Lo smantellamento della medicina territoriale è stata una follia

(Antonello Piroso – La Verità) – Giovanni Scambia (Catanzaro, 1959), ordinario di ginecologia e ostetricia all’università Cattolica, è direttore scientifico del policlinico Gemelli di Roma – il più grande ospedale d’Italia, 1600 posti letto e 5000 dipendenti, uno dei 30 Irccs privati italiani, Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, in pratica: ospedali in cui si fa ricerca – dove è a capo del dipartimento di Scienze della Vita e di Sanità Pubblica e direttore dell’unità operativa di ginecologia oncologica.

Curriculum chilometrico (è anche uno dei 30 componenti, come vicepresidente della sezione «programmazione», del Consiglio superiore di sanità, organo di consulenza del ministro della Salute), è autore di oltre 1.000 pubblicazioni scientifiche, tra cui – con la dottoressa Rosa De Vincenzo – un approfondito quanto divertente volume su La salute della donna, dalla pubertà alla menopausa.

Avete appena inaugurato il più grande centro al mondo di isteroscopia digitale, tre sale. Tradotto per il profano?

«Le donne in lotta con il cancro all’utero avranno un aiuto in più e una pena in meno. Volevamo risparmiare loro lo sfinente andirivieni tra casa e ospedale per eseguire in più tempi ecografia, isteroscopia diagnostica, la preospedalizzazione con esami, l’isteroscopia operativa in sala.

Ora possiamo gestire le patologie endouterine in un unico momento, grazie alle più avanzate tecnologie: ecografia in 3D, miniaturizzazione di strumenti e ottiche endoscopiche e quindi interventi endouterini di precisione guidati dalle immagini ecografiche. Il centro è inserito nel circuito di formazione della European Society of Gynecological Endoscopy di cui sono attualmente presidente».

E se il tumore viene riscontrato in gravidanza? L’impatto psicologico non può non risultare devastante.

«La paura più grande nel momento più bello. Ma il cancro in gravidanza si può curare e guarire. L’evento è comunque non frequente: riguarda statisticamente una gravidanza ogni 1.000, quindi diciamo meno di 500 donne l’anno».

Il fatto che le donne scelgano di fare figli sempre più tardi potrebbe portare a più casi di cancro in maternità, dato che con l’età cresce la possibilità di un tumore?

«In generale, da un punto di vista medico-biologico se si vuole procreare, meglio decidersi prima che poi. La fertilità è inversamente proporzionale all’anagrafe, il periodo più fertile è quello che va dai 20 ai 35 anni. Più passano gli anni, più vanno considerate le potenziali complicazioni».

Causa Covid, meglio astenersi?

«No. Le donne in gravidanza corrono il rischio di contrarre l’infezione da Covid né più né meno come il resto della popolazione. Il ricovero in terapia intensiva è avvenuto – sulla base dei dati dell’Iss, recepiti in un documento sottoscritto dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia e dall’Associazione di ostetrici e ginecologi ospedalieri – nel 3% dei casi, senza al momento alcuna morte materna, nessuna morte neonatale e 4 morti in utero su 538 feti inclusi».

Nel documento si sostiene che, pur non essendo disponibili dati di sicurezza e efficacia nelle donne in gravidanza, i vaccini anti Covid sono reputati «sufficientemente» sicuri. Se si trattasse di sua moglie, si sentirebbe «sufficientemente» tranquillo?

«Sì, ma nel caso specifico, essendo poi mia moglie medico, lascerei a lei la decisione».

Con le persone chiuse in casa per il lockdown, pareva ragionevole attendersi – 9 mesi dopo – un boom delle nascite. Invece no.

«Non sono stato sorpreso. Con l’incertezza sul futuro, le insicurezze e i timori sulla salute propria e dei propri cari, le ricadute in ambito sociale ed economico, era più facile aspettarsi un ulteriore colpo di freno sul terreno della natalità, piuttosto che il contrario».

Il virus si è imposto come l’unico pericolo per le nostre esistenze, a un certo punto sembrava inarginabile.

«Siamo stati aggrediti da un nemico subdolo, che ci ha colto impreparati. Però abbiamo recuperato: qui al Gemelli, per esempio, abbiamo subito riconvertito la struttura della Columbus, un altro nostro presidio ospedaliero, a secondo centro Covid della Capitale, dopo lo Spallanzani».

Il sistema sanitario è però andato in tilt. A un certo punto l’aut aut, si è imposto sull’et-et: preoccuparsi o del covid o delle altre patologie. Sbaglio?

«No. Il 5% dei nostri concittadini convive con una pregressa diagnosi di tumore. Nel 2019 in Italia abbiamo avuto 371.000 nuovi casi di cancro, più di 1.000 al giorno. Ebbene, a causa del Covid, da gennaio 2020 a maggio 2020 abbiamo avuto 1.4000.000 screening in meno, una diminuzione delle visite settimanali del 57% e ritardi del 64% negli interventi chirurgici.

L’aumento atteso di tumori prevenibili, dovuto ai ritardi diagnostici, varierà nei prossimi 5 anni tra il 4% e il 17%. E per il 2021, causa rinvio delle cure, è purtroppo ragionevole aspettarsi un aumento del 15-20% dei decessi, al netto del Covid».

La provoco. Oggi si è aiutati, curati, salvati in modo più tempestivo se si risulta positivi al Covid piuttosto che vittime di un’altra malattia.

«Eh no. Se non si può fare di più, si deve fare comunque meglio, non di meno. L’obiettivo deve essere quello di evitare che sia il paziente a girare, spesso a vuoto, intorno al sistema sanitario, ma deve essere questo a girare in maniera virtuosa intorno a lui, trovando e sperimentando tutte le soluzioni possibili.

Per garantire continuità assistenziale oncologica in tempo di Covid, quindi in un periodo con difficoltà di accesso in ospedale, si può puntare a un mix di telemedicina, cure domiciliari e implementazione di servizi territoriali (ad esempio recapitando a casa i farmaci orali normalmente dispensati in ospedale), coinvolgendo anche i medici di base».

Di cui a un certo punto si è ritenuto si potesse fare a meno.

«Noi dovremmo fermarci a riflettere: quali sono le lezioni che dobbiamo imparare dalla pandemia? È come se con il Covid ci sia stato un gigantesco, ovviamente indesiderato, stress test. Quindi: come e dove impiegare le risorse economiche in arrivo?

Come mettere in relazione ospedali e medici di base (lo smantellamento della medicina territoriale è stata una follia)? E poi: invece di pensare ad aumentare i laureati in medicina, non sarebbe il caso di formarli meglio, con borse di studio di specializzazione, visto che la formazione oggi è sì una cosa complessa, con tempi contingentati, ma con tanta tecnologia in più di cui avvalersi?».

Nient’ altro?

«I cahiers de doléances sono tanti. Come arrivare a digitalizzare la rete informativa, in modo da non scoprire, come è successo, che i dati necessari a una realtà sono magari già immagazzinati da un’altra? Nel 2020 qui al Gemelli abbiamo trattato 55.000 pazienti oncologici, cui vanno aggiunti tutti gli altri malati. Significa che in questi anni abbiamo archiviato nei nostri computer 620.000.000 di dati cosiddetti «granulari», perché per ogni paziente abbiamo più informazioni singole».

Da impiegare come?

«Ha idea di quanta ricerca (la mia prima passione, l’ho affiancata da sempre all’attività clinica, perché come diceva il professor Umberto Veronesi, “dove si fa ricerca si cura meglio”) quanta sperimentazione, quanta innovazione si può portare sul terreno della prevenzione e delle terapie utilizzando questi cosiddetti Big Data?

Dati da mettere poi a disposizione della comunità medica per elaborare ad esempio modelli predittivi di insorgenza ed evoluzione delle malattie. Forse l’incidente sui numeri in cui è incappata una regione all’avanguardia come la Lombardia, se fossero stati condivisi in modo chiaro a tutti i livelli, si sarebbe potuto evitare. Di questo dovremmo discutere, in primis il decisore politico».

Non lo fa?

«Cosa deve pensare un cittadino quando pare che purtroppo tutte le attenzioni siano assorbite dalla ricerca di qualche voto in più in Parlamento?».

Peraltro solo per garantirsi una cadaverica sopravvivenza. Lei ha evocato la Lombardia. Parlando di regioni, da emigrato di lusso come le appare la situazione nella sua Calabria? La vicenda del commissario straordinario alla sanità è stata tragicomica.

«È la situazione nel Mezzogiorno a stringere il cuore, non solo la Calabria, purtroppo fanalino di coda.

Le segnalo una circostanza, e mi limito a pochi nomi di Roma: il professor Rocco Bellantone, direttore del governo clinico e preside della facoltà di medicina e chirurgia qui al Gemelli, è calabrese. Calabrese è il professor Francesco Cognetti, oncologo del Regina Elena. Aggiunga pure il mio nome, se vuole, ai tanti altri a Roma e in Italia. Com’ è possibile che una regione che esporta cervelli non l’interpelli mai? Certo, ogni nuovo presidente di Regione si fa vivo: «Datemi una mano». Noi ci dichiariamo ovviamente più che pronti, ma poi…».

Non succede alcunché?

«Già. Evidentemente c’è qualcosa che non funziona a livello politico, al di là degli schieramenti».

Jole Santelli (presidente della regione Calabria morta di cancro lo scorso ottobre a 51 anni) mi risulta fosse una sua paziente.

«Preferirei non parlarne, grazie. Anzi no, mi permetta solo di dire una cosa: le polemiche imbastite sulla sua grave patologia oncologica (Scambia non fa nomi, ma è evidente il riferimento al pentastellato Nicola Morra, quando se ne uscì con un surreale commento: «I calabresi sapevano che era malata ma se la sono votata lo stesso: è la democrazia», ndr) sono il sintomo dello scadimento e del degrado di un certo modo di fare politica, ammalata – questa sì, temo – in modo incurabile».