L’aiutino. La norma pro-aziende sui rinnovi contrattuali

Soldi pubblici, affari privati: ricavi a quota 14 mld per Angelucci&C.

(estr. di Nicola Borzi – ilfattoquotidiano.it) – La sanità privata in Italia torna in salute e – anche grazie alle norme ad hoc della maggioranza di governo, varate a spese dei lavoratori del settore, dopo le difficoltà seguite al Covid – prepara una nuova cuccagna di utili per i proprietari dei maggiori gruppi. Lo attesta l’ultimo rapporto dell’Area Studi Mediobanca che ha esaminato i conti dei 38 principali operatori del settore. Nel 2024 la spesa sanitaria pubblica ha raggiunto i 138,3 miliardi, il 6,3% del Pil. Ben 28,7 miliardi (il 20,8%) sono andati ai privati. Dal 2002 al 2024 così la spesa verso la sanità accreditata è aumentata ogni anno in media del 3%, superando quella pubblica, ferma al +2,5%. Ma la spesa privata complessiva per la salute – tra accreditamento, costi pagati dalle famiglie e spesa intermediata – ha raggiunto i 78 miliardi. Dopo la crisi dovuta alla pandemia del 2020, il fatturato 2024 dei 38 colossi censiti da Mediobanca ha toccato i 13,4 miliardi, in crescita del 5,5% sul 2023 e del 22% sul 2019. Sebbene ancora distanti dai livelli pre-Covid, sono tornati redditività e utile (34,6 milioni in totale). Grazie all’invecchiamento della popolazione le prospettive sono rosee: nel 2025 i ricavi sono stimati in crescita del 3,7%.

Il comparto è dominato da pochi colossi. Tra le cliniche, Papiniano (holding del gruppo San Donato e Ospedale San Raffaele) ha fatturato 2,16 miliardi con 18 strutture e 14.501 dipendenti. Humanitas (famiglia Rocca) ha incassato 1,26 miliardi e il gruppo Villa Maria 968 milioni. La Fondazione Policlinico Gemelli, primo operatore non profit, registra ricavi per 946 milioni. Sul fronte dell’assistenza agli anziani svettano il gruppo Kos (controllato dalla Cir dei De Benedetti), con 145 strutture e ricavi per 799 milioni, davanti a Segesta e Sereni Orizzonti Holding. Nella diagnostica spiccano Synlab e Cerba Healthcare.

Nonostante il boom della componente “solvente” che ha toccato i 7 miliardi, più che raddoppiata (+131,7%) rispetto al 2012, l’accreditamento, ovvero l’incasso di fondi pubblici, resta la linfa vitale. I rimborsi pubblici costituiscono la quota prevalente dei ricavi, con incidenze che variano drasticamente da segmento a segmento. La riabilitazione è il comparto più dipendente dallo Stato, con punte del 96% dei ricavi sanitari di Ics Maugeri e dell’87,2% per il San Raffaele della famiglia Angelucci. Negli ospedali vale quasi l’80% del fatturato di Gvm (78,9%) e Papiniano/San Donato, mentre scende sotto il 60% in Humanitas. Nelle Rsa, l’accreditamento pesa mediamente per il 59% e solo il 25% nella diagnostica, che punta su assicurazioni e pagamenti diretti.

Il ritorno all’utile è stato ottenuto comprimendo i costi, in particolare quello del lavoro, che in totale nel 2024 valeva 4,5 miliardi, cresciuto del 29,5% sul 2019. La sanità privata impiega oltre 102mila dipendenti, con una retribuzione pro-capite media di 43mila euro. Anche qui, l’incidenza sul fatturato varia da segmento a segmento: nella riabilitazione è al 63,2%, negli ospedali al 48,8%, nelle Rsa al 48,6%. Non ci sono dati precisi sui singoli operatori, ma stime sul costo dei soli assunti (il ricorso alle prestazioni esterne è massiccio ma varia di azienda in azienda) indicano che il gruppo Papiniano paga i lavoratori circa 700 milioni e per il San Raffaele degli Angelucci la stima per i suoi 2.572 dipendenti è di circa 100 milioni , con l’87,2% dei ricavi sanitari (su un totale di 171 milioni) che viene dall’accreditamento.

Nonostante la carenza strutturale di personale, ben al di sotto della media Ue, l’utile aggregato della sanità privata aumenterà proprio a spese dei dipendenti. Lo si deve alla legge 112 del 2026 che ha convertito il decreto Lavoro. Claudio Lotito, patron della Lazio e senatore di Forza Italia, ha presentato un emendamento, poi fatto proprio dal governo, che ha introdotto una deroga specifica per la sanità privata accreditata e le Rsa. Mentre il decreto prevedeva un adeguamento automatico degli stipendi all’inflazione per i contratti scaduti da oltre nove mesi, la norma – poi convertita in legge – ha escluso le cliniche private da questo automatismo. L’“aiutino” genera una profonda disparità tra il personale del Servizio sanitario nazionale e quello delle strutture accreditate, congelando retribuzioni già ferme da anni. Cgil, Cisl e Uil hanno promosso scioperi e proteste e denunciano che è inaccettabile erogare fondi pubblici a strutture che non garantiscono tutele contrattuali.

Sulla vicenda è intervenuto anche il leader del M5S, Giuseppe Conte: “Gli stipendi non aumentano, ma per gli affari degli amici del governo va tutto a gonfie vele. Con una norma dal forte odore di incostituzionalità, i lavoratori della sanità privata sono esclusi dagli aumenti automatici. Ci rimette chi lavora, ma esulta Angelucci, re delle cliniche e deputato di maggioranza”. L’autunno della sanità privata si preannuncia caldo, ma gli utili per i proprietari sono sempre più grassi.