
(di Marcello Veneziani) – Ma cos’è questo impetuoso ritorno di Ulisse sulla scena mondiale? Che corde smuove il kolossal di Cristopher Nolan per parlarne e scriverne così in tanti? C’è qualcosa di quell’epoca e quel poema che rigurgita nei nostri giorni o sono i nostri giorni che si rispecchiano nel potente affresco di guerra, violenze e vendette inscenato dal regista americano? Ho visto Odissey e altrove ho detto tutto il bene e il male che si può dire intorno a questo kolossal d’autore, facendo paragoni. Ma qui vorrei andare contromano e dire una cosa che è lo sviluppo rovesciato di quel successo di massa del film di Nolan: abbiamo perso la capacità di traduzione. Si, l’arte contemporanea, il cinema in primis, il teatro, ma anche le altre arti figurative e forse narrative, non sanno più tradurre la vera essenza poetica e lirica, religiosa e fatale dei grandi capolavori del passato e non sanno più leggere, capire, penetrare quel mondo e il loro significato. Ne riprendono il corpo, e il corpo a corpo, non l’anima.
È come se avessimo perso la capacità di capire il loro linguaggio, il linguaggio maestoso del sacro, il linguaggio possente dell’antichità, la magia di quelle gesta e di quei gesti, quelle parole e quei silenzi; non riusciamo più a commuoverci, a piangere come sapevano piangere loro, a capire il significato simbolico, rituale e liturgico di alcuni gesti e di alcuni eventi. Gli dei ci sembrano in queste versioni contemporanee, delle sbiadite presenze di supporto, badanti di colore, che non evocano nessun piano superiore e alcun mistero. Le storie perdono quel misterioso rapporto col fato, con la potenza del destino. Si perdono nell’esibizione spettacolare delle peripezie, delle avventure più eclatanti, delle crudeltà più disumane o delle guerre stellari con figure che non sembrano provenire dal mito ma da altre galassie; spariscono i dialoghi più intensi, i silenzi più carichi di dei e di presagi, le parole che più s’impressero nei nostri cuori quando leggemmo prima da bambini e poi da giovani i poemi di Omero. Che erano, si, “poemi della forza”, come Simone Weil e Rachel Bespaloff definiscono l’Iliade. Poemi che suscitano non solo stupore ma anche orrore, spavento, elogio del vigore, appena bilanciato dall’astuzia di Ulisse e dal timore degli dei.
Il film sembra riprendere proprio in questa chiave “il poema della forza” inscenando lotte cruente tra tremendi bestioni, come li avrebbe definiti Giambattista Vico. Ma il poema della forza aveva in sé anche la forza del poema; forza evocativa, onirica, poetica, fascinosa e struggente; una forza spirituale oltre la forza fisica, tra squarci di umanità e di pietà, nostalgie e tenerezze, tensione religiosa e commozione. Si può rimuovere dall’Odissea, come fa il regista americano, il dialogo di Ulisse con la madre nell’Oltretomba e la sua impossibilità di abbracciarla, di stringerla a sé, perché ormai è un’ombra, un sembiante? Si può omettere il dialogo con Calypso quando propone a Ulisse di restare per sempre con lei e vivere una vita beata e immortale, e il re avventuriero invece sceglie di restare mortale pur di tornare alla sua patria, alla sua casa, alla sua moglie, anche se non è avvenente come la dea?
Si può dimenticare nella foga di descrivere troppo a lungo l’eccidio dei Proci, di esprimere l’emozione di Penelope per la graduale scoperta che quel mendicante è suo marito? E si può trascurare la mitica prova-tranello di Penelope per capire se il viandante è davvero suo marito, quando chiede di spostare il letto nuziale, e Ulisse s’inalbera dicendo che non si può, perché come sapevano solo lui e sua moglie, fu impiantato e scolpito direttamente in un albero vivo d’ulivo? Quel letto era il testimone di una fedeltà coniugale più forte del fuoco e di un’indissolubilità dell’unione e della famiglia, radicata nella terra.
Nulla di tutto questo appare nell’Odissea di Nolan, dove neanche per sbaglio si vede un profilo greco, un volto greco, tra quote sindacali di attori di colore, latinos, marines e altri che col mondo greco non c’entrano, a partire dalle gemelline nere Elena e Clitennestra, per non dire della Maga Circe che perde tutto il suo fascino per apparire come un’attempata e inacidita femminista che la vuol far pagare ai maschi e perciò li trasforma in porci, come meritano. Sono figure marginali, ma infastidiscono queste wokerie di passaggio.
Ma sopra ogni cosa, si può cancellare il Poema del Ritorno, del Nostos, quale è sempre stato nei millenni l’Odissea, cambiando il finale con la coppia di regnanti che lasciano il loro regno al figlio Telemaco, quel regno che Ulisse ha difeso col sangue e sospirato negli anni di lontananza; e invece i due piccioncini maturi, lasciano la loro patria e il loro trono, e partono per l’orizzonte infinito, per l’Occidente estremo dei morti, la terra del Tramonto, se non addirittura per il mondo nuovo, l’America? Non è nemmeno in gioco la sete di conoscere dell’Ulisse dantesco, c’è il tradimento del significato classico dell’Odissea come poema del ritorno, che diventa, come la Bibbia, poema dell’esodo e del nomade, cioè non del ritorno in patria ma del viaggio nella terra promessa, l’expeditio in terram utopicam, come diceva Italo Mancini nel solco di Ernst Bloch. E dire che Jorge Luis Borges diceva che tutta la letteratura di tutti i tempi è figlia di quei due archetipi opposti: il poema ellenico del ritorno, l’Odissea, e il poema ebraico dell’esodo, la Bibbia. Qui si confondono, e la modernità prende il posto della civiltà tradizionale.
Torno al tema da cui sono partito: ma è possibile che non siamo più in grado di leggere e rappresentare i classici e cogliere la poesia, la visione, la sacra magia di quel mondo e non siamo più in grado di commuoverci per le cose che facevano piangere gli uomini di quel tempo, pur abituati a una crudeltà a cui noi, grazie a Dio, non siamo più avvezzi? Dobbiamo forse dedurre che quel mondo era si, più cruento e feroce ma anche più sensibile e tenero del nostro, e che le due cose non sono in contrasto ma compresenti? Il poema della forza è anche la poesia dei sentimenti forti, c’è anzi un’energia che si fa forza fisica nei momenti di scontro ma anche energia spirituale nei momenti di abbandono, di dialogo, di incontro. Come nell’Iliade lo scempio crudele di Achille del corpo di Ettore convive con l’estrema pietà che coglie il feroce e irato Achille che si commuove alle parole e ai gesti di Priamo e gli restituisce il corpo straziato di suo figlio, come noi non riusciamo più a fare (da Piazzale Loreto in poi)?
E allargando lo sguardo, perché non riusciamo più a trovare le parole del sacro nel nostro tempo, le chiese contemporanee non riescono più a suscitare il senso mistico e religioso, e l’arte non sa più figurare corpi viventi e morenti, santi e madonne, infanzie gioiose, bellezze vertiginose, ma produce oggetti inanimati e protesi di vita, insensate installazioni, caos di colori, geometrie gelide e disordini interiori, vetri d’angoscia, specchi vuoti e poi il nulla? Qual è la ragione del nostro analfabetismo affettivo, la nostra incapacità di trovare una relazione tra culto e cultura, il nostro puro vedere spettacoli ed effetti speciali? Fino a pochi decenni fa, come dimostrano le altre versioni dell’Odissea al cinema, sicuramente meno potenti di questa, c’era almeno il timore reverenziale di attenersi al poema, la fedeltà al testo era una virtù; ora, invece, bisogna attualizzare e personalizzare a ogni costo, i classici, rivederli con i nostri occhi, che a volte sono ciechi.
Qualcuno spiritosamente ha detto che l’Odissea di Nolan è Omero spiegato a Trump; ma Ulisse non è un top gun e non può finire a New York barattando la dea Calypso con la statua della Libertà.
No Trump non centra con la morte dei miti e dei valori,, questa Odissea al contrario è il frutto degli incubi neri di un cineasta wasp e woke (ma comunque inconsapevolmente suprematista), abituato a veder girare i trionfi degli Yankee invitti esportatori di democrazia e cioccolate per i bambini che ne scopre a sorpresa le ombre e i massacri e pensa di rimediare con un massacro finale e una fuga, nel momento in cui il pianeta forse è già dominato dalle scimmie (statua della libertà/cavallo nella sabbia).
Insomma, fatta l’analisi della propria anima nera, dopo un bicchiere di Biochetasi o di Petrus Boonekamp, si può continuare a portare il duro fardello dell’uomo bianco (rectius democratico) seminando guerre e genocidi per il mondo.
D’altronde è possibile che gli incubi siano stati causati “da un frammento di formaggio, una patata cruda o un boccone di carne non digerita”.
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con tutte le precauzioni del caso( condom compreso) moderatamente d’accordo con Marcellino. L’Odisseo di Kirk Douglas del 54 rimane er meio, pur nn avendo visto la nuova baracconata e nemmeno sognando di andarla a vedere. Strappa il sorriso come al solito, il poro Marcellino impegnato in elenchi salviniani dei suoi riferimenti culturali ( alcuni eccellenti) che lo fanno un intellettuale plebeo destrorso con poca self esteem.Considerando che i sinistrorsi sono anche mediamente peggio seppur meno involgariti nel costume retorico…l’ultimo intellettuale italico degno di tale nome passato in tivvu’ risale al 1854.
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