(Giancarlo Selmi) – Ranucci non si tocca. Report non si tocca.

Lo schifo a cui stiamo assistendo, non è un normale scontro giornalistico, non è una polemica, non è nemmeno una critica dura: è un’operazione di delegittimazione politica e mediatica contro uno degli ultimi spazi di vero giornalismo d’inchiesta rimasti in questo Paese. La cosa più intollerabile è il rovesciamento della realtà: la vittima di un attentato dinamitardo trasformata nel principale sospettato, quasi nel colpevole morale di ciò che ha subito. È un meccanismo infame, costruito per sporcare, insinuare, logorare. Non per cercare la verità, ma per demolire una figura scomoda.

In questa operazione c’è tutta la miseria di un sistema che vuole distruggere chi indaga invece di colpire chi delinque. La campagna di fango dei giornali di Angelucci, aggravata dalla complicità di testate che continuano a definirsi di “sinistra”, è riuscita perfino a insinuare in una parte dell’opinione pubblica l’idea più tossica di tutte: che il problema non sia il politico corrotto, ma il giornalista che ne scopre le porcherie. È esattamente questo il punto. Ranucci dà fastidio perché ha messo le mani dove loro le mani vogliono tenerle libere. Libere negli affari, libere nelle clientele, libere nelle opacità, libere nei privilegi, libere nell’occupazione sistematica di ogni spazio di potere.

Vogliono cancellare ogni controllo, ogni verifica, ogni voce che osi alzare il velo. Vogliono una stampa servile, addomesticata, inginocchiata. Una stampa che non faccia domande, che non scavi, che non smascheri, che ripeta slogan e copra interessi. Per questo Report va colpita. Per questo Ranucci va isolato, infangato, indebolito. Non perché abbia torto o sia colpevole di qualcosa, ma perché è un ostacolo. Un ostacolo vero. Uno di quelli che impediscono al potere di muoversi indisturbato. Dentro questa trama, pensare che tutto sia casuale o neutrale significa rifiutarsi di vedere l’evidenza.

Ci sono apparati, fedeltà politiche, reti di protezione e di aggressione che si muovono con impressionante puntualità ogni volta che qualcuno tocca i nervi scoperti del potere. E allora no, non basta l’indignazione di rito. Qui serve chiarezza. Difendere Ranucci significa difendere la libertà di stampa. Difendere Report significa difendere il diritto dei cittadini a sapere. Perché quando il potere comincia a trattare il giornalismo d’inchiesta come un bersaglio da abbattere, non è più in gioco solo il destino di un cronista o di una trasmissione: è in gioco la qualità della democrazia.

Ranucci va difeso fino in fondo. Senza ambiguità. Senza distinguo. Senza vigliaccherie. Perché quando provano a spegnere chi racconta il potere, stanno dicendo a tutti noi che il potere non vuole più essere disturbato e non vuole essere raccontato. Questo è pericoloso. E, come ha scritto un bravo giornalista, William Beccaro: “all’armi son fascisti”.