La difesa d’ufficio del vicepremier: “Siamo solo al primo grado e non è stato giudicato il Paese ma solo tre persone”

Tajani assolve il Cairo e getta un’ombra sulla partita dei danni

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – ROMA – Adesso tocca al governo. Perché dopo quasi undici anni di silenzi, depistaggi, carte negate e uomini fatti sparire, nei rapporti tra Italia ed Egitto da ieri c’è qualcosa che prima non c’era: una sentenza. È questo il punto che cambia tutto. Finora l’Italia ha potuto tenere insieme la richiesta di verità e giustizia per Regeni e la progressiva ricostruzione dei rapporti con Abdel Fattah Al-Sisi. Adesso farlo diventa molto più complicato. Perché l’Egitto non è più innocente. La giustizia italiana ha stabilito che uomini dei suoi apparati hanno sequestrato un cittadino italiano ed europeo, poi torturato e ucciso. E l’Italia non può più comportarsi come se questo accertamento non esistesse.

La strada, così stretta, è ben chiara al governo. Tanto che ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, si è affrettato a dire che «non è stato condannato l’Egitto ma sono state condannate tre persone. Vedremo poi quello che succederà in secondo e terzo grado». Una difesa d’ufficio che mette in chiaro la difficoltà dell’esecutivo Meloni.

La prima conseguenza riguarda naturalmente i tre condannati. Se la sentenza diventerà definitiva, Roma dovrà chiederne l’esecuzione allo stesso Paese che per anni non ha consentito nemmeno di notificare gli atti agli imputati. Ma non c’è soltanto questo. Il processo ha dato nomi e responsabilità al sequestro, non alle torture e all’omicidio. Restano gli uomini che hanno avuto Giulio nelle loro mani, quelli che lo hanno interrogato, torturato e ucciso. Restano documenti, informazioni, nomi e cognomi che il Cairo non ha consegnato in quasi undici anni. Ed è anche questo che l’Italia dovrà tornare a chiedere.

Poi ci sono i soldi. Palazzo Chigi si è costituito parte civile e l’Avvocatura dello Stato ha chiesto due milioni di euro di risarcimento, oltre a una provvisionale immediatamente esecutiva di almeno 500 mila euro. La tesi sostenuta dall’Italia è che con il sequestro e la morte di Regeni sia stato leso anche il diritto-dovere della Repubblica di proteggere la vita e l’incolumità dei propri cittadini all’estero, oltre al prestigio dello Stato. Quella richiesta adesso non può scomparire. La condanna di uomini della National Security apre inevitabilmente anche il capitolo della responsabilità dello Stato egiziano per i danni provocati dai propri apparati. L’Italia ha quantificato quel danno e ne ha chiesto il ristoro: arrivati a questo punto non può far finta che quella richiesta non sia mai esistita. Anche il conto, dunque, entra nei rapporti tra Roma e il Cairo.

Ed è qui che la questione diventa delicatissima. Perché nel frattempo quei rapporti sono tornati fortissimi. Appena qualche settimana fa Antonio Tajani è stato ricevuto dal presidente Al-Sisi. Energia, migranti, sicurezza e Mediterraneo hanno riportato l’Egitto al centro della politica estera italiana. Sui media vicini al regime il caso Regeni veniva ormai sostanzialmente raccontato come un incidente appartenente al passato.

Prima che tutto questo accada, però, c’è un passaggio. E potrebbe diventare il primo vero problema per il Cairo. I tre condannati possono infatti appellare la sentenza. Ma per farlo devono compiere ciò che fino a questo momento non hanno mai fatto: farsi trovare. Secondo alcuni, anche alla luce del precedente del ricorso davanti alla Consulta, l’impugnazione potrebbe essere presentata dai difensori d’ufficio. Ma non è affatto scontato. Ed è un punto decisivo.

Per quasi undici anni l’Egitto non ha comunicato all’Italia nemmeno gli indirizzi degli imputati, tanto che proprio l’impossibilità di notificare gli atti aveva bloccato il processo fino all’intervento della Corte costituzionale. Adesso i tre dovrebbero improvvisamente diventare raggiungibili per chiedere alla stessa giustizia italiana di cancellare la loro condanna. Dovrebbero entrare, per la prima volta, dentro un procedimento che fino a questo momento hanno ignorato, anche perché in Egitto l’indagine parallela sulla loro posizione era stata archiviata.

Se invece non impugneranno e la condanna diventerà definitiva, partirà un mandato di cattura internazionale che renderebbe di fatto impossibile per i tre muoversi dall’Egitto. E metterebbe ulteriormente in difficoltà anche il governo del Cairo. Perché per anni il muro egiziano ha permesso di tenere tutto sospeso: gli imputati introvabili, le responsabilità negate, i rapporti diplomatici che intanto tornavano alla normalità. La sentenza rompe questo equilibrio. L’Egitto non è più innocente. E l’Italia, da ieri, non può più fare finta che lo sia.