Il nucleare costa molto e richiede tempo, meglio il solare. E per l’Ia occorre un organismo europeo. Ecco le soluzioni da Nobel di Giorgio Parisi. Intervista

Giorgio Parisi (Roma, 4 agosto 1948), professore emerito di Fisica teorica alla Sapienza di Roma, ha ricevuto il Nobel per la Fisica nel 2021. Mattia Balsamini/contrasto

(di Elena Dusi – repubblica.it) – Il nostro “piccolo pianeta bisognoso di cura” è a un bivio. Ha di fronte a sé un futuro (e un presente) dal clima soffocante oppure può affidarsi alle fonti rinnovabili sfuggendo alle sirene del nucleare, assai più costoso di sole e vento. Può scegliere la strada di un’intelligenza artificiale confinata nelle mani di un manipolo di tycoon o quella di un sistema informatico aperto a tutti i contributi, privo di segreto industriale, capace di ridistribuire i guadagni fra tutti.

«Non sappiamo se il progresso che abbiamo vissuto fino a oggi proseguirà ancora in futuro o se subirà un crollo nel secolo che stiamo vivendo», è il monito di Giorgio Parisi, che ha dedicato alla Terra, «un’astronave che viaggia nello spazio con risorse limitate», il suo ultimo libro: Il nostro futuro su un piccolo pianeta bisognoso di cura, in uscita il 31 luglio per l’editore Castelvecchi. Premio Nobel per la Fisica nel 2021 e membro dell’Accademia dei Lincei, Parisi parte dalla scienza e abbraccia la politica. I tre saggi che compongono il libro – dedicati a clima e ambiente, intelligenza artificiale e futuro dell’energia, incluso il ruolo del nucleare – sono frutto della sua passione civile. Hanno visto la luce fra le pagine della rivista Alternative per il socialismo, a partire dalla relazione sul nucleare per il Parlamento o dal manifesto per promuovere un centro di ricerca europeo per l’intelligenza artificiale sul modello del Cern.

Qual è il suo rapporto con la politica?

«La situazione attuale non mi pare entusiasmante, ma ho fiducia che presto le cose cambino in meglio».

Cosa glielo fa pensare?

«Le elezioni non sono lontane e credo che le nuove generazioni sceglieranno meglio di noi. Hanno capito che è ora di cambiare le cose, sentono il bisogno di fare politica. Anche negli Stati Uniti sta emergendo una nuova generazione di under 40 con idee fresche e nuove. Il sindaco di New York Mamdani ne è il simbolo».

Intanto però nulla si muove. Stiamo battendo sempre nuovi record di temperatura e il riscaldamento climatico viene a malapena menzionato.

«Nessuno o quasi nega ormai il problema. Anche senza parlare di cifre, tutti ci stiamo accorgendo che le temperature sono cambiate. Il problema è passare dall’“oddio come si suda” a un voto coerente e a un intervento della politica».

La politica in Italia oggi propone il ritorno alle centrali nucleari.

«Ma non ci sono dubbi, oggi il modo meno costoso di produrre energia è il solare. Il suo prezzo è un terzo rispetto al nucleare e tende a scendere ancora. Il nucleare di quarta generazione è ancora allo studio, nessuno sa quanto costerà effettivamente. Anche per quanto riguarda i mini-reattori, nulla indica che la spesa per megawatt sia inferiore rispetto alle grandi centrali. Da quindici anni poi l’Italia discute di un deposito dove stoccare le scorie radioattive in modo permanente, e ancora si è fermi alla lista di un centinaio di siti potenziali. Dove prevedibilmente sono scoppiate le proteste».

Si dice che i pannelli solari arricchiscano la Cina che li produce.

«I moduli fotovoltaici provengono dalla Cina, ma incidono sul costo finale di un impianto per un 20 per cento circa. Buona parte della spesa arriva dall’installazione, che è locale».

Un’altra obiezione riguarda l’intermittenza dell’energia solare.

«È vero, ma il nucleare non è la soluzione. Un reattore non può essere acceso e spento come un fornello. Ha bisogno di uno o due giorni per essere riavviato una volta che la reazione viene interrotta. Per ovviare al problema dell’intermittenza delle rinnovabili ci sono altre soluzioni possibili. Le centrali a gas, per restare sulle fonti fossili. Le batterie per accumulare l’elettricità prodotta dalle fonti pulite. O si può usare il solare per sollevare l’acqua riempiendo le dighe di giorno e sfruttarla sotto forma di energia idroelettrica la notte».

Qual è invece il suo parere sulla fusione nucleare, la reazione che avviene nel Sole, per la quale l’Europa sta investendo molto in ricerca?

«Cinquant’anni fa si diceva che ci sarebbero voluti cinquant’anni. Oggi si prevede che sarà pronta fra trent’anni. Di progressi se ne sono fatti e penso che ci arriveremo, ma serve ancora molta ricerca. I vantaggi sulle scorie sono evidenti, la fusione ne produce molte meno rispetto alla fissione nucleare. Sui costi invece non abbiamo riferimenti. Nell’attesa comunque è un’altra la fonte di energia che svilupperei».

Quale?

«La geotermia. Giappone e Islanda la sfruttano da tempo. In Italia, dove pure avremmo molte potenzialità, siamo bloccati senza un motivo chiaro. Eppure potremmo usarla per abbattere l’energia per rinfrescare o riscaldare le nostre case».

E anche quella per alimentare i data center che fanno girare i circuiti dell’intelligenza artificiale. Oltre alla questione ambientale, però, l’Ia suscita altre preoccupazioni.

«Il rischio di monopolio prima di tutto. Sempre di più, in futuro, sarà l’intelligenza artificiale a fornirci tutte le informazioni che cerchiamo, dalle ricette alle notizie di attualità. Questo prosciugherà buona parte del contenuto di internet, dai siti di cucina a quelli dei giornali, solo per fare degli esempi. Dopo qualche anno non avremmo più contenuti, se non quelli generati dall’intelligenza artificiale, con i suoi pochi programmi concentrati nelle mani dei suoi pochi imprenditori. Tutta la conoscenza finirebbe nelle mani di un unico editore, l’unico in grado di dirci cosa leggere e di dare significato a parole importanti come libertà, democrazia, giustizia o guerra».

Per evitarlo lei ha proposto di fondare un Cern dell’intelligenza artificiale. Di che cosa si tratta?

«Di un centro di ricerca europeo, come il Cern, in cui l’intelligenza artificiale sia sviluppata senza segreto industriale e senza arricchire pochi magnati. I computer già esistenti in Europa offrono una potenza di calcolo sufficiente. Gli scienziati potrebbero collegarsi ai vari centri di calcolo da un campus in cui è importante che lavorino insieme. Molte buone idee nella scienza infatti arrivano dalle chiacchierate informali. È importante che i vari ricercatori si ritrovino in mensa, vadano a bere un caffè insieme. Spesso chi non sa come risolvere un problema bussa alla stanza del vicino e gli chiede consiglio, chi ha un’idea fuori dagli schemi ne parla più facilmente al di fuori di un contesto formale. I computer possono essere ovunque, ma è importante che le persone siano insieme».

A che punto è la sua idea? In Italia sembra averla sposata la segretaria del Pd, Elly Schlein.

«La Francia è la nazione più attiva. Vorrebbe avviare il progetto prima della fine dell’anno. Una possibilità sarebbe investire 700 milioni all’anno, una cifra quasi invisibile nei bilanci europei, usando i centri di calcolo già esistenti. Altri Paesi hanno manifestato interesse per l’idea, Italia inclusa. Si tratta di riunirsi attorno a un tavolo e partire il prima possibile, perché Stati Uniti e Cina investono cifre di tutt’altra portata».