Le mosse di Eni e Ip non sono gratis. Le pagheremo in termini di tasse non riscosse, che scongiurerebbero i soliti tagli lineari in materia di servizi, benessere, vita decente. Di salute, dacché esistono esempi virtuosi di Paesi che consumano meglio pagando meno. E di credibilità della classe politica che pure si riempie la bocca col libero mercato

(Luca Bottura – editorialedomani.it) – Sembra impossibile anche a me ma pare abbia vinto il capitalismo.
Oggi lo conosciamo nella sua variante più aggressiva, quello degli oligarchi che dettano l’agenda mondiale. Degli (im)prenditori che si sono fatti politica e aeroporti alla memoria. Ma alle sue origini, si distingueva per una caratteristica ormai quasi caduta in disuso: la legge di mercato. Grossomodo, domanda e offerta. Con una sottotrama un tempo diffusa, utile a preservare il sistema: il consumatore, per consumare, doveva poterselo permettere. Altrimenti… un esempio declinato sull’oggi: se la benzina diventasse bene di lusso, sempre meno raggiungibile, persino i giganti del petrolio potrebbero scontare qualche difficoltà. Passando, non che sia decisivo, anche per grassatori e affamatori di popolo.

Il caso francese
Facciamo allora un caso di scuola, un’ipotesi del tutto campata per aria: il prezioso liquido viaggia verso i 2,30 nella versione benzina e verso i 2,50 per il diesel millesimato. Contestualmente, il governo pensa a una tassa sugli extraprofitti e lancia appelli al senso di responsabilità. A quel punto, l’azienda più importante del Paese decide di mettere un tetto, anzi due: 1,99 e 2,25. La tassa è allontanata, il marchio ne trae giovamento, i concorrenti finiscono davanti a un bivio: inseguire al ribasso oppure accettare la contrazione degli introiti.
Accolgo la considerazione: non è un’ipotesi, è una notizia. Verissimo. Da oggi, in Italia. Falsissimo. Già nel 2023, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, TotalEnergies, la più grande catena transalpina di distributori, applicò il tetto. A luglio del 2026 l’ha rifatto. Attualmente, il calmiere è attivo. Con esiti pratici visibili. Attraversando nei giorni scorsi la Francia, ho potuto contare personalmente i punti di rifornimento Total presi d’assalto. Le file sono ovunque. Pur se riforniti quotidianamente, spesso finiscono il carburante e chiudono anzitempo la giornata incappucciando le pistole con buffi “preservativi” rossi. Anche in autostrada: questo perché, a differenza che in Italia, la forbice tra i prezzi intra ed extra casello non arriva alle vette da inchiesta penale che tocca dalle nostre parti.
Al momento, gli avversari non hanno ancora reagito. Ma la tassa sugli extraprofitti è finita in un limbo. Forse perché da quelle parti non esiste un Salvini talmente disperato da proporre, rovistando nei bassifondi del populismo, una legge che avrebbe realmente qualcosa di popolare. Nel senso buono.

Pericolo extraprofitti
L’esperienza francese può aiutarci a capire peso e impatto della mossa dello sconto Eni assai voluto da Palazzo Chigi, in vigore da lunedì. Insieme a un altro dato: nei primi sei mesi dell’anno, il gruppo a controllo pubblico ha fatturato oltre 42 miliardi di euro. Ne ha guadagnati quattro. Il tetto ai prezzi porterebbe a un teorico mancato incasso di circa 100 milioni al mese, se rapportato al volume d’affari attuale. Anche fosse prorogato fino a fine anno, i milioni diventano 300. Seicento, se vogliamo coprire la campagna elettorale immaginata da Meloni.
Poco, rispetto allo scampato pericolo sugli extraprofitti. Pochissimo, contando l’extraincasso che deriverà dal prezzo improvvisamente competitivo e dal conseguente assalto alle pompe. Anche qui in senso buono. In gloria di Meloni, cui Descalzi, l’attuale manager a sei zampe, deve la riconferma. Giammai qualche bollino elettorale da restituire.
Rispetto alla Francia c’è un’altra differenza: Eni non è il primo marchio italiano nei petroli. Il primo marchio italiano, non è italiano. Si chiama Ip, Italiana petroli, ma la proprietà è in Azerbaigian. A maggio scorso, il governo Meloni ha permesso che un asset decisivo per la nostra indipendenza energetica, l’ex Api, quella del cavallo che corre, che aveva incorporato anche il marchio TotalErg, passasse dalle mani dei fondatori (i Brachetti-Peretti) a quelli di una dittatura ereditaria post-sovietica.
Socar, che controlla Ip, è una creatura statale che funge da bancomat per il regime di Ilham Aliyev e nel 2011, quando fu stilata una classifica sulla trasparenza di 44 compagnie petrolifere, arrivò 44esima. Ha già fatto sapere che seguirà Eni e applicherà a sua volta riduzioni, gradualmente, in base alle diverse esigenze. Si ricordano degli amici, sempre gradualmente, in base alle diverse esigenze. Intanto, Meloni preme sul Qatar. Altro giro, altro regime, altra esigenza. Qualcosa si restituirà.

Sconto elettorale
Intanto, lo sconto elettorale l’abbiamo già pagato e continueremo a pagarlo. In termini di tasse non riscosse, che scongiurerebbero i soliti tagli lineari in materia di servizi, benessere, vita decente. Di salute, dacché esistono esempi virtuosi di Paesi che consumano meglio pagando meno – la Spagna – grazie a quella che il retequattrismo ha fatto passare per “ossessione green”. E di credibilità della classe politica che pure si riempie la bocca col libero mercato.
Ricordare lo spot con cui Meloni garantiva il taglio delle accise è come sparare sulla Croce rossa. Ma è fattuale: per riempire il serbatoio di un’ambulanza servono quasi 200 euro anche con lo sconto. Perché le ambulanze vanno a carburante, mica a chiacchiere. E le chiacchiere, a un certo punto, stanno a zero. Anzi, azero. E un pochetto pure a Descalzi. E, forse, a Q8.
Superprofitti non tassati come tante altre volte ,(vedi COVID e assicurazioni auto nonché aziende farmaceutiche) ma c’era al governo un grande amico di questo giornale al governo che allora non si scandalizzava . Ecco cosa significa essere faziosi .Oggi la furbacchiona ci restituisce una frazione del maltolto ? Beh meglio del niente di un certo Draghi .
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Inutile commentare un articolo del genere.
Basta fare solo una piccola osservazione: se è così zelante da scrivere 300 MLN l’onere che ENI dovrebbe sopportare da qui a fine price cap a 3 mesi; perchè non scrive quanto sarebbe valsa la tassa sugli extraprofitti?
Almeno si può fare un confronto.
Molto di più sostiene, ma quanto?
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