Le risposte non seguono la linea dei partiti. Il 71,2% contro i risarcimenti a chi commette un reato

Più di un italiano su due per la grazia: per il 45% il caso Roggero è stata legittima difesa

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – Ci sono sentenze che chiudono un processo e sentenze che ne aprono un altro. Quella con cui la Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che uccise due rapinatori e ne ferì un terzo, appartiene alla seconda categoria. Perché, mentre la Corte ha stabilito ciò che è accaduto sul piano del diritto, il Paese continua a discutere di altro, ovvero della paura, della sicurezza, della fiducia nello Stato e del confine, sempre più incerto nell’immaginario collettivo, tra difesa e vendetta.

Un Paese diviso

Non capita spesso che un sondaggio fotografi con tanta nitidezza un Paese diviso esattamente a metà. La rilevazione di Only Numbers lo fa: il 45,4% degli intervistati è convinto che si sia trattato di legittima difesa, il 44,8% no. Mezzo punto di scarto sta dentro il margine d’errore di qualsiasi rilevazione. La stessa scissione emerge anche su un piano più generale. Alla domanda se, in linea di principio, «la difesa è sempre legittima», il 45,4% si dichiara d’accordo a differenza del 40% che non condivide questa affermazione. Tuttavia, il dato più interessante della rilevazione non è l’esistenza di una maggioranza, ma la sua assenza. Gli italiani infatti si dividono quasi perfettamente nel giudicare se il gioielliere abbia agito o meno in legittima difesa, si dividono sulla proporzionalità della sua reazione e si dividono persino sull’idea che la difesa sia “sempre” legittima.

Un dilemma morale

È una fotografia rara in un’epoca nella quale quasi ogni questione tende a produrre schieramenti compatti e identitari. Qui, invece, il consenso si frantuma. Questo significa che la vicenda Roggero non è diventata un simbolo politico nel senso tradizionale del termineÈ diventata piuttosto un dilemma morale, e i dilemmi, per definizione, non producono maggioranze, ma costringono a scegliere tra due alternative esclusive. È questo l’elemento che distingue il caso da altri temi divisivi, perché non emerge una polarizzazione ideologica netta lungo l’asse destra-sinistra, infatti anche una parte significativa dell’elettorato del Movimento 5 Stelle – con una media che supera di poco il 40% – si avvicina alle posizioni della maggioranza di governo, e non solo loro. Si presenta quindi come una frattura che attraversa dimensioni più profonde che coinvolgono il rapporto dell’uomo con la paura, la fiducia nello Stato e l’idea stessa di cosa significhi “farsi giustizia”.

Nessuna vendetta

C’è poi un altro elemento che merita attenzione. L’Italia che emerge dal sondaggio non appare affatto animata da una cultura della vendetta, come spesso si sostiene, perché se così fosse, i dati sarebbero molto più univoci. Invece gli intervistati sembrano distinguere con sorprendente lucidità tre piani diversi: il giudizio sulla condotta del gioielliere, quello sulla severità della pena e quello sulle regole generali della legittima difesa. È una distinzione tutt’altro che banale, perché quel 53,2% favorevole alla grazia presidenziale racconta qualcosa di diverso rispetto ai numeri sulla legittima difesa. Non è tanto un giudizio sul fatto, quanto sulla proporzione tra il fatto e la pena, inevitabilmente influenzato dall’età dell’imputato. Quattordici anni di carcere a 72 anni equivalgono, di fatto, a una pena destinata a occupare gran parte della vita residua. La legge stabilisce la pena, ma l’età e la storia personale ne cambiano profondamente il significato. È significativo che il consenso per la grazia sia più ampio di quello registrato su qualsiasi altra domanda: molti italiani sembrano dire «forse ha sbagliato, ma la pena appare eccessiva». Una posizione che consente di conciliare il rispetto per la sentenza con la pietà per la persona, senza dimenticare che quella vicenda si è conclusa con la morte di due uomini e il ferimento di un terzo, un esito che continua a interrogare la coscienza collettiva.

La questione dei risarcimenti

Il 71,2% contrario al risarcimento ai rapinatori o ai loro familiari è invece l’unico dato che supera nettamente la soglia della maggioranza qualificata. Il consenso molto elevato contro i risarcimenti ai rapinatori racconta poi qualcosa di ancora diverso. Più che una richiesta di pene più dure, sembra esprimere una domanda di coerenza morale. Molti italiani accettano che chi eccede nella difesa possa risponderne penalmente; faticano però ad accettare che chi ha scelto di commettere una rapina possa diventare, almeno sul piano civile, creditore del danno subito durante quel reato. È una distinzione che il diritto conosce bene, ma che il senso comune percepisce con crescente difficoltà. Non è incoerenza. È la dimostrazione che l’opinione pubblica ragiona meno per categorie giuridiche e più per equilibrio – personale – complessivo. Il diritto è costretto a classificare, mentre i cittadini tendono invece a pesare.

«E tu, come reagiresti?»

E infine il 33,6% degli intervistati dichiara di non conoscere – così a freddo – la propria reazione trovandosi nella stessa situazione. È forse la risposta più importante e sincera dell’intero sondaggio. Viviamo in una stagione in cui il dibattito pubblico pretende certezze assolute e giudizi immediati. Eppure un cittadino su tre rifiuta di semplificare. È un’ammissione di incertezza che vale quasi come una lezione civile. Significa riconoscere che il comportamento umano, quando entra in gioco la paura della morte, non può essere valutato con la stessa lucidità con cui viene ricostruito anni dopo nelle aule di giustizia. Questa consapevolezza introduce un tema ancora più profondo. Il diritto e l’opinione pubblica non parlano sempre la stessa lingua. Per i giudici tutto ruota attorno a un momento preciso: quando il pericolo non è più attuale, la legittima difesa non può più essere riconosciuta. Da quel momento spetta soltanto allo Stato esercitare la forza e punire chi ha commesso un reato. Per molti cittadini, però, il tempo della paura non coincide con quello del diritto. La paura non si spegne nell’istante in cui il rapinatore volta le spalle. L’adrenalina non segue i tempi della legge e il trauma non si arresta quando, per i giudici, il pericolo è ormai cessato. Da qui nasce gran parte della distanza tra la sentenza e il sentimento popolare. Sarebbe però un errore interpretare questa distanza come un rifiuto dello Stato di diritto. Al contrario, i dati sembrano esprimere una richiesta rivolta proprio alle istituzioni: fare in modo che nessun cittadino si trovi nella condizione di dover decidere, in pochi istanti, se sparare oppure no.

La sicurezza soggettiva

Questo sondaggio racconta una società nella quale la sicurezza è diventata un’esperienza profondamente soggettiva. Le statistiche sulla criminalità possono anche migliorare, ma se le persone continuano a sentirsi vulnerabili è la percezione, più dei dati, a orientare il consenso. È probabilmente questa la lezione politica più importante che emerge dal sondaggio. Non quella di un Paese che chiede di sostituirsi allo Stato, ma di un Paese che teme di essere lasciato solo quando la paura irrompe dentro casa. È su questa domanda di sicurezza, prima ancora che sulla sentenza Roggero, che la politica sarà chiamata a misurarsi.