(Andrea Zhok) – Da ieri ferve l’usuale discussione polarizzata su un episodio di per sé abbastanza insignificante, ma che ha avuto la ventura di venire filmato.

Si tratta, nelle sue linee di fondo, di un episodio banale: qualcuno, ubriaco, drogato o mentalmente instabile, agisce in modo insistentemente molesto, qualcun altro perde la pazienza e lo “mette a posto”, magari esagerando. Rientra nella categoria “risse di strada”. Chi ha più ragione o più torto è una questione di dettagli.

Il caso non avrebbe raggiunto gli onori della cronaca se non fosse capitato che il signore molesto era, a quanto pare, un profugo iracheno, mentre il “giustiziere” era, sempre a quanto pare, un militante di Futuro Nazionale.

A questo punto si è scatenato l’inferno sui social, con due “partiti” entrambi convinti di possedere l’unica corretta chiave interpretativa, e pronti ad azzannarsi.

Da un lato la lettura: “Migrante in difficoltà malmenato da fascista”, dall’altro lato la lettura: “Minaccia straniera neutralizzata da prode autoctono.”

Potremmo riderci sopra, se non fosse che l’ampiezza e virulenza delle reazioni ci mettono in guardia sul fatto che siamo nei pressi di una questione esplosiva. E interpretare correttamente tale situazione è importante, per evitare degenerazioni con tratti da “guerra civile”, che vediamo sempre più spesso – per ora in altri paesi europei. La questione reale va molto al di là dei dettagli del singolo episodio.

Una parte ha giustamente paura che venga promossa una visione della società dove ci si fa giustizia da soli e dove, dunque, alla fine vale la legge del più forte. Il modello statunitense dove, nei quartieri difficili, hai solo la scelta se farti proteggere dalla “gang di latinos” o dalla “fratellanza ariana”, non è qualcosa che uno sano di mente potrebbe auspicare. Tuttavia l’accusa ai “tifosi del giustiziere” di “razzismo” e “fascismo” credo manchi complessivamente il bersaglio.

Infatti le ragioni di chi plaude al “giustiziere” si basano in generale su qualcosa di assai meno astrattamente ideologico di “razzismo” e “fascismo”, qualcosa su cui vale la pena di spendere qualche parola.

La società italiana odierna conta un 10% di popolazione in povertà assoluta, mentre circa un terzo della popolazione non è in grado di affrontare una spesa imprevista (dentista, piccolo incidente d’auto, ecc.) di 1000 euro. Oltre a questa popolazione già in apnea, c’è un’altra ampia fetta di popolazione che percepisce anno dopo anno un’erosione delle proprie condizioni di vita e che, pur lavorando in maniera continuativa, spesso come lavoratori autonomi, arranca.

Ricordo che sociologicamente la piccola borghesia in fase di scivolamento verso il proletariato è sempre stata il bacino di coltura delle reazioni autoritarie del ‘900. L’invito qui, però, è non di pensare che se tiriamo fuori dal cappello le paroline magiche “nazismo” o “fascismo” abbiamo automaticamente capito qualcosa. Non è che la piccola-borghesia in crisi sia ontologicamente malvagia. Ci sono state ragioni per l’emergere di quelle crisi, e ci sono ragioni simili anche oggi. Usare come clave etichette del passato non serve a nulla se non si capisce cosa sta succedendo.

E ciò che oggi sta succedendo non è difficile da vedere. Oggi viviamo una micidiale combinazione di due istanze: un logoramento delle condizioni di vita della maggioranza e una latitanza della capacità di controllo dello stato verso i soggetti marginali (oltre che di aiuto per uscire dalla marginalità).

Il logoramento delle condizioni di vita non concerne solo la riduzione dei margini economici, ma concerne anche la costante crescita delle mille forme di rendicontazione, bollinatura, certificazione, tassazione, responsabilizzazione che lo stato odierno impone ai cittadini attivi. In sostanza, per tenere la testa sopra l’onda, la gran parte dei cittadini non solo deve abbrutirsi di lavoro, ma deve anche sentirsi costantemente sotto sorveglianza e sanzione. Le forze dell’ordine sono occhiute e inesorabili quando si tratta di sanzionare il cittadino medio che ha dimenticato una scadenza, ritardato una “certificazione verde”, messo un post offensivo verso il capo dello stato, o lasciato a casa la mascherina d’ordinanza per passeggiare sulla spiaggia.

Dopo di che esiste una parte della popolazione che è caduta al di fuori della “cittadinanza attiva” o non ci è mai entrata (così è spesso per i clandestini), che ha poco o nulla da perdere, e che proprio per queste ragioni di solito sfugge ad ogni effettiva sanzione.

La presenza di una parte della popolazione di “marginali” non è una novità, e finché i numeri sono percentualmente molto contenuti, il fenomeno rimane sotto controllo. Ma oggi, per la combinazione di una perdita di reddito degli autoctoni e di rilevanti flussi migratori, il numero delle persone “marginali” è in evidente aumento.

L’effetto di questa combinazione è semplice da capire.

Quando una persona della “fascia a rischio”, che fatica a rimanere nella “cittadinanza legale”, che tiene a malapena la testa sopra l’onda di piena, si scontra con una persona della fascia “marginale”, ciò che avviene è che la prima sente, simultaneamente, di poter perdere tutto e di essere sotto giudizio, mentre la seconda non ha nulla da perdere e si sottrae ad ogni giudizio (è impermeabile alla sanzione morale).

In altri termini, se qualche scalmanato (che può essere straniero come autoctono) mi danneggia l’auto in parcheggio, mi vandalizza i tavolini del bar, molesta i clienti, mi costringe ad accompagnare i bambini a scuola perché ha reso la strada inaffidabile, ecc., io, finché cerco di essere un buon cittadino, sono in una condizione di stress e fragilità. Un qualunque danno materiale serio mi può mandare gambe all’aria e qualunque mia reazione deve stare attentissima a rimanere entro il più rigoroso perimetro della legge, pena la possibilità di finire con la testa sotto l’onda. Di contro, chi agisce nella fascia “marginale” può muoversi con sostanziale tranquillità finché non si macchia dei crimini più gravi.

Questa situazione di attrito perenne e crescente tra una fascia della popolazione in caduta e una già marginale è una potenziale bomba ad orologeria sociale. La gravità di questo attrito non è percepita dalla fascia più benestante della popolazione, che tende a vedervi qualche lotta tra “visioni del mondo”, non capendo che ciò che per lei è un fastidio, per qualcun altro può essere la soglia del tracollo.

La soluzione per questo problema è semplice.

Da un lato, idealmente, bisognerebbe ridurre i fattori di attrito, il che significa la presenza di aiuti non solo per quelli già “caduti nella marginalità”, ma anche per quella ampia fascia a rischio di caduta. Ma dall’altro lato, bisogna creare le condizioni giuridiche e materiali affinché le forze dell’ordine possano intervenire in modo efficace. Semplicemente non è pensabile alimentare una situazione in cui le forze dell’ordine sono inflessibili con i padri di famiglia col mutuo, mentre latitano nei confronti della microcriminalità (“perché tanto domani sono di nuovo fuori”).

Non è bello né elegante parlare delle funzioni repressive dello stato, ma talvolta è necessario. E non in un’ottica ottusamente securitaria, ma in un’ottica sociale. Ci sono ambiti, come quello della microcriminalità, che colpiscono come una tassazione altamente regressiva: pesano enormemente sulle fasce sociali in difficoltà e lasciano esenti le fasce più ricche.

Fingere che questa sia una “questione di destra” è un tradimento di ogni istanza socialmente orientata.