Da Roggero ad Abderrahim Fakir, la classe dirigente fa a pezzi i fondamentali dello Stato di diritto

(Enrico Bellavia – lespresso.it) – Soffiare sul fuoco, agitare la piazza, eccitare gli istinti primordiali di un Paese che cova rabbia e disperazione. Da blandire nelle sue paure con parole d’ordine che promettono sicurezza. Fin quando non gli tocca sperimentarne le conseguenze. La bestia populista dopata dal cinismo di chi spera di risalire nei sondaggi si è lanciata in una corsa forsennata che sta travolgendo tutto. Lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, le prerogative del presidente della Repubblica, la ragione stessa che sta alla base del vivere civile. Si nutre di cronaca, il che già richiederebbe prudenza, per via della sua provvisorietà. La mastica, la risputa sotto forma di dichiarazioni esplosive e annunci di leggi estemporanee, indifferente ai distinguo che fanno la differenza tra ragionare e dare fiato alla bocca.
Così è stato per lo scudo penale agli agenti. Invocato sull’onda di una sbrigativa e falsa ricostruzione dei fatti di Rogoredo, si trova ora applicato agli agenti sotto le cui braccia è morto a Bologna Abderrahim Fakir. La bestia non argomenta, non distingue. Consuma e passa oltre, volgendosi a un’altra emergenza, a un’altra opportunità per sfamarsi. Compie il percorso opposto dell’agire politico, piega qualsiasi strumento – la comunicazione pubblica, il codice, la legislazione – allo scopo di guadagnare consenso. Solo l’emozione gli dà voce.
Sul gioielliere di Grinzane Cavour che ha steso a revolverate i due rapinatori promette un impossibile candidatura, annuncia una grazia di cui non dispone, infine declama i presupposti di una legge che sostanzialmente conferisce licenza di uccidere chiunque violi il perimetro della proprietà privata. L’umana pietà dovuta a un signore finito in carcere a 72 anni non cancella e non sposta di una virgola lo svolgimento di un fatto che non si qualifica come legittima difesa, tanto meno nell’accezione che gli stessi che ora si ergono a suoi difensori, hanno contribuito a scrivere. E la grazia non è un quarto verdetto che ribalta il convincimento di 21 giudici in tre gradi di giudizio, concordi nell’escludere qualsiasi presupposto per rendere giustificata la reazione di Mario Roggero.
Utilizzare il perdono del presidente come fosse una necessità a furor di popolo è una distorsione gravissima. Peggio, il tentativo di trasformarlo in un espediente per cancellare con un colpo di spugna qualsiasi certezza giuridica. Non è per quello che esiste la grazia. E non la si invoca dimenticando l’abc del galateo istituzionale. Perché la forma è sostanza. E in questo sguaiato e scomposto infischiarsene del Colle, c’è tutta la grammatica sconclusionata di questa classe dirigente. Che punta per indole e convinzione a incamerare potere, incurante dei suoi contrappesi. Contrabbandando questa concentrazione per necessità. Lo fa a ogni incrocio della vita istituzionale. Così il premierato serve al Paese per la stabilità e non a traghettare le esistenze presenti ben oltre le scadenze. La legge elettorale ridà voce ai cittadini e non consente a una minoranza di diventare maggioranza con il trucco. E domani chissà cos’altro riuscirà a escogitare.
Non c’era certo bisogno degli sproloqui alla Roberto Vannacci perché certa destra di governo si materializzasse come il peggiore incubo di questa stagione. Era già un tormento anche senza di lui. Che semmai ne ha accelerato il metabolismo. Ma nutrirsi della furia popolare è pericoloso. Perché alla fine, tra Gesù e Barabba, il popolo graziò il bandito.
A me dispiace per questo signore che se la pena non verra’ commutata per l’ eta’che ha e’ come se si fosse preso una condanna a vita.Pero’ con tutti questi sponsor poco opportuni che cercano di tirarlo per la giacchetta per un brcero scopo elettorale e facendo indispettire anche il colle alla fine quando caleranno i riflettori sulla sua vicenda non vorrei che tra grazia graziella a lui non rimanga un grazie ar ca…🤔
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