Tra promesse e rivendicazioni la leader lancerà la corsa al voto. Ma su di lei pesano i fallimenti su autonomia, premierato e giustizia

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Bari caput mundi meloniano. Tutto è pronto per la giornata campale di celebrazione del governo più longevo della storia repubblicana: lo slogan è “governo più stabile, Italia più forte”, sono attesi settanta pullman da tutta Italia, la taranta è già nelle casse e i panzerotti pronti a friggere per nutrire gli elettori con un tocco di orgoglio locale. Le anticipazioni della vigilia fissano l’arrivo di Giorgia Meloni sul palco alle 19.30, quando la temperatura sarà più mite e il pubblico caricato dall’attesa. La premier ha preparato un intervento di circa un’ora e mezza, in cui dismetterà i panni della donna di Stato per rinfilare quelli della leader politica, tra rivendicazioni di quanto fatto e promesse per il futuro su welfare e sicurezza, fondamentali in vista della campagna elettorale.
Eppure, all’elenco dei successi che Meloni snocciolerà sul palco, una voce sarà necessariamente assente e, per paradosso, è proprio quella su cui nel 2022 la neo presidente del consiglio aveva investito di più. La leader potrà puntare sui numeri dell’occupazione in crescita, la quasi uscita dalla procedura di infrazione, lo standing internazionale e la lotta all’immigrazione clandestina, ma a mancare sarà la parola «riforme».
Il trittico era una dichiarazione d’intenti: presidenzialismo, autonomia e giustizia. Le tre riforme erano considerate fondamentali per ammodernare l’infrastruttura istituzionale del paese secondo il disegno del centrodestra, tutte e tre sono deragliate nonostante i numeri della maggioranza.

Le riforme mancate
Quella del presidenzialismo – la «madre di tutte le riforme» secondo la retorica meloniana – è finita su un binario morto nonostante il passaggio in prima lettura al Senato, nel 2024. La riforma che doveva caratterizzare il mandato di Meloni ha cambiato molte volte natura, passando dal presidenzialismo al premierato, scontrandosi con le difficoltà della procedura di approvazione aggravata necessaria ai disegni di legge costituzionale. Più la premier si è ostinata a portarla avanti, più i ritocchi hanno pasticciato il testo fino a renderlo un Frankenstein indigeribile anche per i sostenitori più indefessi. Un barlume di quell’impostazione è finito nella proposta di legge elettorale, anche questa impallinata dagli emendamenti e con un percorso ancora molto accidentato. Il testo, infatti, prevede l’indicazione del premier sulla scheda elettorale, ma questa sorta di premierato di fatto rischia di diventare uno dei punti di incostituzionalità, visto che in un sistema parlamentare la prerogativa di indicare il presidente del Consiglio spetta al Quirinale. Se anche la legge passasse, la soddisfazione rimarrebbe magra rispetto ai sogni di riforma costituzionale vagheggiati a inizio legislatura.
Quanto alla riforma dell’autonomia, che è anche la più invisa all’impostazione centralista di Fratelli d’Italia, per paradosso anche l’unica ad essere andata in porto almeno formalmente. La legge – ordinaria e dunque approvata con procedura ordinaria – è stata infatti smontata da una sentenza della Corte costituzionale che ne ha evidenziato i profili incostituzionali, rendendola di fatto inattuabile nei suoi connotati più rilevanti. Qualche scampolo è rimasto, tanto che le regioni di centrodestra soprattutto a guida leghista si sono affrettate a sottoscrivere le poche intese devolutive possibili. Tuttavia la realtà poco o nulla somiglia al mito autonomista della Lega. E, a microfoni spenti, proprio questo stop viene considerato per paradosso una vittoria secondo i più realisti tra i dirigenti di Meloni.

Il referendum
L’ultimo fallimento ha riguardato la riforma costituzionale della giustizia e probabilmente è anche quello che – pur inconsciamente – determinerà il tono del comizio di Meloni. La drammatica sconfitta al referendum di marzo, infatti, è stata il vero passaggio che ha concluso politicamente l’esperienza del governo Meloni 1. Quella sconfitta col 46 per cento, infatti, ha dato alla premier la misura del suo non essere più (o di non essere mai stata davvero) maggioranza nel paese e ha infranto l’illusione di una luna di miele infinita con gli italiani. L’enorme investimento che l’esecutivo aveva fatto sul referendum ha determinato lo speculare peso psicologico della mancata vittoria.
Non a caso, sul fronte della giustizia, tutte le altre riforme minori si sono fermate: quella sulle intercettazioni galleggia in parlamento, ferma è anche la vagheggiata riforma del codice di procedura penale. Comprensibile che Meloni non voglia tornare su un terreno che ha scoperto essere minato. Tuttavia, il peso del referendum è stato ben maggiore di quello di una riforma mancata, che per altro non era nemmeno in cima alla lista delle priorità della premier. La sfida era massima: modificare la Costituzione repubblicana, in faccia alle forze di opposizione che ancora attaccavano il governo per i silenzi sul fascismo. Anche per questo la sconfitta ha fatto così male, insinuando in Meloni il dubbio che la sua maggioranza non basti. Non a caso da quel momento in poi i suoi dirigenti sono tornati insistentemente a parlare di riforma della legge elettorale, depositando poco dopo una proposta in parlamento.
Meloni salirà sul palco carica del suo successo di longevità, ma anche con i demoni di quel 46 per cento e il grande non detto delle tre riforme mancate. Dalla sua gente prenderà lo slancio per aprire di fatto una campagna elettorale di cui però non si conosce ancora la durata, visto che una data del voto ancora non c’è. Col rischio, per questo, che il governo abbia ancora molti lunghi mesi di logorio da attraversare. Il primo scoglio, il 15 settembre, sarà a palazzo Madama proprio con la legge elettorale, che rischia di aggiungersi all’elenco delle fallite riforme di sistema.
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