
(Raffaele Pengue) – Da giorni arrivano sui social segnalazioni di proteste e mobilitazioni che coinvolgono agricoltori, autotrasportatori e operatori di altri settori produttivi. Al centro della rabbia c’è un problema concreto: il costo del carburante, insieme all’aumento delle spese di gestione, che rende sempre più difficile mandare avanti un’attività economica. Per chi lavora con un trattore o un camion, il gasolio non è un lusso da cui si possa prescindere: è uno strumento indispensabile per produrre, trasportare e garantire servizi.
Diverse regioni del Sud sono attraversate dall’inizio di ottobre da un’ondata di proteste, eppure molti cittadini, scorrendo i social, hanno la netta sensazione che il Paese ufficiale non ne parli. Mentre circolano video, testimonianze e appelli, non trovano un riscontro altrettanto visibile nei principali telegiornali e sulle testate nazionali. Perché notizie che riguardano il costo della vita, il lavoro e la circolazione delle merci sembrano avere uno spazio limitato rispetto alla loro importanza? La domanda è legittima e va presa sul serio. Ma bisogna chiamare le cose con il loro nome: non siamo davanti a un muro di silenzio, siamo davanti a una notizia che fatica a diventare «la» notizia. La differenza non è sottile, e capirla è l’unico modo per capire che cosa non funziona.
Primo motivo: una protesta senza bandiera. I grandi scioperi hanno una sigla, una data, un portavoce, una piattaforma. Questa mobilitazione è un mosaico: presidi spontanei in Campania e Puglia, scioperi di categoria in Calabria e Basilicata, iniziative dei pescatori, sit-in a Roma. Per una redazione, un fenomeno senza un volto e senza un unico appuntamento è più difficile da titolare. Si racconta il singolo blocco, quasi mai il quadro d’insieme, ed è proprio questo che manca al lettore.
Secondo motivo: la logica delle notizie. I media tendono a premiare ciò che si vede e coinvolge subito tutti: lo scaffale vuoto, l’autostrada chiusa, il distributore senza benzina. Finché il disagio resta locale, la protesta viene trattata come cronaca territoriale. Quando arriverà alle tavole e alle pompe di tutta Italia, diventerà improvvisamente «emergenza nazionale». È il difetto di un’informazione che arriva dopo, a effetti ormai ingestibili, invece di spiegare prima le cause.
Terzo motivo: la distanza geografica e sociale. Le redazioni principali sono lontane dai presìdi di Cerignola, di Avellino, di Pizzo o di Vieste. Le voci che raccontano per prime sono quelle locali: testate regionali, emittenti di territorio, agenzie. Spesso fanno un buon lavoro, ma restano confinate nel proprio bacino. Il Mezzogiorno è raccontato con abbondanza quando ci sono tragedie o scandali, con molta meno attenzione quando c’è un’economia che chiede ascolto.
Quarto motivo: un’agenda affollata e numeri non sempre enormi. Conta anche la realtà dei numeri. A Cosenza, per esempio, la manifestazione nazionale ha portato in piazza poco più di trecento persone, meno di quante ne attendessero gli organizzatori. Una redazione che deve scegliere tra mille temi tende a dare meno rilievo a ciò che non appare, a prima vista, di dimensioni nazionali. Si può discutere se sia un criterio giusto, ma non è un complotto.
Quinto motivo, forse il più scomodo: ci siamo abituati al caro-vita. Il prezzo dell’energia è entrato da anni nel nostro paesaggio. Quando una crisi diventa cronica, perde il carattere di notizia e diventa sfondo. Lo shock non c’è più, e la cronaca si adegua.
Detto questo, sarebbe sbagliato assolvere tutti. Un sistema informativo che lascia ai social il ruolo di principale megafono di un malessere economico ha un problema di credibilità. Sui social un video autentico può mostrare un blocco reale senza provare che accada ovunque, e le lacrime di un camionista a un casello, per quanto vere e commoventi, non sono un’inchiesta. Servono giornalisti che vadano sul posto, che quantifichino le adesioni, che interroghino anche il governo, che spieghino quanto pesano accise, margini e costi della filiera. E servono risposte politiche misurabili, non appelli generici: tra le richieste dei manifestanti — camionisti e agricoltori — ci sono un tetto al prezzo del gasolio per la categoria e pedaggi più bassi. Misure parziali, che meritano di essere discusse in pubblico.
C’è poi una responsabilità che riguarda noi, lettori e spettatori. Dire «non ne parla nessuno» è comodo e a volte falso. Conviene cercare, confrontare le fonti, distinguere la cronaca locale dall’approfondimento nazionale e pretendere di più dove davvero manca. Chi sostiene che esista una regia del silenzio dovrebbe portare le prove. Chi invece dice che va tutto bene dovrebbe spiegare perché tanta gente fatichi a sentirsi raccontata.
Il rischio, in fondo, è doppio. Da un lato, che una parte del mondo produttivo si convinca di dover bloccare una strada per essere ascoltata. Dall’altro, che il resto del Paese scopra tardi un problema che i fatti stavano mostrando da settimane.
L’Italia che coltiva e trasporta non chiede applausi. Chiede che il suo lavoro conservi un senso economico e che la sua voce, anche quando non fa rumore, venga raccontata per quello che è: una questione nazionale.
Sesto motivo: è il Sud… se fosse stato il Nord, i primi cinque motivi sarebbero stati irrilevanti.
Settimo motivo: “questi” hanno votato per la dx, raccontare che ora ce li hanno CONTRO non conviene…
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Ma i bauscia del Nord non ce li hanno i problemi? Perché non manifestano anche loro?
Ah, già, con loro ci parlano Lollo e Salvini, quindi tutti zitti.
Ad ogni modo, mai si era visto un aumento così drammatico del costo del carburante, senza interventi era raddoppiato in un anno, e anche così siamo al limite della sopportazione.
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