Temi identitari

(Giuseppe Di Maio) – Quando sono a Bruxelles raramente ho un’auto mia e viaggio per lo più con i mezzi pubblici. Gli autobus della De Lijn e della TEC che portano ad Alsemberg, a Waterloo e a Brain sono pieni di slave, sudamericane vocianti e qualche congolese. Gli sporadici belgi a bordo sono silenziosi, opachi, forse tristi, insomma come me, se non fosse per il colore del sole italiano sulla mia pelle. Dal Vivier d’oie all’ingresso di Sint-Genesius-Rode gli autobus si spopolano. Le servette sciamano per l’immenso quartiere di Uccle con le case perse tra le querce, i castagni e gli onnipresenti faggi del Bois de la Cambre e della Forêt de Soignes. Ieri, arrivato all’altezza di rue Alphonse XIII, l’ho imboccata come fanno le colf, e mi sono inoltrato tra le case eleganti che la fiancheggiano…

A mano a mano che m’avanzo, svanisce il rumore e il traffico della Chaussée. Le case sono sempre più belle. Sull’Appennino sporadicamente, sui monti dei Veneti di frequente, come pure nelle vie del centro di Bruxelles, le abitazioni notevoli e antiche hanno spesso un nome: certe volte il nome della famiglia, altre un nome proprio, come una barca, come una nave. In queste strade nessuna casa ha un nome. L’orgoglio dei proprietari è contenuto, inattivo. Essi non hanno bisogno dell’omaggio degli altri, né hanno bisogno di mostrare la loro ricchezza, qui la ricchezza si gode e basta. Il liberty, lo stile fiorito a cavallo dei secoli XIX e XX, in questo quartiere non è mai tramontato. Abbaglia il candore dei muri al tenero sole; nessun tetto è uguale all’altro. Ogni abitazione è rifinita con gusto, e nessun particolare è solo abbozzato, come nei cantieri eterni del sud italiano. Il paesaggio è da favola.

Mentre metto il piede su mucchi di ghiande cadute dalle grandi querce private (che per me sono ancora un segno di ricchezza al ricordo di mia zia orgogliosa delle sue raccolte per il maiale) la meraviglia lascia il passo a uno spirito contabile. Le decine di case di questa via, da 2 a 20 mln di euro e più secondo il mercato, le centinaia di tutte le strade vicine (con i nomi sonanti di Wellington, maresciallo Ney e Blücher), le migliaia di tutto il quartiere e le altre mille e mille dei quartieri confinanti di Linkebeek e Boitsfort, formano un insieme coeso. Una barriera che ricorda quella minacciosa del Vlaams Blok, la destra secessionista Belga che, come le leghe nostrane, combatte i poveri e la loro fame, il loro desiderio di avere una casa, un lavoro adeguatamente retribuito, un futuro per sé e per i loro figli.

Il segno della ricchezza del Belgio è che gli abitanti di questi quartieri sono numerosi, pure se non se ne vede nessuno per queste strade deserte. Ma dentro ci sono, e sono un popolo, un esercito pronto a marciare per reprimere le rivolte degli stranieri insediati in centro città ai piedi dello zoccolo continentale, dove cominciano il “Plat Pays” e la Fiandra. Sono pronti a scendere a Gessen coi carri falcati a imporre agli schiavi di fare mattoni senza paglia. L’ultima battaglia dei poveri con la polizia è stata per un adeguamento al costo della vita dell’assegno di disoccupazione. Ma chi abita queste case la guerra la combatte e la vince altrove. Nel “Palazzo della Nazione”, ad esempio. E, che siano cristiano-democratici, liberali o socialisti, che siano Fiamminghi oppure Valloni, sempre contengono le tasse sulle proprietà, sui capitali, sulle successioni. Come tutti in Europa cercano di far pesare il costo del loro Stato sul lavoro degli altri, sulla speranza dei miseri di potersi affrancare un giorno dalla schiavitù.

Ma il mio pensiero ragionieristico ha un sussulto. E in Italia? A quando una tassa sulla proprietà, sui denari, e una seria sulle successioni? Ricordo che un medico belga ricco di famiglia, in un ristorante del centro mi parlava della sua avversione per la tassa sulle auto di grossa cilindrata, adducendo una ragione diciamo: “turistica”, di orgoglio nazionale. Cioè che dopo questa tassa un visitatore straniero avrebbe visto solo macchinette in giro per la città. E sono allo stesso modo fantasiose le ragioni di coloro che da noi non vorrebbero una patrimoniale, perché, dicono: le tasse su quei beni sono state già pagate. Così difendono l’intoccabilità della proprietà privata, come se il loro beni facessero parte di un altro universo, come se le loro case non fossero fatte dei mattoni di Gessen, come se potessero appropriarsi del suolo, dell’aria e dell’acqua, del lavoro degli uomini, dei loro sogni e delle loro speranze. Cantano con orgoglio le proprie virtù, l’intelligenza e la furbizia loro, la costanza del proprio lavoro, e urlano libertà così come urlavano “giustizia” quando ne avevano bisogno. Ma dimenticano come hanno scacciato gli altri, come li hanno sfrattati dai benefici, e come li hanno derisi dopo averli rapinati.

Almeno qui in Belgio le tasse sono proporzionali, e quasi nulle per i redditi modesti. Ci sono quelle patrimoniali e di successione, con cui si finanzia da tempo uno stato sociale tra i migliori del mondo. E a nessuno verrebbe in mente di opporsi allo “chomage”, il reddito di disoccupazione, o a quello di indigenza (CPAS) gestito dai loro comuni. In Italia invece, per aver accreditato sul conto di un povero l’equivalente di uno scarpone da sci e permettergli un piatto da mettere a tavola, ha fatto sollevare migliaia di voci allarmate dalla gratuità della transazione. Voci che vorrebbero tornare presto all’ordine precedente: a quando non si pagavano tasse e non si era perseguiti, a quando i reati dei ricchi restavano impuniti, le concessioni non venivano revocate, il lavoro non aveva manco la speranza di essere giustamente retribuito, insomma, a quando ai poveri lo scarpone si poteva dare apertamente sul culo.

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