(di Michele Serra – repubblica.it) – Proviamo a fare un riassunto di quelli un po’ spericolati, ma necessari. La casa è un bene primario: il tetto, il letto, il focolare, il rifugio, la tana. Nessuno, qualunque sia il suo reddito, quali siano le sue aspirazioni, può immaginarsi senza un tetto sopra la testa. La casa è come l’acqua e il pane.

Considerare la casa una merce come tante vuol dire consegnarla al mercato. Illudendosi (come fa il liberismo in purezza) che il mercato possieda una sorta di capacità virtuosa di regolarsi, calmierarsi, equilibrarsi. Con qualche vittima e molti vincitori: questo è il pensiero magico del mercatismo.

Ma non funziona così. Troppi non riescono più ad avere una casa. Costa troppo. Non se la possono permettere. La casa fa cadere i governi (Spagna) ed è un problema politico enorme in mezza Europa, soprattutto nelle grandi città, che stanno diventando un posto per soli ricchi.

Il mercato non è quello antropomorfo che si vede in piazza, con la gente che tratta, c’è chi compra e chi vende, e ci si guarda in faccia. Il mercato è fondi di investimento, concentrazioni gigantesche che non hanno faccia, non hanno nome di persona e soprattutto non hanno alcun bisogno di trattare. Bernie Sanders forse esagera, ma sostiene che l’America tutta intera è posseduta e diretta da tre grandi fondi di investimento.

Se non è troppo tardi, il potere enorme del profitto va contrastato con una forza uguale e contraria, e questa forza non può essere che la politica. Come la sanità e la scuola, una casa deve essere alla portata di tutti. Il mercato fa il suo mestiere: non garantisce un bel niente. Non è il suo mestiere, provvedere ai bisogni di chi ha di meno. È il mestiere della comunità, è il mestiere della politica.