Nessuna donna vittima di violenza ha voluto trasformarsi in eroina di una battaglia eversiva per sostituire la giustizia privata (la vendetta più esattamente) a quella esercitata legittimamente dallo Stato. Piuttosto hanno scelto una battaglia silenziosa, più difficile da combattere e meno eclatante politicamente

(di Elena Stancanelli – repubblica.it) – Cosa accadrebbe se le donne vittime di stupro avessero una pistola nascosta nel cassetto, o in borsa, e aspettassero di vedere il proprio carnefice allontanarsi e solo in quel momento la tirassero fuori e la puntassero contro la schiena di quell’uomo e sparassero, uccidendolo? Me lo chiedo ossessivamente in questi giorni, perché penso che ogni donna che subisce uno stupro vorrebbe veder scomparire dalla faccia della terra l’uomo che l’ha annichilita, con un’azione mostruosa, indegna di un essere umano.
E vorrebbe in tutti i modi evitare la seconda umiliazione, quella del processo. Le arringhe degli avvocati difensori che rimestano nel suoi comportamenti pregressi, che eccepiscono sulla foggia dei suoi abiti nella circostanza dell’aggressione, che misurano la sua reazione durante l’abuso. Perché non ha gridato, perché non gli ha ficcato una matita negli occhi, perché non è scappata? Vorrebbe evitare l’esposizione pubblica della sua intimità, di dover trattenere il ricordo di quei momenti che preferirebbe cancellare per sempre, così tanto da riuscire a non cadere in nessuna trappola tesa da quegli avvocati.
Lo stupro è diventato reato contro la persona soltanto nel 1996. Prima di questa data il codice penale considerava la violenza sessuale come un «delitto contro la moralità pubblica e il buon costume», cioè un’offesa alla società e non alla donna che la subiva. Ma questo, la riclassificazione del reato, non basta, non sta bastando. Perché i maschi faticano ancora parecchio a capire che cosa significa essere stuprate. Cioè violate in quello che deve continuare a essere lo spazio più intimo dell’individuo se si vuole che una comunità, fatta di uomini e donne, viva in armonia.
Lo stupro è il punto nel quale collassa il patto sociale, la possibilità di convivenza tra corpi di diverso genere e di diversa forza fisica. Se fosse possibile per un maschio capire davvero, capirlo nel corpo, cosa vuol dire essere stuprate, lo stupro sarebbe classificato in maniera ancora diversa: un tabù, qualcosa che divide gli uomini in persone o bestie, che dovrebbe prevedere lo stesso sdegno sociale che si riserva a un assassino.

Cosa diremmo quindi di una donna, di una delle innumerevoli donne (dimentichiamo spesso di includere lo stupro, quando parliamo di percezione di insicurezza, specie lo stupro silenzioso che avviene dove non è possibile denunciare, nel buio spaventoso di certe case) che si facesse giustizia da sola, per evitare un umiliante processo e per far sparire dalla faccia della terra il suo carnefice?
Quante petizioni verrebbero firmate per quella donna, quante raccolte fondi ci sarebbero, quante prese di posizione da parte di politici in cerca di posizionamento? Quante trasmissioni televisive disposte a ospitarla, prima del processo, perché rivendicasse il suo diritto alla vendetta? Quanti partiti chiederebbero a quella donna di candidarsi, quanti deputati in Parlamento sventolerebbero la sua fotografia?
Non accadrebbe niente di tutto questo, ne sono sicura. E per fortuna, mi viene da dire. Solo che non si tratta di fortuna: è il modo di reagire di queste donne che ha prodotto una cultura. La cultura della giustizia. Nessuna donna vittima di stupro, nessuna di quelle pochissime che hanno ucciso il proprio stupratore, si è mai messa davanti a una telecamera, col pugno alzato e la bava alla bocca, a gridare: l’ho fatto e lo rifarei. Nessuna donna ha voluto trasformarsi in eroina di una battaglia eversiva, che volesse sostituire la giustizia privata, la vendetta più esattamente, a quella esercitata legittimamente dallo Stato.
Piuttosto le donne vittime di stupro, quelle che non hanno ucciso il proprio stupratore (cioè quasi tutte) sono state eroine di una battaglia silenziosa, molto più difficile da combattere, molto meno eclatante politicamente: hanno denunciato, sapendo quanto sarebbe stato difficile quel percorso per loro.
Hanno messo la vita della comunità, e delle altre donne, davanti alla loro. Sapendo che qualunque reato, per quanto mostruoso, non può essere risolto con un colpo di pistola. E quanto può essere mostruoso uno stupro? Non solo per quello che fa al tuo corpo, come dicevamo, ma perché compiuto da qualcuno che, più forte di te fisicamente, ha scelto di esercitare quella forza non per starti accanto nella comunità ma per stare contro di te.
Lo stupro è mostruoso soprattutto perché è un reato compiuto da un uomo contro una donna per il fatto che è una donna, esattamente come quel tipo di omicidio che, con buona pace di qualcuno, è necessario continuare a chiamare femminicidio. Può essere meno mostruoso che subire un furto, per quanto grave, per quanto reiterato, per quanto aggressivo? Non credo.
Ma soprattutto non credo che dovremmo preoccuparci di stilare una graduatoria sulla diversa mostruosità dei reati per stabilire cosa possa essere punito con un omicidio e cosa invece non lo meriti. Semplicemente perché niente lo merita. Niente, nemmeno uno stupro.
che bello, finalmente ci armiamo tutti quanti… io voglio imitare Tex Willer… che figo!
Possiamo sparare a chi non ci da la precedenza con l’auto?
Alle prossime elezioni metterò due croci sulla sgarbatella-
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