Un’intesa equa con il Paese africano invisa a Parigi. È la tesi del libro di Vincenzo Calia, il magistrato che ha svelato l’omicidio, e di Giuseppe Oddo, autorevole giornalista economico

(Stefania Limiti – lespresso.it) – Tutti i segreti della Repubblica sono attuali, in un ognuno di essi c’è qualcosa dell’oggi, soprattutto se lo sfondo è la campagna pavese di Bescapè, dove il 27 ottobre del 1962 venne ammazzato Enrico Mattei, uno degli uomini più lungimiranti della nostra Repubblica, fondatore dell’Eni. Il suo aereo stava atterrando quando scoppiò la bomba innescata dal movimento del comando del carrello: ci sono voluti anni ma questa è la dinamica accertata. A bordo il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista William McHale che ebbe in sorte di accettare il fatale passaggio per tornare a casa.

La scena del crimine avvenne sotto gli occhi di diverse persone, il contadino Mario Ronchi la descrisse nitidamente nell’immediatezza dei fatti ma le sue parole vennero silenziate dai telegiornali: il procuratore di Pavia che nel 1994 riaprì l’indagine, Vincenzo Calia, dovette ricorrere a esperti del linguaggio dei gesti per tradurle. Fu il primo atto di una lunghissima scia di depistaggi: dalla pulizia con la soda caustica dei rottami, compreso il lavaggio dei resti umani, alle bugie sugli errori del valido pilota e alla intimidazione dei testi, tutto nella direzione di ingarbugliare la ricostruzione dei fatti, rimasta a lungo sospesa nel sommerso della Repubblica. Di fronte alla scomposizione caotica degli avvenimenti si pone un problema metodologico generale: come sistemare quei fatti per dargli un senso e farli entrare nella Storia? Si può procedere solo con pazienza e perizia, intrecciando tutte le fonti, direzione lungo la quale si muovono il già citato Calia e Giuseppe Oddo, tra i maestri del giornalismo economico italiano, nel loro libro dal titolo di stampo pasoliniano, Lampi sull’Eni. Il piano per eliminare Enrico Mattei. «Da leggere tutto d’un fiato per chi vuole approfondire un momento fondamentale della storia dell’industria italiana», scrive Franco Bernabè, ex ad di Eni sui suoi canali social.

Non fu la vendetta delle sette sorelle Usa, che pure lo odiavano, a uccidere Mattei: ormai era stato raggiunto un armistizio, le compagnie petrolifere d’oltreoceano tenevano molto alla pace con il nostro Paese perché non volevano cedere terreno all’Unione sovietica, tanto che Mattei stava per essere ricevuto dal presidente Kennedy. Secondo Oddo e Calia il terreno su cui Mattei stava giocando la sua partita più audace non era ad Ovest ma a Sud, in Algeria. E il suo nemico più agguerrito era Parigi. Lo spiega l’ex presidente di Eni, Luigi Meanti, tecnico stimatissimo: Mattei stava per incontrare anche il presidente algerino Ben Bella per avviare le operazioni dell’Eni nel Paese africano con una società mista Eni-Algeria che avrebbe gestito una raffineria per il mercato algerino. L’Eni avrebbe anticipato il capitale e al governo locale sarebbe spettato il 50% dell’impianto al termine di un periodo di gestione, ma l’aereo di Mattei precipitò prima. La questione dell’importazione del gas algerino ruotava attorno al Sahara: per Mattei era algerino, per i francesi no. L’Eliseo era disponibile a coinvolgere l’Eni in Algeria ma con un ruolo marginale, sbarrandogli la strada delle riserve sahariane attraverso un patto di esclusione con altre major petrolifere. Di certo odiavano l’idea di un accordo tra governo algerino e Mattei il quale aveva ben altro programma: per lui, subito dopo l’indipendenza dalla Francia, ad Algeri sarebbe andato il 50% della società petrolifera locale, Francia e Italia si sarebbero spartite il resto in parti eguali. La visione di Mattei era rivoluzionaria: «Mi si rimprovera di non aver accettato di stabilirmi nel Sahara a fianco delle compagnie francesi, inglesi e americane. Ho sempre rifiutato una concessione, non voglio che i miei tecnici si trovino un giorno nella necessità di lavorare sotto la protezione dei mitra – disse al settimanale France observateur – Con la guerra, l’Italia ha perduto le sue colonie. Certuni pensavano che fosse una sventura: in realtà è un immenso vantaggio, è perché non abbiamo più colonie che siamo oggi così ben accolti in Iran, nella Repubblica araba unita, in Tunisia, in Marocco, nel Ghana». Questo era Mattei.

Contro di lui gli ambienti dell’oltranzismo Nato dentro cui erano stati allevati i soldati dell’organizzazione terroristica Oas, sterminatori del popolo algerino, protetti dai nostri servizi segreti, in particolare dal dominus dell’Ufficio affari riservati Umberto Federico D’Amato. In definitiva gli apparati responsabili di varie fasi della strategia della tensione e che troveranno anni dopo un braccio operativo nella P2, la loggia massonica di cui, secondo Samuele Turi, una figura di grandissimo rilievo nel mondo degli apparati, era stato capo Eugenio Cefis, il super manager che prese le redini dell’Eni dopo Mattei, dissipando il piano del suo predecessore. Si colloca dentro questo scenario, secondo Calia e Oddo, la tragica fine del giornalista siciliano Mauro De Mauro: aveva raccolto moltissime informazioni per il progetto cinematografico di Franco Rosi, poi confermate dall’ex capo dei Servizi francese, Thyraud de Vosjoli, personaggio affascinante del mondo spionistico passato dalla parte degli Usa: il commissario Boris Giuliano che indagava sulla scomparsa di De Mauro gli parlò nell’ottobre del ’71 sentendosi dire che «uno dei due o tre nomi più vicini a Mattei» aveva ordito la macchinazione: a quel punto intervenne il capo del Sid Vito Miceli che chiuse l’inchiesta sulla sorte di De Mauro. L’assassinio di Mattei è una tragedia italiana perché vanificò la prospettiva della nostra sovranità, tema nel quale siamo ancora dolorosamente attorcigliati, lasciando al tempo smarrita anche la Dc di Moro e Fanfani, il quale non ebbe dubbi, quello era stato «il primo atto terroristico nel nostro Paese» (dimenticando Portella della Ginestra).