Parte la campagna elettorale e, tra bonus e bolli e tante promesse, partono le spese pazze, ma la situazione geopolitica impone prudenza, così l’esecutivo si prepara alla legge di Bilancio togliendo 8 miliardi alla Difesa

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Questo è un articolo capovolto. Un po’ come le cronache politiche. L’inizio è la fine: che titolo poggiamo su questo testo? S’era pensato a un classico «destra e mancia» per descrivere le ultime strategie del governo Meloni; «destra», perché si insegue col fiatone di quattro anni di legislatura il leprotto generale Roberto Vannacci, sempre più tornito dai sondaggi istantanei; «mancia», perché con una mano si allunga sornioni una paghetta ai cittadini/elettori e con l’altra si sovraccarica la spesa pubblica che ricade sui medesimi già sballottati da picchi di inflazione e di pressione fiscale (42,9 per cento nel 2025).

Per non abbattervi a colpi di noia così da non arrivare svegli alla fine dopo aver affrontato vigili l’inizio, s’è pensato a una rivisitazione con «I cavalieri della Mancia» per raccontare – con una dose contenuta di ironia –  le peripezie di Giorgia Meloni e dei suoi fedeli scudieri Antonio Tajani e Matteo Salvini; «cavalieri» con uniformi miste, perché si preparano ad assaltare le elezioni armati di pensioni anticipate, di tasse piatte, di proclami tondi e di soppressioni a caso: «Confida nel tempo, Sancho, che spesso offre soluzioni dolci a difficoltà molto amare».

Se capiamo il metodo intuiamo ciò che ci aspetta da qui al giorno del voto. (E lo sappiamo che da un pezzo avete già controllato il libretto di circolazione). Un paio di settimane fa – era mercoledì 16 settembre – le solite fonti ben informate hanno fatto trapelare alle agenzie di stampa che il Consiglio dei ministri già riunito stava per adottare un provvedimento per sospendere il bollo per auto e moto. Il tempo di apparecchiare la conferenza stampa – ricordate don Chisciotte? – e la presidente Meloni ha offerto una soluzione dolce (paghi di meno per una proprietà) a una difficoltà amara (paghi di più la benzina per la stessa proprietà): «Altri parlano di patrimoniale, noi le togliamo», voilà, ha detto la maga di Palazzo Chigi.

Meloni ha battuto sul tempo il fedele scudiero Salvini che per etichetta, è pur sempre il ministro dei Trasporti, un merito e due parole se le voleva prendere. Nient’affatto, la competizione è forte fra i cavalieri e Salvini forte non lo è più.

Sbrigato l’annuncio mediatico che ha provocato la solita carrellata di reazioni, la pratica è stata scaricata al ministero del Tesoro che, con la Ragioneria dello Stato e il ministro Giancarlo Giorgetti, fa da argine alle idee più bislacche scaraventate sui giornali da cavalieri e scudieri e persino da «spingitori di spingitori di cavalieri», per citare Corrado Guzzanti.

Per la sospensione annuale del bollo – che riguarda auto di media e piccola cilindrata e moto di ogni tipo per circa 2,36 miliardi di euro – il Tesoro potrebbe utilizzare 1,4 miliardi di risparmi sui prestiti europei per il Pnrr. Per rendere strutturale la misura, e cioè 2,36 miliardi a salire, pure a Giorgetti è chiesta una magia non banale. Come, lo scopriremo in legge di Bilancio.

La sintesi la fa il professor Giuseppe Pisauro, già rettore della Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze e già presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio: «Il bollo è un buon esempio del modo in cui si sta costruendo la prossima legge di Bilancio. È un’imposta certamente impopolare, non priva di una sua logica: colpisce il possesso dell’auto e varia con la potenza del veicolo. È difficile invece trovare una particolare giustificazione economica per abolirla fino alla soglia degli 80 kw. La giustificazione sembra soprattutto politica: eliminare una tassa molto visibile per una platea molto ampia di contribuenti. Il costo è nell’ordine di un paio di miliardi e il tema diventa come finanziarlo. Normalmente la politica di bilancio dovrebbe funzionare al contrario: si stabiliscono le priorità, si verifica quali risorse sono disponibili e si scelgono le misure».

Il bollo di Meloni non ha soddisfatto Salvini. Il giorno dopo il ministro ha rilanciato: datemi otto miliardi, subito, per non fermare i cantieri. Nessuno gli ha risposto. Allora i leghisti, rimasti a corto di comunicati, hanno schierato un gruppetto di senatori pronti a conquistare un lembo di consenso con la riforma Rai. E ci sono riusciti. I leghisti hanno presentato in Commissione un emendamento identico ai relatori forzisti e, dopo la scontata approvazione, hanno celebrato l’eterna promessa che però tale resta: «L’abolizione del canone è più vicina!». Come ha ben spiegato Pagella Politica, la proposta leghista prevede la possibilità di ridurre il canone a patto che lo Stato elargisca risorse equivalenti – togli un euro, metti un euro – per il servizio pubblico. Il precedente è assai fresco, e soprattutto esemplare: due anni fa il canone fu sforbiciato da 90 a 70 euro nel mentre si licenziava un fondo di 430 milioni a Rai.

Non sappiamo di preciso il rango di Francesco Lollobrigida, ma il ministro dell’Agricoltura è anch’egli un assiduo frequentatore delle Mancia. Fra il bollo di Meloni e i cantieri di Salvini, Lollobrigida si è inserito con la “carta dedicata a te”. Si tratta di un contributo diretto di 500 euro, introdotto tre anni fa, per acquistare alimenti con una tessera emessa da Poste Italiane in collaborazione con Inps che individua i beneficiari: famiglie residenti in Italia con Isee non superiore a 15.000 euro, coppia con almeno un minore a carico, non percettori di altri sussidi statali. La carta è finanziata stabilmente da tre anni con circa 500 milioni di euro e, anche se raggiunge soltanto 1,17 milioni di famiglie su 2,9 milioni con Isee basso, porta sollievo e con esso del cibo, e non va criticata con inutili pregiudizi politici. Per non andare troppo oltre negli archivi, è sufficiente menzionare i governi Conte II e Draghi che affidarono i bonus spesa ai Comuni per contrastare l’aumento dei prezzi. Concessa la buona fede, non si può non notare che Lollobrigida ha trasformato la carta da annuale a biennale con una strana ricaduta in calendario: 500 euro accreditati a novembre, 500 euro ad aprile quando – che coincidenza! – probabilmente il voto sarà nei paraggi.

Al Tesoro si preparano a resistere ai cavalieri della Mancia che puntano la legge di Bilancio con le spade sguainate, e un menù già ricco nel fodero: pensioni anticipate a 64 anni; 13esime detassate a Natale; taglietti per le imposte della classe media. Il professor Pisauro ne ha viste molte, e non si sorprende: «Ogni governo vuole poter mostrare la tassa che ha abolito, l’aliquota che ha ridotto, la categoria alla quale ha concesso un beneficio. Preso isolatamente, ciascun intervento può avere le sue giustificazioni. Ma il sistema fiscale va guardato nel suo complesso. Se il gettito necessario a finanziare la spesa pubblica rimane grosso modo lo stesso, ciò che viene tolto da una parte deve prima o poi riapparire da qualche altra: sotto forma di altre imposte, minori agevolazioni, maggiore deficit o minore spesa. A forza di interventi selettivi si perde qualsiasi disegno complessivo dell’Irpef, che diventa una somma di aliquote, detrazioni, bonus e trattamenti differenziati per categorie».

Affrontati bonus al ritmo di uno a bimestre, il Mef non si spaventa del menù né per il bollo di Meloni o i cantieri di Salvini o la carta di Lollobrigida. Il presupposto è unico: conti in ordine.

Ad agosto il governo ha ottenuto dall’Unione Europea il nullaosta per lo scostamento di bilancio dell’1,5 per cento di Prodotto interno lordo, ovvero circa 36 miliardi di euro da stanziare nel triennio per sicurezza energetica (14,4) e investimenti per la Difesa (22). Non sono né prestiti né donazioni: altro debito pubblico, semplice, in purezza. E con l’Italia, per uno zero virgola di Pil, rimasta sotto procedura di infrazione europea per troppo deficit.

Con i tassi di interesse che crescono e la campagna elettorale che incede, il Tesoro deve riflettere come, e se, usare questi 36 miliardi di euro. Per la sicurezza energetica si cercherà di sfruttare lo spazio a disposizione, per la Difesa chissà. Sborsare decine di miliardi in armi porta voti? Gli impegni con la Nato sono chiari, più volte confermati e la Difesa attende trepidante questi 22 miliardi; però nulla di valido ieri sarà valido domani se non si esprimono cavalieri e scudieri uniti. E infatti, dopo una plenaria, al momento cavalieri e scudieri uniti hanno tranciato i 22 miliardi per la Difesa (-8) così da pareggiare i 14 miliardi per l’energia. 

Decidere presto cosa fare aiuta a farlo meglio. Chiosa il professor Pisauro: «La questione non è se ci si possa permettere il bollo, un nuovo taglio dell’Irpef o una singola misura per una determinata categoria. È se esista una gerarchia delle priorità. Se ogni nuova proposta politicamente attraente viene aggiunta a quelle già annunciate e solo dopo si cerca il modo di finanziarla, il rischio è che la legge di Bilancio torni a essere il luogo nel quale si tenta di far quadrare, a posteriori, una somma di promesse, non sempre giustificate». A volte il vento quelle promesse le porta via. E lì nella Mancia di vento ce n’è parecchio. Purtroppo i mulini siamo noi.