Con la riforma elettorale Lega e Forza Italia pagherebbero dazio. Il premio aiuta Futuro nazionale. Più chance di vittoria per la sinistra

(Giulia Merlo – editorialeomani.it) – «Cui prodest?». Questa ormai è la domanda che assilla il centrodestra alle prese con la modifica della legge elettorale. Più il tempo scorre – tra vertici, scambi di battute via intervista e intoppi parlamentari – più la distanza tra gli interessi degli alleati aumenta e le incognite crescono. Due in particolare: il peso di Futuro nazionale di Roberto Vannacci e l’introduzione delle preferenze. C

osì i dubbi sull’utilità di una modifica del sistema elettorale stanno prendendo sempre più forma. Davvero, alle condizioni attuali, il Melonellum (proporzionale con premio di maggioranza) sarebbe meglio del Rosatellum (misto, con un terzo dei seggi assegnati con sistema maggioritario e due terzi con il proporzionale)?

A FdI conviene

A conti fatti, un sistema proporzionale con liste bloccate e un premio di maggioranza fisso che scatta al 42 per cento converrebbe a Fratelli d’Italia. Gli ultimi sondaggi lo quotano intorno al 28 per cento e il suo numero di seggi totali sarebbe maggiore in proporzione rispetto a oggi, perché non dovrebbe più spartirsi ex ante con gli alleati i candidati nei collegi uninominali (sula base dei sondaggi e quindi con margine di errore, come è stato nel 2022).

A loro dovrebbe sì riconoscere un numero di posti nel listone bloccato, che però scatterebbero solo in caso di superamento del 42 per cento e dunque di vittoria e premio di maggioranza. Determinante in questo senso, però, è la variabile del posizionamento del generale Vannacci. Se corresse da solo, sono alte le probabilità che faccia perdere il centrodestra e dunque il premio di maggioranza non scatterebbe. Se invece entrasse nell’alleanza, l’ultimo sondaggio Swg proietta il centrodestra al 46,8: forse un po’ troppo ottimistico, visto che in coalizione Vannacci perderebbe consenso.

Con il Rosatellum, invece, lo scenario sarebbe peggiore per gli standard di Meloni. Nella quota proporzionale si creerebbe un sostanziale pareggio con il centrosinistra, nella parte maggioritaria dei collegi uninominali invece la presenza di Vannacci in corsa da solo determinerebbe la sconfitta Meloni, proprio come nel 2022 è stato per il Pd con il Movimento 5 stelle fuori dall’alleanza. La vittoria sarebbe però risicata, con il rischio di una palude politica.

Alla Lega e Forza Italia no

Ragionamento opposto, invece, vale per la Lega. Nel 2022 – grazie al Rosatellum e a una sopravvalutazione del suo risultato nell’alleanza – con l’8,8 per cento, il partito di Matteo Salvini, ha incassato 65 deputati e 29 senatori, molti di più rispetto agli appena 45 alla Camera e 18 al Senato di Forza Italia, che l’aveva tallonata all’8,1 per cento.

A prescindere dalla legge elettorale, tuttavia, la Lega oggi è tra il 5 e il 6 per cento e in ogni caso perderà parlamentari. Il punto è quanti, e l’emorragia di eletti rischia di essere maggiore con il Melonellum che cancella la spartizione dei collegi uninominali in coalizione.

Ragionamento simile vale anche per Forza Italia, con una differenza. Sia che si voti con il Melonellum o che si rimanga al Rosatellum, FI incasserà più parlamentari della Lega. Se si votasse con il Rosatellum, oggi FI avrebbe la mano migliore per pretendere più collegi uninominali, potendo vantare un peso elettorale tra il 7 e l’8 per cento. Con il Melonellum, invece, il numero finale di parlamentari dipenderebbe dall’ottenimento o meno del premio di maggioranza.

In questo caso, FI potrebbe inserire nel listone più nomi rispetto a quelli della Lega ma sono proprio gli azzurri ad allontanare la vittoria, essendo i più categorici nell’escludere la presenza di Vannacci in coalizione. A conti fatti, dunque, il Rosatellum garantirebbe di più sul numero di eletti. La sintesi è che né a Forza Italia né alla Lega converrebbe accettare l’incognita del Melonellum e la roulette russa del premio di maggioranza.

E Vannacci?

In base ai sondaggi e alle simulazioni, il centrodestra nella sua attuale configurazione è destinato alla sconfitta sia con il Melonellum sia con il Rosatellum. Paradossalmente, però, la sconfitta sarebbe meno pesante con il Rosatellum che, non avendo premio di maggioranza, permetterebbe sì una vittoria del campo largo ma probabilmente molto risicata, tale da provocare proprio quel sostanziale pareggio – e dunque instabilità – che Meloni considera il male della politica italiana.

Il Melonellum invece, con il suo premio di maggioranza secco (70 seggi alla Camera e 35 al Senato per chi supera il 42 per cento), consegnerebbe governabilità alla coalizione vincitrice: il centrosinistra è al 45,7 per cento anche senza Azione che è data al 3,7 secondo il sondaggio Swg; il centrodestra è al 41,5 senza Vannacci, che con il 5,3 per cento sarebbe determinante.

Si spiega così l’ipotesi – fatta filtrare da Forza Italia e considerata quella preferita da Marina Berlusconi – di tornare al sistema elettorale della Prima Repubblica: il proporzionale puro. Semplice, perché basterebbe eliminare dal testo del Melonellum il premio di maggioranza. In questo modo ogni partito correrebbe per sé e le alleanze si formerebbero in Parlamento, eliminando il problema Vannacci almeno in campagna elettorale. La strada però è impercorribile nell’ideale di Meloni, che si è esposta in favore di un sistema che faccia capire subito ai cittadini chi ha vinto e quindi governerà.

Si torna alla domanda di partenza, dunque: a chi conviene il Melonellum? Stando ai sondaggi e alle attuali coalizioni, favorirebbe il centrosinistra. Di qui l’incognita se verrà davvero approvato e soprattutto se la conformazione delle alleanze sia destinata a cambiare. Meloni sembra disposta a giocarsi il tutto per tutto – lei con i suoi cinque anni di governo contro l’alternativa di centrosinistra – convinta com’è che «la politica non è aritmetica».