Abuso d’ufficio, Lega e FI tentano ancora di abrogarlo

(di Nicola Ferri – Il Fatto Quotidiano) – Una nuova riforma? Come un fiume carsico il reato di abuso d’ufficio (articolo 323 del Codice penale) appare e scompare di tanto in tanto dall’agenda politico-parlamentare. Di recente è bastato l’annunzio della proposta di riforma presentata del presidente della commissione Giustizia del Senato Ostellari e da tutto il gruppo della Lega (ddl Senato n.2145) per rimettere in movimento quelle forze politiche che mirano a restringere ancora di più l’area delle condotte punibili al fine di eliminare il “pericolo di firma” che incomberebbe sui sindaci e sugli amministratori pubblici.

Le manipolazioni operate dal legislatore dal 1990 in poi sull’originario articolo 323 fanno pensare a un ricorrente disegno volto a tenere una fascia sempre più estesa di pubblici funzionari al riparo dall’azione penale. Ne è la riprova il nuovo articolo 323 introdotto nel 2012 e modificato nel 2020, che riduce i casi di punibilità dei pubblici ufficiali alle “violazioni di regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge, e dalle quali non residuino margini di discrezionalità”. Ci si chiede:

1) se la regola di condotta non è prevista da una legge o da un atto avente forza di legge, bensì da un regolamento, da una circolare, da un codice interno o da un qualsiasi altro atto amministrativo, perché mai la sua violazione non dovrebbe costituire illecito penale se il pubblico ufficiale ha agito con dolo?;

2) poiché la discrezionalità rappresenta la manifestazione del potere della Pubblica amministrazione di adottare provvedimenti in base alla scelta ponderata tra un interesse pubblico primario e gli interessi secondari pubblici o privati, perché mai l’atto amministrativo illecito adottato con margini di discrezionalità nell’ambito di tale potere non dovrebbe rientrare tra le condotte punibili?

Il problema non è l’uso in sé della discrezionalità, i cui atti devono sempre essere sorretti da idonea motivazione sulla scorta di una previa, puntuale istruttoria, ma il cattivo uso che ne fa il funzionario infedele adottando l’atto amministrativo a vantaggio di se stesso o di altri oppure a danno di altri, sicché appare una scelta arbitraria da parte del legislatore quella di limitare la punibilità ai soli casi previsti da una legge, tenuto conto che gran parte dell’attività della Pa è disciplinata da fonti normative secondarie.

Tornando al disegno di legge (S. 2145), Ostellari ne ha illustrato la finalità, che sarebbe quella di eliminare una volta per tutte la responsabilità penale degli amministratori per la “firma degli atti” poiché “la disciplina attuale impedisce agli amministratori locali e ai dirigenti di prendere decisioni serenamente e finisce per rallentare un processo di sviluppo e crescita di cui il Paese è affamato”. E all’obiezione che niente impedisce agli amministratori di prendere legittimamente decisioni serene, lo stesso Ostellari ammette che sono circa 7.000 i procedimenti archiviati ogni anno: infatti i pm non esitano a riconoscere la legittimità e la correttezza dei singoli provvedimenti, mentre procedono doverosamente solo nei casi di fondatezza della notizia di reato. Ne consegue che non si comprendono gli allarmi di Lega e Forza Italia per i sindaci né la loro richiesta di restringere ulteriormente l’area della punibilità dell’articolo 323 o addirittura di abrogarlo.

Viene infine da chiedersi se il testo attuale non si presti a un possibile dubbio di incostituzionalità per la sua manifesta irragionevolezza e illogicità, in violazione del principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione, in quanto, senza apparente giustificazione, lascia fuori dalla sfera di punibilità condotte dolose simmetricamente uguali a quelle che vi sono comprese.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

Tagged as: , ,

6 replies

  1. "Mi piace"

  2. "Mi piace"