(Luca Bottura – editorialedomani.it) – Mia madre, classe 1931, la persona meno razzista del mondo, era sinceramente convinta che i neri non primeggiassero nel nuoto perché avevano le ossa pesanti. Mi spiace non ci sia più, perché mi sarebbe piaciuto vederla gioire, e smentirsi, e capire, per Sara Curtis. Sinceramente. Lei.

La presenza di “nuovi italiani” nel trionfo azzurro agli Europei di atletica, il 30 per cento delle medaglie contro il 12 all’anagrafe nazionale, potrebbe invece essere salutata con un flashmob sotto casa del generale Vannacci, agitando all’unisono il braccio destro, sorretto da quello sinistro a comporre un coreografico, stentoreo, liberatorio gesto dell’ombrello.

Nel caso di Meloni, che ha definito ogni medaglia «il racconto di un’Italia che sa vincere», la coreografia andrebbe infine integrata col suono coordinato di millemila kazoo, ma vanno bene anche esecuzioni a cappella di brevi suoni gutturali, dacché l’Italia che sa vincere è stata per una buona parte quella che lei detesta. E addita.

Ma sarebbe inutile e greve.

Ellis Island

L’occasione è invece grata per una piccola analisi storica. La diaspora intercontinentale dei migranti italiani consta di due momenti fondanti. Partiamo dal secondo, inizio Novecento, ché Ellis Island e la sua crudeltà la conosciamo tutti. Qualcosa come 4 milioni di italiani salgono su una nave per New York, a frontiere ancora spalancate (chiuderanno nel 1924) e cercano un futuro a stelle e strisce. Li trattano malissimo. Li considerano spazzatura. Li chiamano «dago», un insulto su base razziale non disgiunto dalla pigmentazione: non sono considerati realmente bianchi.

Gli italiani, quasi tutti del Sud, fanno – come direbbe Meloni – fronte. Si compattano in una comunità che si integra per quanto può, si difende per quanto deve. Coprono lavori umilissimi e squassanti. Il senso di clan e la povertà estrema, oltre alla discriminazione, favoriscono la criminalità. Negli Usa, la mafia, la portiamo noi.

Il Sud America

Prima, dal 1870 circa, c’era stata la diaspora verso il Sud America: 4,5 milioni di emigranti sparsi principalmente tra il Brasile, carente di manodopera causa abolizione della schiavitù, e l’Argentina così ricca di terre e, all’epoca, denari. Ma povera di abitanti. La pianura padana veniva battuta da emissari delle aziende e del governo di Baires che offrivano viaggio gratuito, terra, esenzioni fiscali.

Anche lì non mancarono sfruttamento, soprusi. Ma le cose andarono meglio. L’integrazione, veloce. Il razzismo, quasi assente: eravamo bianchi, cattolici, lavoratori. Molti divennero presto imprenditori. Oggi, quattro argentini su dieci hanno origini italiane ma sono soprattutto argentini. Chi andò, è diventato il cuore del Paese in cui vive e in massima parte è rimasto oltreoceano. Di quelli che emigrarono negli Usa, la metà tornò in Italia.

Un’Italia normale

Un ulteriore dettaglio: in Italia gli sport olimpici sono appannaggio quasi esclusivo di forze armate e dintorni. È il nostro modo per ovviare alla drammatica carenza scolastica sul tema. Tra i “nuovi italiani” di Birmingham, solo lo staffettista Mohamed Soudassi milita in una polisportiva civile: Derkach è aviera, Desalu un finanziere, Battocletti (mamma marocchina) appartiene alle Fiamme Azzurre, Iapichino alla polizia, come lo stirato Jacobs, e così via. Persino Sara Curtis è caporalmaggiore dell’Esercito.

Cavandosela con una battuta, verrebbe da dire che “stranieri va bene, basta che vadano veloce”. Più compiutamente, a differenza dell’ipocrisia meloniana, il trionfo tricolore, questo tricolore, ci dice che esiste un’Italia fuoriuscita dal cliché razzista della Destra.

Un’Italia normale, colorata come le pare, che lo Stato protegge, rispetta, aiuta, considera (oddio) risorsa. Che sia stata appena naturalizzata o sia di seconda generazione. Senza spaventare nessuno e con vantaggio di tutti. Praticamente, un programma di governo. Ci fosse un fronte progressista, dovrebbe essere capace di raccontarlo agli elettori tutti, anche ai “loro”. Un voto alla volta. Una medaglia alla volta. Per destarli dalla propaganda e spargere contezza su cosa potremmo diventare se solo fossimo un po’ meno rinchiusi e razzisti: felici e vincenti. Anche fuori da vasche e piste. Mica perché siamo italiani brava gente: perché ci conviene.