Per i liberal-chic, i licenziamenti sono l’igiene del mondo: il loro

(di Daniela Ranieri – Il Fatto Quotidiano) – C’è un’invasione. Su Repubblica, il giornale dei progressisti, Tito Boeri boccia il blocco dei licenziamenti disposto dal governo per la crisi post-Covid, prodromo a suo dire di un “licenziamento dei licenziamenti” che ci renderà uguali alla Corea del Nord.

Le aziende, dice Boeri, congelano le assunzioni, non rinnovano i contratti a tempo determinato e soprattutto “vivono una grande stagione di incertezza sul loro futuro”.

Vero; mentre è noto che il lavoratore licenziato vive una grande stagione di certezza sul futuro, quella di morire di stenti; ma che sono quei musi lunghi?

Su con la vita! Bisogna sapersi rinnovare, rimettersi sul mercato, reinventarsi, da tornitori diventare copywriter, da sarte rider delle pizze (è una nostra inferenza: i lavoratori Boeri nemmeno li nomina).

Anche perché, parliamoci chiaro: il Reddito di cittadinanza e quello di emergenza “per chi viene per legge tenuto fuori dal mercato del lavoro dal divieto di licenziamento” (sic) sono il vero flagello d’Italia.

Volete che la gente lavori e sopravviva? Licenziatela e toglietele i mezzi di sussistenza. Il licenziamento per i liberali del terzo millennio è ciò che era la guerra per i futuristi del Novecento: l’igiene del mondo.

Lo conferma Federico Rampini a Stasera Italia, dove già Cottarelli aveva decretato di cacciare il presidente dell’Inps per improduttività.

Dal suo studio climatizzato con vista Central Park, presumibilmente nella posizione del loto (l’inquadratura è a mezzobusto), Rampini sputa veleno: “Bisogna fa-re pu-li-zi-a in un mondo di sa-bo-ta-to-ri della rinascita italiana (li deportiamo? ndr), si sono fatti il lockdown a casa! Questi già non facevano un lavoro intelligente prima, hanno lavorato ancora peggio… un alibi per un esercito di lazzaroni, a loro lo stipendio non glielo nega mai nessuno!”.

Non si sa di quali dati si avvalga il prestigioso studio di Rampini: bisogna fare a fidarsi. E sentiste come pronuncia “improduttività”: ogni consonante è una frustata meritocratica.

La vibrata invettiva ha scatenato i meglio darwinisti sociali e competitivisti di Twitter, quelli per i quali la povertà è colpa dei poveri e se i ricchi diventano più ricchi ne beneficiamo tutti, come del resto la Storia ha ampiamente dimostrato.

Intanto il sindaco Sala, quello del grido “Milano non si ferma” in simultanea con Confindustria e col non fermarsi dei focolai letali, ha autorevolmente spiegato che “l’effetto grotta per cui siamo a casa e prendiamo lo stipendio ha i suoi pericoli”.

Naturalmente i pericoli sono per i ristoratori e i commercianti del centro, privati della clientela della pausa pranzo (lavora, consuma, crepa), gli stessi che commissionarono il video epilettico che lui gaiamente diffuse per invogliare la gente alla promiscuità.

Prevedibilmente, da tutti costoro e dai giornali che li ospitano nemmeno una parola sui ladri padroni delle imprese private che hanno finto la cassa integrazione continuando a far lavorare i dipendenti e razziando soldi pubblici: quelli sono eroi della ripresa.

Ricapitolando: se proprio i lavoratori non vogliono essere licenziati, o se godono di uno stipendio in (finta) cassa integrazione, che almeno si rechino al lavoro (invece di pagarsi da soli corrente, connessione, pc, cancelleria etc.), e magari, se ci tengono tanto alla Patria, che si contagino (gravando sui conti pubblici per circa 3.000 euro al giorno in terapia intensiva, ma queste sono sottigliezze per perditempo).

Col loro sacrificio, vero collante della solidarietà nazionale, potremmo ammortizzare il lato emotivo e retributivo della crisi facendone degli eroi.

Aveva ragione Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del pianeta: “La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi” (ma non è detta l’ultima parola, aggiungiamo noi, quindi occhio).

9 replies

  1. (Non riesco a entrare in empatia con chi non abbia almeno qualche milione in banca)
    La teoria degli universi paralleli e ben distinti, tali devono rimanere, guai.

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  2. Se invece di misurare il pil delle persone se ne misurasse la felicità ci sarebbero grosse sorprese.
    Persone che pensano che il pianeta migliorerebbe se ne venisse sterminata in modo politicamente corretto una parte, scopriremmo che sono quelli più infelici di tutti, e non, come suggerirebbe la loro ricchezza, i più felici.
    Magari è banale dirlo (aghi, cammelli … roba nota da tempo), ma i soldi non fanno la felicità, anzi, oltre una certa misura paradossalmente la ostacolano..

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  3. Il discorso non farebbe una piega, sè a tutelare i lavoratori fosse lo stato.
    Invece lo stato non tutela nessuno (salvo negri clandestini) e poi scarica sui privati il costo e l’onere di rimediare ai propri obbrobri.
    Con privati, ovviamente non intendo i ‘paperoni’, a cui il PD ha sottratto l’onere di pagare in base alle proprie capacità (poche briciole una tantum), intendo quelli che lavorano e impegnano soldi e capacità proprie, guadagnate con fatica (e non prestate dai vari ‘Monti dei Paschi’ e poi non restituiti. A proposito, che fine ha fatto la lista? Già dimenticata?).
    E così, i liberal-chic, ossia ricchi di stato e dirigenti (comunisti-neo liberisti), dedicano il loro tempo ad azioni più incisive, come la lotta al raxismo, al faxismo, alla difesa delle minoranze (gay, lesbiche, gerontofile, coprofaghe, e feticiste di vari generi e fogge), e all’importazione di bassa manovalanza, che poi chi lavora, dovrà mantenere, insieme al sempre più cospicuo stuolo di disoccupati.
    E mica tocca allo stato, occuparsi della maggioranza! Il popolusmo… che ovvove!

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    • Anche stavolta concordo in buona parte… “Paperoni” a parte, non sarei però così affermativo riguardo “quelli che lavorano e impegnano soldi e capacità proprie (cit.)”, in quanto anche tra una buona parte di loro (lascio ad libitum il calcolo della percentuale…) si nasconde, e nemmeno ormai più tanto, il classico “prenditore”, che differisce dai “paperoni” solamente per una questione quantitativa, non specifica: per essere IMprenditore (o “datore” e non “ricevitore”), che nessuno ha costretto con la pistola puntata alla tempia, bisognerebbe aver ben presente che il creare lavoro deve, in primis et ante omnia, essere un’azione filantropica e sociale, non singolare e di convenienza, che peraltro non deve mancare in assoluto, ovvio.
      Creare lavoro significa assumersi delle responsabilità ben precise di fronte alla collettività, che devono essere, sì, ben remunerate per la gravità che implicano, ma che non si devono eludere quando l’aspetto della convenienza viene a mancare: si ha a che fare, oltre che con la propria, anche con la vita di altre persone che non sono e non devono assolutamente essere considerate delle “risorse” (di passata, è curioso constatare come il sostantivo che designava i lavoratori di un ente/ditta, “personale”, evocante ancora un soggetto, sia stato trasformato in “risorse umane”, declassandoli così ad “attributi”…).
      Lo Stato, questa entità iperuranica (che cosa sarebbe poi mai, in fondo, il “pubblico” se non una collettività di privati?), deve sì saper tutelare le emergenze del caso, ma solo quando il singolo privato non ha più le forze per far fronte all’emergenza, non automaticamente, per una sorta di responsabilità deontologica, quando fa finta o quando gli viene a mancare minimamente il tenore di vita che si poteva permettere in condizioni di vacche grasse! Non si sente forse dire spesso “a me non conviene più, chi me lo fa fare?” Ecco, questo è il sintomo più eclatante dell’inconsapevolezza della giusta causa che avrebbe dovuto guidare l’intrapresa… Non stiamo poi qui a disquisire sul fatto che anche l’iperuranio statale sarebbe formato dalle stesse persone che abbiamo chiamato “prenditori”, perché non si finirebbe più; diciamo solo che questo dimostra, nel bene e nel male, che l’astrazione che produce la distinzione tra pubblico e privato non è altro che un “en rationis” avulso dalla realtà, che è fatta semplicemente di persone senza nessuna connotazione che, sotto questo aspetto, le possa veramente distinguere in modo netto.

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  4. Il Megadirettore Galattico Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam e la sua grande amica, la Contessa Pia Serbelloni Casellati
    Mazzanti Vien-dal-mare ringraziano sentitamente per le esternazioni di questi ultimi loro fan che si sono aggiunti alla lunga lista
    di coloro che, pur essendo “inferiori” per nascita e censo, non disdegnano di ergersi a loro paladini in ogni possibile occasione.

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  5. Anche stavolta concordo in buona parte… “Paperoni” a parte, non sarei però così affermativo riguardo “quelli che lavorano e impegnano soldi e capacità proprie (cit.)”, in quanto anche tra una buona parte di loro (lascio ad libitum il calcolo della percentuale…) si nasconde, e nemmeno ormai più tanto, il classico “prenditore”, che differisce dai “paperoni” solamente per una questione quantitativa, non specifica: per essere IMprenditore (o “datore” e non “ricevitore”), che nessuno ha costretto con la pistola puntata alla tempia, bisognerebbe aver ben presente che il creare lavoro deve, in primis et ante omnia, essere un’azione filantropica e sociale, non singolare e di convenienza, che peraltro non deve mancare in assoluto, ovvio.
    Creare lavoro significa assumersi delle responsabilità ben precise di fronte alla collettività, che devono essere, sì, ben remunerate per la gravità che implicano, ma che non si devono eludere quando l’aspetto della convenienza viene a mancare: si ha a che fare, oltre che con la propria, anche con la vita di altre persone che non sono e non devono assolutamente essere considerate delle “risorse” (di passata, è curioso constatare come il sostantivo che designava i lavoratori di un ente/ditta, “personale”, evocante ancora un soggetto, sia stato trasformato in “risorse umane”, declassandoli così ad “attributi”…).
    Lo Stato, questa entità iperuranica (che cosa sarebbe poi mai, in fondo, il “pubblico” se non una collettività di privati?), deve sì saper tutelare le emergenze del caso, ma solo quando il singolo privato non ha più le forze per far fronte all’emergenza, non automaticamente, per una sorta di responsabilità deontologica, quando fa finta o quando gli viene a mancare minimamente il tenore di vita che si poteva permettere in condizioni di vacche grasse! Non si sente forse dire spesso “a me non conviene più, chi me lo fa fare?” Ecco, questo è il sintomo più eclatante dell’inconsapevolezza della giusta causa che avrebbe dovuto guidare l’intrapresa… Non stiamo poi qui a disquisire sul fatto che anche l’iperuranio statale sarebbe formato dalle stesse persone che abbiamo chiamato “prenditori”, perché non si finirebbe più; diciamo solo che questo dimostra, nel bene e nel male, che l’astrazione che produce la distinzione tra pubblico e privato non è altro che un “en rationis” avulso dalla realtà, che è fatta semplicemente di persone senza nessuna connotazione che, sotto questo aspetto, le possa veramente distinguere in modo netto.

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  6. Se poteva lavorare il percettore di RDC non si capisce perché il cassintegrato debba stare a casa. Ci sono paesi del sud in cui fino a pochi anni fa ho visto lavorare i bambini sotto i dieci anni, senza frusta né con eccessi di fatica sia chiaro, magari riempendo le buste drlla spesa alle signore, ma il figlio del fruttivendolo pretende mica di fare le vacanze al mare?

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