Non ho mai attribuito al presidente del Senato responsabilità penali per l’omicidio Marino, non risultando una sua condanna per quel delitto. Rivendico però il diritto di esaminare e ricordare (con le carte alla mano) il ruolo politico che ebbe nella destra missina milanese. Perché la storia non coincide con il casellario giudiziale

(Michela Ponzani – editorialedomani.it) – Gli storici sono come i medici e quando una società si ammala di amnesia, tocca a loro riconoscerne i sintomi. Distinguere i fatti dalle leggende, la memoria dalla propaganda, le responsabilità dalle autoassoluzioni. Naturalmente la diagnosi non sempre piace. Soprattutto quando il paziente occupa uno scranno istituzionale e preferirebbe sentirsi dire che il proprio passato gode di ottima salute. Peccato però che gli archivi storici, chiamati a custodire il nostro passato, non siano alla mercè dei potenti di turno.

E così, nell’Italia del 2026, il Presidente del Senato Ignazio La Russa pretende le mie scuse (peraltro da “signora”, non da docente universitaria) per aver ricordato nel programma televisivo Otto e mezzo, il Giovedì nero di Milano del 12 aprile 1973. Una manifestazione missina vietata dalle autorità della prefettura, gli scontri, una bomba a mano che uccide con un colpo in pieno petto, l’agente di polizia Antonio Marino, di appena ventidue anni.
La mia imperdonabile colpa? Aver posto una semplice domanda: quale trattamento sarebbe stato riservato ai protagonisti delle manifestazioni violente degli anni Settanta se fossero state applicate loro le misure di sicurezza che oggi la destra invoca, con fermezza, contro chi protesta? Le domande, si sa, hanno questo inconveniente: non sempre consentono risposte rassicuranti.

Ma Marc Bloch, che pagò con la vita la sua scelta di libertà contro la tirannia nazista, ci ha insegnato che lo storico non è un giudice incaricato di distribuire assoluzioni e condanne. Il suo compito è comprendere. E comprendere significa anzitutto interrogare le fonti, contestualizzare le azioni, ricostruire le responsabilità, le culture politiche, le appartenenze, i linguaggi della violenza. Senza piegare il passato alle convenienze del presente.
Per questo non ho mai attribuito a Ignazio La Russa responsabilità penali per l’omicidio Marino, non risultando una sua condanna per quel delitto. Rivendico però il diritto di esaminare e ricordare (con le carte alla mano) il ruolo politico che ebbe nella destra missina milanese. Perché la storia non coincide con il casellario giudiziale. E l’assenza di una condanna non equivale all’inesistenza di un passato. Del resto basta entrare in un archivio.
I fatti
Già il 13 aprile 1973 l’Unità pubblicava in prima pagina la notizia dell’uccisione dell’agente Marino, accompagnata da una fotografia che ancora oggi restituisce tutta la brutalità di quella giornata. Altre immagini documentano la mobilitazione missina, mentre le cronache dell’epoca ricostruiscono il ruolo dei dirigenti del Fronte della Gioventù. Ma soprattutto esistono gli atti giudiziari, conservati e resi consultabili on line dall’Archivio Flamigni.
Nella sentenza istruttoria del Tribunale di Milano, procedimento n. 2278/73-A, compare il nome di Ignazio La Russa, indicato come responsabile del Fronte della Gioventù milanese. L’atto riporta una contestazione relativa alla promozione dei disordini del 12 aprile e all’incitamento dei militanti a raggiungere piazza Tricolore, nonostante il divieto del comizio missino. Ovviamente si tratta di contestazioni istruttorie, non di condanne. Una distinzione che considero indispensabile. Anche perché il rigore dello storico consiste anche nel riconoscere ciò che le fonti non consentono di affermare.

Ma quelle carte esistono. E non diventano meno autentiche perché la loro lettura può risultare sgradevole a chi oggi ricopre un’alta carica della Repubblica. Come noto, il 27 maggio 1975 la Corte d’assise di Milano condannò Vittorio Loi a ventitré anni, Maurizio Murelli a vent’anni e Nico Azzi a tre anni. Le pene furono successivamente ridotte in appello e confermate dalla Cassazione nel febbraio 1978.
Un processo costellato di fatti inquietanti come l’incendio nel palazzo di Giustizia di Milano che la notte tra il 4 e il 5 ottobre 1977, distrusse parte degli atti di alcuni processuali, compreso quello contro Loi e Murelli. Documenti unici, frammenti di verità giudiziaria, consegnati per sempre alla cenere. È anche per questo che gli archivi non sono mausolei ma luoghi essenziali della democrazia, nei quali la società continua a interrogare sé stessa.
Trovo dunque singolare che il presidente del Senato abbia scelto di rispondere alle mie parole annunciando un’azione giudiziaria. E ancora più singolare (mi sia concesso) è il riferimento al «monitoraggio» delle dichiarazioni altrui. Come a dire, “colpirne uno per educarne cento”.

Monitoraggio. George Orwell, col suo 1984, ci aveva del resto avvertito: «Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato». La storia, però, non è un ufficio stampa al servizio del potere e gli storici non sono tenuti a chiedere scusa perché un fatto documentato risulta politicamente scomodo. Se una mia ricostruzione è sbagliata, la si confuti. Si producano documenti, si confrontino le fonti. È così che si affronta una controversia storica in una democrazia. Non chiedendo allo studioso un gesto di contrizione.
Dunque, presidente La Russa, lei ha tutto il diritto di difendere la propria reputazione, (diritto peraltro concesso a qualsiasi altro cittadino, persino a una “signora” come me). Come storica però io ho anche un dovere professionale, ovvero quello di interrogare il passato, anche quando riguarda le più alte cariche dello Stato. Erano, un tempo, i sovrani a pretendere genealogie impeccabili e cronache rispettose. E gli storici di corte (scribacchini proni al potere) avevano il compito di celebrare, non di interrogare. Così le biografie dei potenti venivano aggiustate, le sconfitte trasformate in vittorie, le responsabilità dissolte nella retorica della ragion di Stato.
La Repubblica italiana, fortunatamente, è nata per rompere con quella tradizione. Non è un caso che l’articolo 33 della Costituzione stabilisca che l’arte e la scienza siano libere e libero ne sia l’insegnamento. E attenzione, non si tratta di una concessione graziosamente accordata agli studiosi. Ma di una garanzia costituzionale, conquistata dopo vent’anni di dittatura, durante i quali anche la storia era stata trasformata in uno strumento di educazione all’obbedienza.
«Da sudditi siamo diventati cittadini», diceva Teresa Mattei, partigiana e madre costituente. «Perché abbiamo strappato la sovranità a un re traditore, a una casa Savoia traditrice e ce la siamo ripresa. Da quel giorno ognuno di noi è depositario di un pezzetto di sovranità».
Ecco il punto. Quella sovranità non fu riconquistata perché qualcuno potesse tornare a esercitarla come un privilegio personale, come se ci trovassimo nell’anticamera di un sovrano, in attesa di essere ammessi al suo cospetto, magari col capo cosparso di cenere, pronti a implorare clemenza per aver turbato la quiete di Sua Eccellenza. Quella sovranità fu conquistata affinché nessun cittadino dovesse più chiedere il permesso di pensare, di parlare, di studiare.
E soprattutto di ricordare. Perché i sovrani passano e i presidenti anche. La storia, invece, resta. E non chiederà mai il permesso di essere raccontata. Nemmeno ai potenti di turno.
Essenziale, precisa, esaustiva, semplicemente perfetta. Grazie
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ebbene noi siamo questi ricordiamo la storia anche quando ci querelano
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La legge mette tutti i cittadini sullo stesso piano se tu politico hai il diritto di querela per te in seguito l’ immunita’ non deve valere 🤔
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Questi di Colle Oppio hanno passato anni a combattere il sistema che li teneva giustamente ai margini, e ora che miracolosamente sono al potere sono i più intolleranti contro chi protesta pacificamente e vieppiú contro quelli che usano i loro metodi violenti, dovrebbero tacere invece di minacciare querele facendo un autogol comunicativo. Fortunatamente sono ignoranti!
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Lorenzo Tosa
Stasera, a Otto e mezzo, Lilli Gruber ha chiesto a Michela Ponzani se avesse intenzione di scusarsi con il Presidente del Senato Ignazio Benito Maria La Russa che aveva promesso di ritirare la querela in cambio delle scuse della “signora Ponzani” (l’ha chiamata propro così: signora Ponzani).
E lei non solo non si è scusata con La Russa, figuriamoci, ma ha tirato fuori questa risposta monumentale come storica e pure come donna:
“La professoressa Ponzani non ha nessuna intenzione di scusarsi con il signor Presidente del Senato. E ho già sentito il mio avvocato Fabio Anselmo per tutelare le mie ragioni, la mia onorabilità e la mia professionalità.
Anzi, vorrei ricordare al Presidente del Senato della Repubblica italiana che i titoli accademici non si ereditano come titoli nobiliari: costano tanta fatica, e per le donne è ancora più faticoso raggiungere certe vette. Quindi io pretendo che mi si riconosca almeno il titolo di professoressa universitaria!
Ignazio La Russa era coinvolto in quella manifestazione del 1973 in quanto era a capo di un corteo che era stato vietato dal prefetto per motivi di ordine pubblico.
Se l’onorevole La Russa vuole querelare me semplicemente per aver ricordato un fatto storico, deve querelare anche tutti gli autori di libri che parlano di questo fatto, deve querelar l’archivio centrale che conserva ancora la documentazione della questura di Milano, deve querelare i giornali dell’epoca che riportano fedeli le cronache di quel che accadde.
I fascisti del Movimento Sociale e del Fronte della Gioventù, di cui La Russa era segretario, devastarono Milano con incidenti gravissimi. Quella manifestazione non era autorizzata, e venne ucciso un agente di polizia di 22 anni.
Io non ho detto che fu La Russa ad avere la responsabilità nell’omicidio: ho detto che era presente a quella manifestazione.
Se si vuol negare la Storia, spiace dirlo per chi pensa di essere tornato ai tempi delle monarchie assolute, ma gli storici nelle democrazie non hanno il compito di celebrare il potere, devono casomai smontare le narrazioni di comodo.
Questo è il nostro mestiere e io continuerò a farlo con tutti i mezzi a mia disposizione”.
Le aveva chiesto di rispondere. Non di demolirlo.
👏👏👏
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Lapidaria questa risposta in tv. Meglio dell’articolo.
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“gli storici nelle democrazie non hanno il compito di celebrare il potere, devono casomai smontare le narrazioni di comodo” questo è vero se hanno la schiena dritta come la dott.ssa Ponzani, e andrebbe ricordato a certi suoi colleghi come il Mieli
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La Russa fa benissimo a querelare la “signora” Ponzani.
Lui infatti incassa subito visibilità e onorabilità praticamente gratis. Certo che chiederà a un collega, ma volendo potrebbe fare da se essendo lui stesso avvocato. Insomma: tanta resa per poca spesa.
E poi? non c’è poi. Il popolo di criceti dalla memoria brevissima che siamo ignorerà l’evolversi della vicenda, quando in tribunale il La Russa farà l’ennesima figura di palta. A chi interesserà?
Del resto, non essendoci uno scotto da pagare per le liti temerarie avrà agio di buttarla in caciara, con la carta sempre buona della toga rossa che non gli ha dato ragione.
Ribadisco: azione razionale quella di La Russa. Al suo posto avrei fatto lo stesso
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Ponzani, “le ricordo che non tutti gli italiani sono cretini” (cit. Guido Carli).
Il suo non è stato l’intervento della “professoressa Ponzani” storica che analizza un fatto storico (reale), ma un intervento politico della “signora Ponzani”, con le sue legittime posizioni politiche, che ha usato il fatto storico per esprimere una critica politica ad un decreto del Governo. Quindi, non usi a sproposito la sua posizione accademica ché poi presta il fianco a chi la chiama, giustamente, “signora”.
Ciò detto, il “signor La Russa” è un uomo che freme dalla voglia di parlare a modo suo, ma non può farlo perché è il “Presidente La Russa”. E quando uno freme sempre, ogni tanto gli scappa la frizione.
Gli sarebbe bastato scrivere/dichiarare quel che ho scritto io qui sopra per sistemarla a dovere (e non è escluso che lo faccia come uscita strategica). Non mi sembra che lei valga una querela, fosse anche stata da querelare.
E detto anche questo, se avessero arrestato chi compì quegli atti a suo tempo avrebbero fatto solo bene. Ci fosse stato in mezzo anche il “giovanotto La Russa”.
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A me non pare proprio che la Professoressa abbia fatto un intervento politico. E anche se fosse, rimane Professoressa.
I responsabili dell’omicidio sono stati presi e condannati.
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Basti pensare che questo è l’attuale Presidente del Senato….
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Basti pensare che questo è l’attuale Presidente del Senato….
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