
(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] “Donald Trump ha un lessico infantile e binario dove tutto il mondo è riducibile ai suoi estremi rudimentali, puerili, da fase della lallazione, di bello/brutto, grande/misero, straordinario/triste, e soprattutto vincente/perdente. Zero sfumature, nessuna gradazione”, scrive Daniela Ranieri nel suo imperdibile, “Ma come parli?!” (manuale di resistenza al linguaggio dei politici che presentiamo oggi, a Carrara, nella Paper Fest – Libri in piazza). Perciò, il presidente americano è tutt’altro che “un coglione”, come scrive su “Libero” Alessandro Sallusti, per mettere una toppa al titolo giulivo del giorno prima (“È di nuovo amore”, con Donald-Romeo che corteggia Giorgia-Giulietta). Infatti, nello sputtanamento premeditato della premier che lo “implora” per una photo-opportunity, Trump adotta un giudizio di valore, binario, forse infantile ma che attraverso la pubblica umiliazione retrocede l’ex fan nel girone dei perdenti. […] Con tutta l’Italia appresso, s’intende. Del resto, che l’energumeno della Casa Bianca non si sia inventato proprio tutto di sana pianta emerge dalle cronache laddove si racconta di come, nelle pieghe del vertice Ue, sia stata la parte italiana a diffondere fotografie e video di Trump e Meloni sul divanetto. Richiesta partita da Palazzo Chigi: “Uno scambio di pochi secondi, in cui si vede la premier sorridere insistentemente, l’americano dire qualcosa, poi alzarsi, stringere la mano di lei e andare via” (“La Stampa”). Superfluo ricordare i maltrattamenti a cui il signore biondastro ha sottoposto i vari Starmer, Macron, Merz, Von der Leyen, colpevoli di non aver capito subito chi fosse “il boss” (così si è definito prima di stravaccarsi al capotavola di Evian). Quindi, non ha torto la presidente del Consiglio quando teme che “non finisca qui”. Perché può essere consolatoria la solidarietà dispensata a piene mani, a partire dal Quirinale, e fatta propria, con qualche ininfluente distinguo, dalla opposizione (ovvia quella della maggioranza). Belle parole che, tuttavia, non cambiano la sostanza delle cose, vale a dire di un legame il cui sfilacciamento danneggia il più debole (noi) e lascia indifferente il più forte (lui). Pensate davvero che il tycoon non volesse dire le cose che ha detto quando ha portato dove voleva la conversazione con l’inviato di La7 a Washington, il bravo Nicola Compatangelo: che, cioè, Giorgia Meloni dopo aver rifiutato di dargli una mano per Hormuz, con lui ha chiuso? Quando poi la premier si chiede (retoricamente) come mai il presidente Usa si comporti così con il proprio alleato, “mostrandosi molto più accondiscendente con i nemici dell’Occidente e dell’America”, si risponde da sola. Nel sistema binario di Trump, molto più forte dell’amico/nemico risulta essere lo schema vincente/perdente (“Vuole tornare mia amica perché è in crisi di popolarità, non mi interessa”). […] A coloro che si chiedono se l’italiana non poteva accorgersene prima di quanto l’altro fosse un tiranno iracondo, vendicativo, umorale, inaffidabile, narciso (Michele Serra, Matteo Renzi, eccetera), ricordiamo l’eterno “superior stabat lupus, longeque inferior agnus” di Fedro. Tanto per capirci, mentre prendeva a ceffoni una premier non abbastanza sottomessa, il lupus si sdilinquiva in elogi per l’“intelligente” dirigenza iraniana, ammirato dalla tenuta di Teheran. E se anche quel popolo infelice continuasse a soffrire la repressione della teocrazia oscurantista imbottita di dollari, poco male. Dove si pialla cadono trucioli, diceva un gerarca nazista, citazione che se Donald non fosse “l’epitome del degrado linguistico, culturale, antropologico di una politica terminale, quella dell’Occidente” (Ranieri), e di una ignoranza crassa (aggiungiamo noi), potrebbe, utilmente, ai suoi fini, espettorare.!
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