Ancora polemica sulle firme e sulle circoscrizioni estere dimezzate. La suggestione di andare a elezioni ben oltre la fine della legislatura

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Martedì 15 settembre è atteso il via libera al Senato della legge elettorale, che ha incorporato, a colpi di maggioranza, tutte le modifiche volute dal centrodestra che ha fatto muro contro gli emendamenti delle opposizioni: sì alle preferenze con equilibrio di genere ma i capilista rimangono bloccati senza quote per il genere meno rappresentato; premio di maggioranza secco a chi arriva al 42 per cento e senza ballottaggio; cancellata la soglia di sbarramento “anti-cespugli” ma quadruplicato il numero di firme da raccogliere per collegio da parte dei nuovi partiti; le circoscrizioni Estero rimangono ridotte da 8 a 3 (due alla Camera e una al Senato).
I tempi sono stati rispettati con la corsa a tappe forzate voluta da Giorgia Meloni la quale, però, non può ancora considerare salvo il suo Melonellum. Da superare ci sono le forche caudine della Camera, dove il testo tornerà il 28 settembre per il via libera definitivo, in tempo per evitare l’ingorgo della Finanziaria. Qui, dove il voto potrà essere segreto, la aspettano le «franche tiratrici»: le donne del centrodestra sono tentate di impallinare per la seconda volta un testo che non le tutela dal punto di vista della rappresentanza, a meno che il governo non opti per il voto di fiducia.
Se anche lo scoglio d’aula venisse superato, però, i costituzionalisti sono pronti a lanciare il secondo affondo. 150 tra accademici e costituzionalisti hanno sottoscritto l’appello “Torniamo alla Costituzione”, e stanno già limando il ricorso alla Consulta. Quella di martedì, dunque, sarà una festa di facciata che nasconde, almeno temporaneamente, l’ansia in vista di un futuro quantomai incerto.

La data del voto
Impossibile fare previsioni sull’esito delle elezioni. Il centrosinistra è virtualmente avanti, ma pesa l’incognita sulla collocazione del generale Roberto Vannacci, per ora fuori dal centrodestra ma poi chissà. Meloni ha messo in chiaro di non considerarlo un possibile interlocutore, ma il ventre del suo partito è in subbuglio perché una sconfitta significa molti posti in meno in Parlamento.
La vera incognita, che angoscia l’intero arco parlamentare, è però la data del voto. Le voci corrono e si contraddicono: buona creanza istituzionale vorrebbe che la data venga anticipata alla primavera 2027 con un election day insieme alle comunali di Roma, Milano, Bologna, Napoli e Torino. I parlamentari avranno maturato il diritto alla pensione e così si eviterebbe la nefasta coincidenza del voto in concomitanza con la legge Finanziaria del 2027. Questa sarebbe l’opzione più facilmente spendibile con il Colle, inoltre un voto anticipato a maggio potrebbe permettere di votare con la nuova legge elettorale prima che la Consulta si esprima su una sua eventuale incostituzionalità. La soluzione è però la più invisa alla premier, visto che il traino delle comunali sarebbe favorevole al centrosinistra.
Così, il responsabile dell’Organizzazione di FdI Giovanni Donzelli, nel confermare che la legge elettorale verrà approvata «perché serve all’Italia», ha anche detto al Corriere della Sera che il centrodestra governerà fino a novembre 2027, allineandosi al pronostico del leghista Matteo Salvini. Il che significa fino al termine della legislatura. Poi la Costituzione impone l’indizione di nuove elezioni entro 70 giorni, dunque in astratto Meloni potrebbe aspettare fino a gennaio 2028 prima di richiamare gli italiani alle urne, scavalcando la Finanziaria che però andrebbe approvata a camere sciolte. A conferma di questo, Donzelli ha spiegato che sarà il governo Meloni ad assumersi la responsabilità della manovra, perché Meloni «non lascerebbe il Paese a rischio di esercizio provvisorio». Certo, allungare così la vita del governo permetterebbe di segnare altri record, ma metterebbe a dura prova una maggioranza già oggi in difficoltà interna, soprattutto per quanto riguarda la tenuta dei partiti minori.
L’unica certezza è che il boccino è in mano a Meloni. Sarà lei a scegliere se mettere fine anticipatamente alla legislatura, pur con l’imprescindibile via libera del Quirinale. Questo termine determinerà le sorti non solo degli alleati, ma soprattutto dell’opposizione, che deve ancora sciogliere la questione primarie e la scelta del candidato premier che la legge elettorale impone di indicare.

Il nodo firme
La data del voto porta con sé anche le sorti delle nuove forze politiche che puntano a entrare in Parlamento. Una su tutte, Progetto civico di Alessandro Onorato. Il centrodestra ha bocciato gli emendamenti che permettevano la raccolta elettronica delle firme per il deposito delle liste, lasciando ai nuovi arrivati l’onere di raccogliere manualmente le seimila firme in ognuno dei 75 collegi plurinominali, in circa un mese se la legislatura finirà naturalmente, in appena dieci giorni effettivi nel caso di scioglimento anticipato. Soprattutto in quest’ultimo scenario, la sfida è considerata virtualmente impossibile e di dubbia costituzionalità.
Per questo Onorato ha indetto una manifestazione contro la previsione (aggirabile se qualche parlamentare venisse “ceduto” ora a Progetto civico così da incardinarlo nel Parlamento attuale facendo venire meno la necessità delle firme), a cui si è unito Giuseppe Conte, che ha parlato di attentato al principio di rappresentanza: «Nel 2013 Giorgia Meloni è entrata in Parlamento con una soglia di 40mila firme. Adesso chiede agli altri 400mila firme per tenerli fuori dal palazzo». Il capogruppo dem Francesco Boccia ha definito la legge uno «spettacolo vergognoso messo in scena da un governo» e «porcate» la modifica delle circoscrizioni Estero e dei collegi in Alto Adige «per poter lucrare qualche eletto in più». In attesa di sapere però quando si apriranno le urne.
"Mi piace"Piace a 1 persona