Due donne sole al comando: le ombre per Elly e Giorgia dietro ai record di longevità. Il 4 settembre la premier celebrerà il governo più lungo della storia. Lunedì il sorpasso della leader del Nazareno

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Tra nove giorni, il 4 settembre dell’anno 2026, il governo di Giorgia Meloni sarà per solenne statistica proclamato il più longevo della storia non solo repubblicana d’Italia. Escluso, s’intende, il ventennio mussoliniano, parentesi che a destra risuona un po’ così, ma tant’è.
Quel venerdì Sua Maestà Giorgia avrà guidato la Nazione per 1413 giorni di vita, contro i 1412 che durò il Berlusconi bis; ma confrontandosi con il più duraturo governo del Regno, quello attuale già supera di slancio il ministero di Giovanni Lanza, campione della destra storica sotto il quale avvenne la presa di Roma, che amministrò l’Italia per 1304 giorni.
Già previste dunque fastose celebrazioni sul lungomare di Bari, “una specie di Atreju” secondo alcuni entusiasti fratelli d’Italia. Si vedrà. Ma intanto, al minimo, potranno giocarsi al lotto il numero magico come ambo o terno secco sulla ruota di Roma e/o di Bari; mentre al massimo, cioè a voler strafare, cosa non del tutto aliena all’attuale classe dirigente, si anticiperebbero e semplificherebbero qui, con l’ovvio soccorso dell’IA, alcune risonanze numerologiche secondo cui, nella ricorrente scomposizione del 9, questo benedetto 1413 starebbe a simboleggiare la conclusione e il compimento di un ciclo. E con questo si concluderebbe l’enfatica e superflua digressione sul record di Meloni.
Sennonché, nelle sue infinite e implacabili varianti, il mondo dei numeri offre allo scetticismo degli osservatori politici un ulteriore combinazione aritmetica di fine estate; per cui da lunedì, addì 24 agosto 2026, l’onorevole Elly Schlein ha conseguito i 1261 giorni consecutivi alla guida del Partito democratico. E per quanto occorra riconoscere che la notizia non è minimamente paragonabile allo storico traguardo di Meloni, beh, è pur vero che nello spietato tritacarne del Nazareno si tratta comunque di un ragguardevolissimo record, avendo superato Pier Luigi Bersani che governò il Pd per 1260 giorni.
Non si dirà qui quanto questi giorni furono per lui tribolati, ma solo perché tali risultarono anche i 728 nei quali restarono dolorosamente in sella Zingaretti e Letta e, soprattutto dopo il referendum perso, parecchi dei 1162 vissuti da Renzi come leader dopo le dimissioni da Palazzo Chigi. I nomi degli altri infelici segretari del Pd, d’altra parte, anche i più diligenti fra i giornalisti politici tendono a dimenticarli, come quelli dei sette nani. Si salva solo il ricordo del fondatore, Walter Veltroni, ma va detto che pure per lui quell’esperienza fu un tale tormento che dopo aver mollato (febbraio 2009) riconobbe che per resistere alla guida di quel partito ci voleva, addirittura, “un fisico bestiale”.
Anche per questo, rispetto al primato di Schlein, non è opportuno immaginare cerimonie di sorta. Più significativo forse riflettere sul perché, specie in un tempo in cui la politica non appare al suo meglio, durata e longevità sono divenute, di per se stesse e quindi a prescindere dai risultati, virtù indiscutibili e momenti di auto-esaltazione ai limiti dell’idolatria.
Un po’, certo, dipenderà dalla cultura ormai dominante di claques e tifoserie social; un altro po’ il fenomeno avrà a che fare con l’incertezza, l’evanescenza e la frammentazione della vita pubblica. Ma se al sommo della Prima Repubblica Andreotti teorizzava che era “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”, e se nella Seconda Berlusconi scopriva e i vantaggi agonistici dei traguardi, non è così chiaro perché la stagione che stiamo vivendo, questa specie di agitata e assai precaria stabilità, impone un iperbolico trionfalismo che nel migliore dei casi sfida il buonsenso e la prudenza, nel peggiore il Caso.
E allora, gratta gratta, ecco che dietro ai record di permanenza al potere ancora una volta si affaccia l’ombra della grande e negata crisi democratica e – qui ci vuole – anche repubblicana; per cui un comando leaderistico e una sovranità verticale che permangono senza possibilità di finire, richiamano indubbiamente in campo l’idea monarchica, e non per caso già da qualche mese nella pubblicistica corrente Meloni e Schlein sono indicate come due “regine”.
Bel risultato, viene amaramente da pensare, dopo tante fatiche e conquiste; e ancora peggio se la “regina” ha pure bisogno di cambiare la legge elettorale, in corsa per giunta, perché magari le cade la corona dalla testa.
Articolo e celebrazioni inutili come il mandato. Zero successi, zero obiettivi raggiunti (a parte quelli prrsonali), zero traguardi da rivendicare. Tutto scorre e l’unica cosa che resta é la delusione dall’elettrauto.
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Il record imbattibile è di 20 anni e 8 mesi.
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