Dalla Silicon Valley alla Casa Bianca, una ristretta élite di ultraricchi ha trasformato i miliardi in potere politico, mediatico e tecnologico. I ministri e i grandi donatori vicini al presidente controllano risorse senza precedenti, mentre il divario tra ricchi e poveri riporta gli Stati Uniti all’era dei magnati dell’Ottocento

Trump e i nuovi oligarchi d’America: il governo dei miliardari che ha conquistato la Casa Bianca

(Anna Lombardi – repubblica.it) – NEW YORK – Il presidente immobiliarista, si sa, ha messo insieme il governo più facoltoso della storia degli Stati Uniti: la rivista economica Forbes stimava che la somma delle fortune dei suoi principali consiglieri si aggira sui 7,5 miliardi di dollari. Più del doppio dei 3,2 miliardi combinati del primo gabinetto Trump, e ben lontani da quei “poveracci” dell’amministrazione Biden, che possedevano “appena” 110 milioni di dollari complessivi. Se poi a quella dei suoi ministri si aggiunge anche la fortuna di Trump, la cifra tocca la bellezza di 14 miliardi di dollari. Insomma, un’élite economica ha saputo trasformare le sue immense ricchezze in un’influenza politica tangibile: un po’ com’è avvenuto in Russia con gli oligarchi. La ristretta cerchia di ultraricchi che gravitano intorno a Trump non solo gode di un accesso privilegiato al presidente degli Stati Uniti: ma domina anche il panorama mediatico e l’economia tecnologica. Hanno, insomma, piena influenza sulle leve del potere.

I sostenitori dell’amministrazione parlano di “esagerazioni”: Trump, dicono, è solo un presidente che sostiene le imprese e collabora con la finanza e l’industria per raggiungere i suoi obiettivi. Ma le cose, nota il Financial Times che ai nuovi oligarchi americani dedica un paginone, sono più complesse. I magnati ultra-ricchi, soprattutto di Silicon Valley, sono ormai penetrati nell’ecosistema politico di Washington: assumendo ruoli consultivi nel governo, coltivando legami a Capitol Hill e intervenendo sulle questioni del momento, dall’intelligenza artificiale alla politica industriale. Partecipano a cene sfarzose, donano milioni di dollari a progetti di raccolta fondi della Casa Bianca e vengono fotografati con Trump mentre promettono investimenti strabilianti su territorio americanoMolti hanno beneficiato di agevolazioni e politiche a vantaggio delle loro aziende e, in alcuni casi, di lucrosi contratti governativi del valore di miliardi di dollari.

E se i magnati del passato, i vari Rockefeller, Astor, Morgan, Carnegie, Vanderbilt e via dicendo, “espiavano” il benessere facendo filantropia, finanziando ampiamente le istituzioni pubbliche, i neo-miliardari del settore tecnologico mostrano completa indifferenza ai loro doveri verso la società. «Questo la dice lunga sull’impunità che sembra essere radicata nella loro mentalità: convinti di essere al pari di divinità», afferma Quinn Slobodian, storico del capitalismo presso la Boston University, parlandone appunto al quotidiano della City.

Tutta colpa di una sentenza del 2010 che ha spalancato le porte al denaro nella politica. Secondo l’organizzazione progressista Americans for Tax Fairness, i ricchi americani fino ad allora investivano in politica mediamente 30 milioni di dollari a testa. Ebbene: nel ciclo elettorale del 2024, sono stati staccati assegni per ben 2,6 miliardi di dollari, la metà dei quali provenienti da tre soli Paperoni: Elon Musk, Miriam Adelson e Timothy Mellon che hanno versato oltre un terzo dei circa 1,5 miliardi di dollari spesi per far vincere Trump.

La spesa elettorale degli ultraricchi, nota poi il FTè aumentata di pari passo con l’ampliamento del divario tra ricchi e poveri. Secondo Jeffrey Winters, politologo della Northwestern University, la quota di ricchezza totale degli Stati Uniti detenuta dalle 400 persone più ricche del Paese è aumentata del 146% negli ultimi 30 anni, mentre quella dell’intera metà più povera della popolazione americana, nello stesso periodo, è diminuita del 25%. Un divario che ricorda quello di fine Ottocento, quando una ristretta cerchia di industriali e finanzieri accumulò fortune favolose esercitando un immenso potere politico in un sistema permeato da clientelismo e corruzione. «Si è tornati al dare per ottenere favori e non è altro che una tradizionale forma di corruzione», afferma Martin Gilens, professore di politiche pubbliche all’Università della California.

Non è certo un caso che i leader del settore tecnologico abbiano elogiato l’approccio non interventista dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Intelligenza artificiale. E infatti durante un incontro alla Casa Bianca lo scorso settembre, Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha affermato che avere «un presidente così favorevole alle imprese e all’innovazione rappresentava un cambiamento molto positivo». A presagire quel che stava succedendo, ci aveva provato l’ex presidente Joe Biden che nel suo discorso di commiato dello scorso anno, aveva dato l’allarme: «sta emergendo una nuova oligarchia americana, pericolosa concentrazione di potere nelle mani di pochi ultraricchi». Peccato che avesse omesso un dettaglio importante: i grandi donatori esercitano lo stesso tipo d’influenza anche sul suo partito. Numerosi miliardari hanno donato decine di milioni (anziché centinaia) alla campagna di Kamala Harris. Tra i suoi donatori ci sono infatti il cofondatore di LinkedIn Reid Hoffman, voce influente nei dibattiti democratici sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale, il finanziere George Soros, l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, il cofondatore di Facebook Dustin Moskovitz e la filantropa Laurene Powell, vedova del defunto CEO di Apple, Steve Jobs.

D’altronde, anche fra i democratici ci sono Paperoni che fanno politica attiva: il governatore dell’Illinois JB Pritzker, erede della fortuna degli hotel Hyatt e uno degli uomini più ricchi d’America, è anche lui un papabile per la corsa alla Casa Bianca 2028.

E pensare che Donald Trump ha vinto due volte le elezioni presentandosi come il paladino della gente comune, l’antiestablishment per eccellenza, il nemico delle élite consolidate. E invece, la sua presidenza le ha semplicemente consolidate.