La confidenza esibita, i complimenti, la proposta del Nobel. Ecco perché è stato imprudente avvicinarsi troppo al tycoon

Il bilaterale Trump Meloni a margine del G7 del Canada del 2015

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino.

Anche in politica internazionale, e ancora di più nel tempo del caos e dell’irrazionalità sistemica, i proverbi conservano la loro luminosa efficacia. Per cui proprio insistendo a fare l’amicona con Trump ecco che Meloni, caparbia e imprudente, è caduta in trappola.

A questo punto gli studiosi di paremiologia, ovvero la scienza dei proverbi, si dividono sulle conseguenze della sciagura di Evian. Alcuni prevedono che la premier rimarrà d’ora in poi mutilata; mentre altri, più benevoli, ritengono che riuscirà a salvarsi lo zampino, ma dopo aver mostrato al mondo con quanta ingenuità, puntando smodatamente al ghiotto risultato, l’aveva infilato nella tagliola.

In entrambi i casi a Palazzo Chigi, a via della Scrofa e nelle redazioni collaterali si avrà la conferma definitiva di come, nei rapporti fra gli Stati, gli errori valgono il doppio e si pagano tre volte. Sotto lo sguardo della platea internazionale, la video-retorica sull’Italia «che non implora mai» lascia nel migliore dei casi il tempo che trova, mentre nel peggiore indica come scagliarsi oggi contro gli idoli di ieri suoni volgare, infantile, megalomane, patetico, ma soprattutto inutile.

Rispetto alle miserie del presente ci si sente perfino in colpa ad avventurarsi nei ricordi: «Ma come sono cretini!», sottinteso gli americani, fu il titolo di un editoriale dell’Unità con cui nel 1947 Palmiro Togliatti innescò la crisi del terzo governo De Gasperi. Ieri l’ineffabile Libero ha sparato in prima: «Trump è un coglione», ma in quella stessa vetrina, appena pochi mesi, fa erano messi alla berlina in qualità di “rosiconi” quanti disconoscevano i trionfi meloniani a Washington.

Ora, proprio per evitare questi buffi eccessi, queste acrobatiche oscillazioni, questi torcibudella da tifoseria esiste da qualche secolo – o forse esisteva – la diplomazia; e, all’interno di essa, uno stile improntato a coscienza, conoscenza, pazienza e auto-sorveglianza.

Per dire: ogni due per tre Meloni rivendica, non di rado in tono aggressivo, che lei è lì per difendere l’interesse nazionale, rivendicazione che tuttavia si misura più con i risultati che con le invocazioni o, come nel caso dei rapporti con Trump, con una quantità di mosse, mossette, gesti, bacetti, complimenti, compiacenze, salamelecchi e immaginifiche social card su cui in giornate come queste viene insieme da ridere e da avvilirsi.

Tipo che quando, gennaio 2024, Meloni si precipitò in gran segreto a Mar-a-Lago per implorare – si scelga, se necessario un altro termine – il nulla osta di Trump alla liberazione di un tecnico atomico iraniano e procedere a uno scambio con Cecilia Sala, beh, certo ne valeva la pena, ma una sintomatica combinazione di fuffa all’italiana e di scempia americanata produssero nella mente dell’uomo di Musk, a nome Stroppa, un’icona kitsch in cui Donald figurava come imperatore romano e Giorgia come la sua matrona in peplo – più defilato il dignitario Elon.

Di roba e sotto-roba del genere – elogi reciproci ed esagitati nei pranzi, panchine e divanetti a due, illustri copertine, risatine, battutine, prefazioni in famiglia di libri meloniani, pronunciamenti Nobel, impegnative frequentazioni dell’inviato speciale Zampolli, con tanto di rincorse da parte di Salvini – se n’è ammonticchiata talmente tanta nella raccolta differenziata dell’ultimo anno, che qualsiasi odierna proclamazione di indipendenza rispetto a Trump da parte del governo italiano non solo è assolutamente tardivo e incredibile, ma finisce per mettere a nudo la confusione, l’improvvisazione, l’inconsistenza, il voltafaccia, la fede nella propria furbizia, tutte caratteristiche che purtroppo non sono estranee al carattere nazionale allorché i governanti italiani debbono misurarsi con le faccende internazionali.

Nessuno può negare la buona fede e anche l’impegno di Meloni su e giù per il mondo. Ma quale ponte davanti a dazi, armi, Venezuela? Hai voglia adesso a insultare grossolanamente o accusare di follia quello stesso Trump che nemmeno un anno fa, dopo aver ascoltato la premier, se n’era uscito: «Che bel suono ha il suo italiano!».

La nuda e cruda verità secondo cui “Sovranista grande mangia sovranista piccolo” resta forse l’unica autentica spiegazione dell’ingratitudine, del tradimento, dello scaricamento, dell’umiliazione planetaria. La gatta del proverbio doveva forse accorgersi prima che non ne valeva la pena, mantenere una distanza, una misura, un decoro, una fermezza che di questi tempi sono tanto più rari quanto più utili.