Una mossa preventiva più che un attacco frontale. Da giorni, ai piani alti del governo, gira una circolare del 26 luglio 1990 firmata dall’attuale Capo di Stato, che invitava a non superare i cinque alunni per classe dello stesso gruppo linguistico. Così l’esecutivo mette la mani avanti

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Tirare fuori dal cassetto un documento vecchio di trentasei anni non è mai un gesto neutro, in politica. E quando quel documento porta la firma di chi oggi siede al Colle, il sospetto che si tratti di una mossa preventiva più che di un attacco frontale diventa quasi inevitabile. Da giorni, ai piani alti del governo, gira una circolare del 26 luglio 1990 firmata dall’allora ministro dell’Istruzione Sergio Mattarella, che invitava a non superare i cinque alunni per classe dello stesso gruppo linguistico. Il testo è stato prima fatto girare via chat tra parlamentari e giornalisti, poi tirato fuori in tv, in prima persona, dalla Premier.
La lettura più immediata, quella che le opposizioni hanno subito cavalcato, è che la Premier abbia voluto tirare per la giacca il capo dello Stato per assicurarsi il via libera alla legge. Ma c’è una lettura più fredda, e forse più realistica, che circola proprio tra chi segue da vicino i rapporti tra Palazzo Chigi e il Quirinale: non è un’aggressione, è un’assicurazione. Prima ancora di sapere come reagirà il Colle al decreto sul tetto agli studenti stranieri, il governo si premunisce mostrando che l’idea non è un’invenzione della destra sovranista, ma qualcosa che pure il Mattarella ministro aveva ritenuto ragionevole. Tradotto: se poi il testo dovesse arrivare stiracchiato o corretto, nessuno potrà dire che l’impostazione di fondo era peregrina.
Dietro la mossa, secondo questa lettura, c’è un timore molto concreto: che il Presidente, ricevuto il decreto, non si limiti alla moral suasion silenziosa a cui ha abituato in undici anni di mandato, ma decida di far sentire il suo peso fino a rallentare o correggere sostanzialmente il provvedimento se non addirittura a bocciarlo. Mettere le mani avanti, in questo senso, significa costruire un argine politico prima ancora che istituzionale: rendere più difficile, per il Colle, bocciare qualcosa che assomiglia troppo a un precedente firmato dallo stesso Presidente. Un modo elegante per dire: caro Presidente, lei per primo ci aveva pensato.
Il problema, per chi ha costruito questa strategia, è che al Quirinale la differenza tra i due testi viene sottolineata con precisione chirurgica. Una cosa è una circolare, che resta indicazione amministrativa priva di sanzioni; un’altra è una legge, fonte di diritto vincolante per tutti, che per questo «deve essere ben ponderata». Il paragone, insomma, regge fino a un certo punto: mostrare la coerenza di fondo con un ministro di trentasei anni fa non basta a blindare un provvedimento che ha tutt’altro peso giuridico. E il precedente della circolare Gelmini del 2010, mai davvero attuata proprio per l’aritmetica impossibile nelle zone a maggiore concentrazione di stranieri, è lì a ricordare che le buone intenzioni non sempre sopravvivono all’impatto con la realtà delle classi.
Il capo dello Stato, va detto, non ha raccolto la sfida sul terreno dello scontro diretto: undici anni di presidenza gli hanno insegnato a non giocare a ping pong con chi abita Palazzo Chigi. Ma dal Colle non arrivano nemmeno endorsement. Trapela piuttosto la convinzione che cambiamenti così rilevanti per il sistema scolastico non vadano varati in corsa, a ridosso dell’anno già iniziato e per giunta con lo strumento del decreto. Sullo sfondo restano le domande pratiche che nessuno, finora, ha sciolto: una classe che sfora il tetto va davvero sdoppiata anche senza insegnanti e spazi adeguati? E i corsi di lingua per i genitori che non parlano italiano sono un’ipotesi realistica o solo un buon proposito da comunicato stampa?
Alla fine, la mossa della vecchia circolare dice più sulla strategia difensiva del governo che sulla sostanza del provvedimento. Mettere le mani avanti citando Mattarella significa ammettere, implicitamente, che la partita sulla controfirma non è affatto scontata. E se davvero la premier non temesse un secco altolà del Colle (fino alla bocciatura), difficilmente si sarebbe presa la briga di scomodare un documento di trentasei anni fa per costruirsi un alibi politico. Il testo, ora, è nelle mani dei giuristi del Quirinale. E lì, più che nei salotti tv, si deciderà se la mossa preventiva avrà funzionato.
La colpa che la gioggia sia diventata PdC è di adamo ed eva! hahahhaha…informatissima la ducia,ma fuori dai gangheri….si arrampica sugli specchi!
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