I giovani non sono mai nell’agenda di nessuno. Sono la generazione più blandita e più tradita della storia. Soprattutto in Italia, dove soffriamo il più gelido inverno demografico e il più rapido invecchiamento della popolazione

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Tra le «prediche inutili» di Sergio Mattarella, quella pronunciata alla cerimonia del Ventaglio è purtroppo più inutile delle altre. La forza serena del messaggio del Capo dello Stato è inversamente proporzionale alla capacità di ascolto di una politica sempre più faziosa e inconcludente. Per quanto «intempestive», le risse da campagna elettorale sono cominciate già prima delle truci crociate del populismo d’accatto, che per il solito pugno di voti ora specula sulla condanna di Roggero e sulla morte di Fakir, sull’accoltellamento di Concas e sulla tragedia di Ceuta.
L’ordalia referendaria, il Piano Mattei, l’operazione Albania, i decretoni da 57 nuovi reati e i decretini da due spicci sui carburanti? Da quando è nato, il governo pensa solo alle urne. Per questo svanirà nel “rumore bianco” anche il sacrosanto appello del presidente della Repubblica, che chiede ai partiti di concentrarsi sui «problemi che riguardano la vita quotidiana dei nostri concittadini». Tra questi ce n’è uno che non è mai nell’agenda di nessuno: i giovani.
Li abbiamo visti sfilare nei cortei pacifici, per urlare stop alle guerre e allo sterminio di Gaza. Li abbiamo visti ai seggi il 22 marzo, quasi 3 milioni di ragazzi tra i 18 e i 25 anni, per dire «la Costituzione non si tocca». Alcuni li vediamo confusi, con lo smartphone in mano e la lama in tasca, altri li vediamo incazzati e incappucciati, con i bastoni e le molotov. A nessuno di loro, in fondo, il “palazzo” ha dato e dà risposte: solo promesse e manganelli. Evitiamo retoriche giovaniliste, vittimiste o giustificazioniste. Ma è un fatto che la «generazione ansiosa» come l’ha ribattezzata Jonathan Haidt, è la più blandita e la più tradita della storia. Soprattutto in Italia, dove soffriamo il più gelido inverno demografico e il più rapido invecchiamento della popolazione.
L’ultimo rapporto della Fondazione per la Natalità, in collaborazione con Istat e Inps, rileva che il 62% degli italiani in età feconda rinuncia a fare figli perché «costa troppo». Tra i giovani, oltre 2,8 milioni indicano la mancanza di denaro e la precarietà del lavoro come principale «fattore di blocco». Tra le donne, più di 3 milioni non lavorano perché devono occuparsi della famiglia, quasi 5 milioni lavorano ma temono di subire danni alla carriera in caso di maternità, 763mila non fanno figli perché devono occuparsi dei genitori anziani. Che futuro ha un Paese del genere?
Parliamo di natalità. I nuovi nati erano quasi un milione nel 1960, quando il tasso di fecondità era 2,7 figli per ogni donna: oggi i due valori sono crollati a 370mila e a 1,18, i livelli più bassi dal dopoguerra. Il 70% delle giovani coppie dichiara di volere almeno un figlio, e di questo campione l’80% ne vorrebbe addirittura due o più di due. Ma ormai siamo il Paese del figlio unico: più del 50% delle donne partorisce una sola volta.
Chiediamoci perché non dovrebbe essere così. Peseranno pure i nuovi modelli socio-culturali: la realizzazione personale, l’indisponibilità al sacrificio. Ma cosa hanno fatto per le giovani coppie le sinistre progressiste? Cos’hanno fatto per le famiglie le destre al comando, quelle estremiste della sacra triade “Dio-patria-famiglia” e quelle moderate di rito “cattolico-apostolico-romano”? Al contrario di Francia e Spagna, qui solo pannicelli caldi. Qualche ritocco ai congedi parentali, l’assegno unico universale (che ha assorbito assegni familiari, premi alla natalità e detrazioni Irpef sui figli a carico) e il bonus asili nido, unico sussidio sopravvissuto ai tagli al welfare di questi ultimi quindici anni.
Il vuoto, in alcuni casi, lo colmano le Regioni: vedi l’Emilia-Romagna, che non può e non deve fare notizia solo per gli scontri di piazza a Bologna. Ma è troppo poco, nell’Italia dei salari orari reali fermi dal 2000, mentre in Germania sono cresciuti del 21% e in Francia del 14.
Parliamo di scuola e università, i luoghi nei quali un Paese costruisce il suo domani e le nuove generazioni si formano e imparano cultura e cittadinanza, vita e democrazia. In Italia le risorse per l’istruzione valgono meno del 4% del Pil: il livello più basso dell’Eurozona.
I patrioti festeggiano un miglioramento minimo sugli abbandoni scolastici. Ma non ci dicono che manteniamo il record negativo nel Vecchio Continente. Che l’ascensore sociale è fermo, con un abbandono prima del diploma quindici volte maggiore tra i figli di genitori con bassa istruzione rispetto a quelli di genitori laureati. Che ancora oggi un giovane su 5 nella fascia 25-34 anni non ha neanche un diploma. Anche negli atenei, solo primati a rovescio.
Vantiamo il livello più basso di laureati: 10 punti meno della Germania, 20 punti meno della Francia. Siamo l’unica nazione europea nella quale la spesa pubblica per studente universitario è inferiore a quella per studente liceale. Un decimo dei giovani neolaureati se ne va all’estero, e non torna più. E ha molte buone ragioni per farlo: un neolaureato italiano guadagna l’80% in meno del suo “collega” tedesco e il 30% in meno di quello francese.
Per chi resta, il 60% dei neodottori finisce nel settore pubblico, dove ha busta paga e carriera svantaggiose. Cos’ha fatto la politica, di fronte a cotanto sfacelo? Negli ultimi tre anni, l’esecutivo meloniano ha stanziato per il diritto allo studio la miseria di 133 milioni: lo 0,008% del Pil. E questo è quanto.
Parliamo di lavoro. La Sorella d’Italia brinda a spumante, per ogni zerovirgola in più sull’occupazione. Ma come ha provato a spiegarle il governatore Fabio Panetta, non conta solo crescere: conta come si cresce. E in che misura la statistica riflette il progresso economico e la coesione civile, la libertà e la giustizia sociale. Per i giovani e per le donne, rispetto all’Europa, il tasso di occupazione resta drammaticamente basso. Diminuiscono costantemente i flussi di entrata nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni. Il mercato del lavoro è sempre meno “mobile” e sempre più “anziano”.
Secondo Bankitalia, entro il 2050 il Paese perderà oltre 7 milioni di persone in età lavorativa. La nazione invecchia, il ricambio manca: per le nuove leve mini-job e contratti flessibili scontano troppi gap normativi e retributivi. I canali di comunicazione scuola-lavoro non funzionano: in Germania la quota di giovani tra 15 e 29 anni che studia e partecipa al mercato del lavoro è pari al 25%, in Francia è al 13, in Italia solo al 4.
Cos’hanno fatto i gialloverdi e i giallorossi, le grandi coalizioni e i governi tecnici? E cos’ha fatto Meloni, già fiera ministra della Gioventù del governo Berlusconi, se non limitarsi a rifinanziare la solita decontribuzione dei neoassunti già varata da Renzi, Gentiloni, Conte e Draghi?
Stiamo distruggendo un capitale umano prezioso. Servirebbe uno sguardo lungo, che immagini l’Italia dei prossimi vent’anni, non quella dei prossimi due mesi. Servirebbero investimenti massicci, a basso impatto elettorale ma ad alto rendimento sociale. Ma è inutile illudersi: non li vedremo. C’è lo Stabilicum: questo sì che è un imperativo categorico. Con tanti saluti a Mattarella. E con buona pace dei nostri figli e dei nostri nipoti.