(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Qual è l’etica, diciamo così, che sta dietro alla mossa dell’imprenditore Leonardo Maria Del Vecchio, erede multimilionario del fondatore di Luxottica, di lanciare un’offerta di acquisto del nostro giornale, previo “esito positivo della due diligence”, cioè dopo aver spulciato (e reso noti anche ai non addetti ai lavori) i conti della società? Non stiamo parlando della ragione più ovvia, infatti rimarcata dai giornali padronali con malcelato compiacimento, che consisterebbe nella capacità di controllare la nostra linea editoriale al fine di impedirci di scrivere articoli in grado di rovinargli il nome, la reputazione e gli introiti (entità che in alcuni individui coincidono totalmente); bensì del tentativo di corromperci. Diciamo corromperci non in senso giuridico, ma tecnico: Del Vecchio sa che poco più del 50% di Seif è detenuto dai soci fondatori (Marco Travaglio, Antonio Padellaro, Peter Gomez, Marco Lillo, l’ad Cinzia Monteverdi e altri), i quali peraltro gli hanno subito fatto sapere di non essere interessati all’acquisto; lui punta a ingolosire con 7 bei milioncini i soci della percentuale restante, che vede come una prateria di scorribande azionarie. Qui non si tratta solo della compulsione a comprare e a possedere; si tratta di seminare zizzania al fine di minare alle fondamenta il nostro statuto etico e la nostra singolarità nel panorama editoriale italiano.

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Se il padroncino Del Vecchio avesse ritenuto falsi gli articoli del Fatto che riguardavano i debiti della sua società Lmdv Capital (che, leggiamo sul sito, “supporta startup innovative e imprenditori visionari”: boh) più i suoi personali per centinaia di milioni (lui sostiene siano in totale solo 950 milioni, e chi non ne ha?) e quelli in cui riportavamo le accuse rivoltegli dal New York Times di aver commissionato una campagna web per screditare la sua ex compagna, la stessa che – secondo i pm di Milano che indagano su Equalize – avrebbe tentato di far dossierare, ci avrebbe semplicemente fatto causa.

Ricorderete la maxi-causa civile per 250 milioni di dollari depositata presso la Corte Distrettuale di New York dall’imprenditore Giuseppe Cipriani e dalla sua compagna Nicole Minetti, graziata dal presidente Mattarella in gran segreto (al fine di tutelare, si disse allora, la privacy del bambino che la coppia ha adottato).

[…] Ecco, Del Vecchio avrebbe potuto seguire il metodo Cipriani, con lo scopo dichiarato dallo stesso figlio del fondatore dell’Harry’s Bar di “farci chiudere”. I nostri articoli hanno causato, secondo Cipriani, una “interferenza illecita con (suoi, ndr) rapporti commerciali futuri”, in particolare un ritardo nella chiusura “di una rilevante operazione da 50 milioni di dollari” per le “perplessità di uno dei finanziatori”. Non si tratta di reputazione, ma di soldi e di mancati introiti, e la causa, chiaramente una lite temeraria intimidatoria (in gergo Slapp, Strategic Lawsuit Against Public Participation), serve a tenere impegnato in un estenuante e costoso procedimento giudiziario l’unico giornale che è andato a verificare, senza mandati da nessun padrone, se veramente la Minetti avesse “cambiato vita” e si fosse redenta rispetto agli anni del bunga-bunga, che poi era la motivazione della grazia concessa dal presidente della Repubblica. Del Vecchio fa un passo avanti: non si affida alla giustizia, forse perché sa bene di non essere stato diffamato, ma dapprima all’ingiuria (per lui siamo “ratti”, oltre che il “Falso Quotidiano”, lo spiritosissimo insulto inventato e diffuso da quel genio del calembour di Renzi); poi, dopo aver preso atto che nella comunicazione giovanilistico-informale che ha deciso di assumere dopo la disastrosa ospitata a Otto e mezzo non è esattamente un campione, ha deciso di maneggiare le armi con cui ha dimestichezza sin dalla culla, cioè i soldi, e puntare al cuore del nostro azionariato.

A quel punto dettare la nostra linea editoriale sarebbe superfluo, e soprattutto gli richiederebbe altre risorse finanziarie, oltre che l’acquisizione di competenze di natura giornalistica e istituzionale che forse non ha, anche solo per capire se l’Italia è una Repubblica parlamentare o presidenziale, o magari una monarchia o un emirato: il fatto stesso di averci comprati sarebbe la linea editoriale. Ogni nostra inchiesta sul panorama imprenditoriale italiano sarebbe screditata ancor prima di finire in pagina; ogni nostro articolo sui legami incestuosi tra la stampa e gli editori impuri, che magari sono anche parlamentari della Repubblica come Angelucci, finirebbe in burletta. Stupisce, ma neanche tanto, il tono neutrale, in alcuni casi ilare, con cui giornali e giornalisti sedicenti liberali hanno commentato la notizia. È il caso che comincino a intervistarlo come fa Fedez: Del Vecchio sta facendo il lavoro sporco anche per loro.