Roger Waters: “The Wall è mio, i Pink Floyd non lo meritano”

(MASSIMO COTTO – il Messaggero) – Il Muro, quello che tagliava in due Berlino e la Germania, era da poco crollato e ogni mattone che cadeva era un mattone per il futuro. Si sognava, in quel periodo a cavallo tra la fine degli Ottanta e l’inizio dei Novanta. Berlino, 21 luglio 1990. The Wall dei Pink Floyd (nell’intervista mi correggerà: «The Wall di Roger Waters») all’ombra del Muro che non c’è più. Uno spettacolo impossibile da dimenticare.

L’incontro con Waters avvenne qualche giorno prima dell’evento. Parlammo subito del valore simbolico di erigere quel muro dove ne era stato abbattuto un altro: sulla Potsdamerplatz, la terra di nessuno tra Berlino Est e Ovest, all’ombra della Porta di Brandeburgo e del Reichstag e a un tiro di biglia dal Checkpoint Charlie.

Volle precisare che non aveva organizzato lo show a Berlino per celebrare la vittoria del capitalismo sul socialismo. «Non è in questa luce che vedo gli ultimi eventi. L’abbattimento del muro simboleggia la liberazione dello spirito umano, non la supremazia dell’ovest sull’est e spero che la democrazia su cui i Paesi dell’est baseranno la loro libertà non sia modellata su quella inglese o americana, ma svedese e danese.

Sarebbe un errore immenso pensare che il merito della caduta dei muri, reali e metaforici, sia della cultura occidentale. L’unico vero eroe di questi ultimi anni è stato Gorbaciov.

Quanto è difficile annunciare a un popolo che tutto quello che il suo governo ha fatto negli ultimi anni è totalmente sbagliato e ha provocato non pochi danni? Sarebbe stato più semplice per lui rimanere ancorato ai dogmi dell’Unione Sovietica.

Di certo, la sua vita non ne avrebbe risentito; è stato per migliorare le vite altrui che si è sobbarcato un peso tremendo, perché ci saranno lentezze e pericoli sulla strada della libertà. E forse qualcuno arriverà persino a rimpiangere i vecchi tempi, quando c’era la dittatura e la qualità della vita era pessima, però c’era da mangiare per tutti. In Russia, stanno per arrivare giorni terribili. Speriamo resistano.

Tra pochi anni, se tengono duro, saranno un grande popolo». Profetico, senza dubbio. Prima di Berlino aveva preso in considerazione altri luoghi: Wall Street, le Montagne Rocciose, il Gran Canyon, persino il deserto australiano. «Avevamo bisogno di un luogo che garantisse la realizzazione di un evento spettacolare. Quando abbiamo cominciato a riflettere, ci siamo subito resi conto che nessun luogo sarebbe stato più evocativo, suggestivo e spettacolare del luogo dov’ era stato abbattuto il Muro.

E anche se l’idea originale di The Wall non aveva nulla a che fare con il Muro di Berlino, abbiamo pensato che per la gente potesse essere una fantastica sovrapposizione. Naturalmente, siamo stati costretti a cambiare tante cose. L’insegnante, in origine, doveva essere una marionetta, ma non era possibile, su una scala così grossa, trovare un’impalcatura per appenderla.

Così ho fatto costruire un pupazzo gonfiabile di 12 metri d’altezza e un’apertura delle braccia di 32 metri. Solo la testa occupa 15 metri di spazio. La preoccupazione principale era consentire a chi si trovava a 300 metri dal palco di apprezzare egualmente ogni passaggio dello show. Anche per questo, e non solo per dare un ulteriore tocco di spettacolarità, faremo alzare elicotteri veri, anziché far ascoltare semplicemente il loro suono registrato».

Gli domandai se in qualche modo, The Wall fosse stata la causa della separazione dai Pink Floyd, visto che era prevalentemente opera sua. La risposta fu tranchant. «Lei sbaglia: The Wall è interamente opera mia. I Pink Floyd, o quel che resta di loro, non hanno una sola oncia di merito. È passata alla storia come un’opera dei Pink Floyd perché all’epoca facevo parte di quel gruppo. Questo è tutto.

Uno dei motivi per cui abbiamo preso strade diverse è che loro amavano dire noi quando avrebbero dovuto più correttamente dire lui». L’idea di costruire un muro sul palco tra l’artista e il pubblico venne a Waters nel 1977, durante un concerto allo stadio olimpico di Montreal. «Ero disgustato dall’idea di dover continuare a suonare negli stadi. Provavo letteralmente nausea. Mi rendevo conto che agli altri tre importava poco o nulla della gente, stavamo insieme e suonavamo per i soldi.

Come marito e moglie evitano spesso di separarsi per via dei bambini, i membri di una band evitano di andare ognuno per la propria strada per continuare a guadagnare più denaro possibile. I Pink Floyd hanno concluso la loro carriera perché non riconosco come Pink Floyd l’unione degli altri tre con almeno dieci anni di ritardo. Dovevano sciogliersi molto prima perché non dividevano più nulla, né musicalmente né filosoficamente. Non comunicavano più tra loro e neanche con la gente».

Quella sera, a Montreal, Waters perse la testa. «C’era un ragazzo nelle prime file che si muoveva in continuazione, mi disturbava. In realtà, come le dicevo, ero io a essere disturbato. Lo chiamai, gli feci cenno di avvicinarsi. Lui, incuriosito e credo felice, si spostò fin sotto al palco.

Quando fu molto vicino, gli sputai in faccia. Subito dopo mi resi conto della gravità del mio gesto. Insomma, ero impazzito anch’ io, avevo inconsciamente eretto un muro che mi separava dal mondo e dalle persone. Così sviluppai quel concetto e, in capo a due anni, nacque The Wall, interamente basato sui miei demoni e sulle mie paure».

Quando Waters ebbe chiara la sensazione di essere l’unica anima creativa dei Pink Floyd decise di separare le strade. «Gli altri, a partire da David Gilmour, erano dei semplici comprimari che andavano a ruota. E allora, meglio mollare. So che abbiamo diviso i nostri fan in due schieramenti: chi è dalla mia parte e chi dalla loro. Il tempo dirà. Non ci sopportavamo più. Forse non ci siamo mai sopportati».

Ci salutammo con una sua speranza, che Berlino potesse diventare l’apertura a un Nuovo Mondo e la nascita di un Nuovo Modo. «È molto sciocco ripassare le pagine di storia del Novecento per gettare la croce addosso ai tedeschi: Quello che è successo nel 1914 e nel 1939 è stata colpa loro, è un popolo di cui non ci potrà mai fidare, combineranno sempre guai blah blah blah.

Il nazionalismo è l’arma più a buon mercato che i politici possono acquistare nei negozi per far presa sulla gente, per impressionare i creduloni o gli ingenui. Comportarsi da buon samaritano sembrava, fino a poco tempo fa, patetico e fuori dal tempo, ma i figli dell’ultima generazione hanno capito che non si devono commettere gli stessi errori del passato, anche a ruoli invertiti. Berlino può davvero essere il blocco di partenza per una corsa verso il domani».

Categorie:Cronaca, Mondo, Musica

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1 reply

  1. Apprezzabile intervista che rievoca fatti ormai stranoti, complimenti a Massimo Cotto per aver tirato fuori lo scoop dopo appena trent’anni di elaborazione.

    Quello che non capisco è che senso abbia tirare fuori adesso questa storia: non è l’anniversario nè del concerto nè della caduta del muro, non è morto nessuno, ultimamente non si è parlato per nessun motivo particolare di quello che resta, a mio avviso, uno dei migliori concerti live di tutta la storia della musica, se non il migliore in assoluto (con le dovute proporzioni, è come vedere L’Aida con lo sfondo delle vere piramidi, diretta da Verdi in persona). Non c’è nessun motivo:oggi gli andava così.
    Grazie comunque.

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