte i posseduti dalla lussuria, anche gli impenitenti della gola si avventano sul barattolone della Nutella in compagnia di Moretti o sulla trippa surgelata insieme a Fantozzi nelle stesse ore in cui Dracula  succhia dal collo candido della vergine.

Quindi non è ipotetico che anche l’empia colpa di assembramento sia più viziosa e produca effetti più nefasti, sia di carattere sanitario che morale, dopo il crepuscolo. E siccome gli esecutivi che si succedono sono molto compresi di questo aspetto, dovendo governare una massa fanciullesca e indisciplinata, persuaderla al bene anche con mezzi coercitivi che prevedono i sistemi educativi dei collegi militari, si può interpretare in questo senso l’applicazione a tempo indeterminato del coprifuoco, suggestiva evocazione bellica  con ronde, lampadine oscurate, parole d’ordine e Radio Londra attaccata all’orecchio.

Ed è un indicatore di immatura irresponsabilità il malumore di cittadini e esercenti di pubblici locali pretenderebbero di allungare almeno di un’ora il periodo di «libera circolazione» chiudendo tutto alle 23, dal momento che la cena sarà possibile “solo all’aperto e mantenendo il doveroso distanziamento”. Apriti cielo, immediata la risposta del Comitato tecnico scientifico che in una tempestiva nota ha  illustrato come  «alla luce delle situazione epidemiologica attuale e in una strategia di mitigazione del rischio di ripresa della curva epidemica, si ritiene opportuno che venga privilegiata una gradualità e progressività di allentamento delle misure di contenimento, ivi compreso l’orario d’inizio delle restrizioni di movimento», dando la parola all’immunologo  Sergio Abrignani, che con quel simpatico piglio che lo accomuna ai millenaristi medievali lancia il suo anatema: «A livello nazionale dare un’ora in più a milioni di persone per interagire vuol dire dare milioni di chance in più al virus di circolare».

Ovviamente l’intento è quello di limitare  le interazioni sociali tra i target più dinamici, più sociali, quelli che si muovono di più e che saranno gli ultimi ad essere vaccinati.

Così come dei padri lungimiranti ma severi, solo apparentemente fuori moda a vedere recenti esternazioni di genitori troppo indulgenti, le nostre autorità prescrivono che la popolazione  giovanile non possa munirsi di passaporto vaccinale, a meno di non reiterare quotidianamente il tampone, rientri come le collegiali dei libri di Liala alle 10, ora nella quale un tempo si sceglieva pigramente la discoteca cui recarsi intorno a mezzanotte, vada in gita scolastica seduta davanti al Pc, mostri indole disciplinata imbavagliandosi e  pure bendandosi durante le interrogazioni della Dad, eviti qualsiasi commercio carnale , riti di iniziazione superficiale compresi, evitando così il rischio di eccessi di esuberanze condannabili sia pure da un pubblico minoritario, insieme a quello del contagio.

Il Corriere della Sera azzarda timidamente che non è facile  “capire quanto sia efficace il solo coprifuoco dal momento che altre misure per contenere il contagio vengono adottate contemporaneamente: mascherine, lavaggio mani, distanziamento sociale” e riporta le previsioni rovinologiche di chi immagina ammucchiate all’aperto di gioventù bruciata che non torna a casa, dorme avviluppata in mucchi selvaggi all’addiaccio, dopo qualche sabba e qualche rave party. Antonella Viola, immunologa, professoressa ordinaria di Patologia generale all’Università di Padova, addirittura arrischia: «Spostare il coprifuoco di 1 ora, alle 23, permetterebbe ai ristoratori di affrontare con maggiore fiducia la ripartenza. Così come aiuterebbe il mondo dello spettacolo, duramente colpito dalle restrizioni. E non cambierebbe invece nulla dal punto di vista dei contagi, a patto che continuino i controlli. Sono piccoli passi che vanno incontro alle esigenze di tante persone e che farebbero la differenza», mettendo in luce il pericolo che rischio “con i tempi ridotti tutti si vedano alle stesse ore, senza possibilità di “spalmare” gli avventori di bar e ristoranti”.

E il professor Ira Longini esperto di biostatistica ed epidemiologia delle malattie infettive presso l’Emerging Pathogens Institute dell’Università della Florida sostiene che le prove sull’efficacia del coprifuoco sono tutto fuorché evidenti, anche perché  se i locali sono chiusi non è che si possa impedire ad una famiglia di fare una passeggiata, “ tenuto conto che il virus prospera al chiuso” e la maggior parte dei contagi avverrebbe proprio all’interno delle mura domestiche, finora esibite come la trincea difensiva scavata per fermare l’invasione del nemico invisibile, come registrerebbero i dati  accertati nella provincia di Wuhan a inizio epidemia, secondo i quali   coprifuoco e lockdown avrebbero sortito  un effetto paradossale, riducendo la trasmissione all’interno della comunità ma aumentando il rischio di contagio nelle famiglie.

Macché, rintuzza una ricerca extraeuropea. Sono gli inglesi a aver condotto un’analisi in sette paesi del continente secondo la quale il coprifuoco avrebbe un effetto “moderato ma statisticamente significativo” perché porta a una riduzione dell’indice di riproduzione Rt del 13%, con un effetto “molto simile all’uso delle mascherine nei luoghi pubblici”.

E pensate che successo si otterrebbe combinandoli insieme tutti questi accorgimenti: stare a casa, ma distanti, senza parlare, senza litigare,   o cantare per via dei funesti droplets, con bavaglio, guanti in lattice, sanificandosi e tamponandosi a vicenda in sostituzione di più temerari congiungimenti, viaggiando, studiando e lavorando ognuno davanti al suo pc disinfettato scrupolosamente, in un prudente e salutare solipsismo.

Che poi è quello che vogliono le “autorità” da sempre, quando adottano e applicano leggi troppo restrittive, troppo severe, criptiche e della cui efficacia è lecito dubitare: esasperare la gente, condurla inevitabilmente alla disobbedienza e alla trasgressione, in modo da poterla incolpare della rovinosa caduta nel precipizio che hanno scavato per quelli che scivolano giù dalle impalcature delle piramidi di ieri e di oggi.

8 replies

  1. che di notte possa avvenire un rimescolamento sociale
    dovuto al girovagare per locali e al cercare di entrare in promiscuità
    il che che spariglia il tentativo di tenere sotto scacco il diffondersi del virus,
    cosa che di giorno risulta più controllata, nel senso che sui posti di lavoro
    mediamente s’è sempre quelli e quindi, in caso di contagio, si riescano
    a circoscrivere meglio, alla Lombrosa non passa neppure per l’anticamera del cervelletto

    è convita che si faccia il contenimento serale per via dell’aumento dell’umidità nell’aria

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      • Oramai l’unico a praticare Mèches
        è Filippo Facci:
        giovedì 29 aprile alle ore 17.30 la Fondazione Bettino Craxi, in collaborazione con Marsilio Editori, promuove la presentazione in anteprima del volume di Filippo Facci dal titolo “30 aprile 1993 Bettino Craxi”

        Introduce Margherita Boniver.

        Discutono con l’autore Stefania Craxi, Vittorio Feltri, Giuliano Ferrara, Fabio Martini, Fabrizio Rondolino, Piero Sansonetti e Sergio Staino.

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  2. Aggiungerci il fatto che in molti sono strafatti e le mascherine ed il distanziamento fanno la fine che fanno. E poi i festaioli tornano a casa…
    Come diceva la Gruber ieri sera, al Nord ( ma basta andare in Austria), gli spettacoli iniziano alle 20, si cena dalle 19 , i negozi chiudono alle 18.30, e guai se ti affacci cinque minuti prima chiedendo di entrare.
    Così difficile abituarsi?
    Un tempo si andava in discoteca alle 21, al massimmo alle 2 ti sbattevano fuori… Nessuno di noi è morto.

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    • Carolina,
      E che stiamo in una clinica che dobbiamo mangiare alle 19? Con il sole che entra dalle finestre?
      Quanto ai negozi, in Puglia d’estate, a volte mi viene in mente di uscire alle 6 e trovo ancora tutto chiuso, pure le fatmacie. Lo sai perché vero? Perché ci sono ancora 38 gradi. Esperienza che l’Austria, ma anche il sudtirol della mia amica Lilli non ha mai vissuto.

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