La relazione tra Giorgia Meloni e Donald Trump va oltre il legame politico. C’è un manipolatore seriale e una vittima che sta dimostrando di sapere come sfruttare al meglio questo ruolo. Quanto accaduto al G7 e la conseguente relazione social ne è la prova. Ma quali sono le dinamiche che hanno attraversato il rapporto tra i due leader? Dal love bombing a una svalutazione crescente che serve per testare il livello di fedeltà dell’altro

(di Marika Costarelli – mpwmag.com) – Questo è uno dei momenti in cui l’aver vissuto una relazione tossica torna utile. Perché ti fa vedere chiaramente determinate dinamiche e soprattutto ti fa scoprire che sì, anche una donna di potere come Giorgia Meloni può cadere in preda a un narcisista. Quindi, care donne manipolate, sappiate che non siete sole. E non siete nemmeno deboli o stupide. Perché a Meloni tutto le puoi dire, tranne che sia debole o stupida. Eppure è capitato pure a lei.
E non parliamo dell’ex Andrea Giambruno, l’emblema del galletto che agisce indisturbato perché crede che non sia possibile sgamarlo. Perché lui è troppo furbo. Tant’è che fa il pavone negli studi Mediaset, senza temere il giudizio degli operatori e delle persone presenti. Perché chi ha un grosso ego si crede invincibile. Invece, alla fine, il blu Estoril si è rivelato solo un blu Cina e a Giorgia è toccato (giustamente) sfanc*larlo. E via, Giambruno nell’oblio.
Ma il karma relazionale di Giorgia Meloni è tremendo. E il malessere con cui ha che fare da un po’ di tempo a questa parte è biondo e ha quell’accento americano di chi la sa sempre più lunga di tutti.
Dopo il discutissimo incontro al G7, cara Giorgia, possiamo dirtelo: sei sempre tu la regina.
Innanzitutto perché Meloni ha smesso di fumare, mica poco. E poi perché, nonostante lo smacco di Donald Trump, la premier in pubblico si difende ancora bene.
Niente tute grigie, solo tailleur e onore nel video pubblicato sui suoi social: “Io e l’Italia non imploriamo mai”. Eppure, in quegli occhi celesti, un sottotesto si legge. È una delusione personale quella di Giorgia e pure mal celata. È che il malessere di cui è caduta vittima adesso non è più un Giambruno qualsiasi che puoi far licenziare con uno schiocco di dita. Questa volta si tratta del presidente degli Stati Uniti d’America. E in ballo non ci sono più una casa e una figlia da spartire, ma la diplomazia mondiale. E sarà che quando vedo una donna svalutata pubblicamente mi parte l’empatia ma, in queste circostanze, risulta quasi ovvio stare dalla parte di Giorgia. Pure se non si condivide un solo punto della sua politica. Perché Giorgia Meloni, piaccia o no, oggi rappresenta l’Italia, un Paese umiliato, ancora una volta dall’America. Eppure, verrebbe da dire: chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Giorgia Meloni si è illusa di aver a che fare con un simpaticone e, invece, pure lei si è ritrovata manipolata. Con Trump che attua il gaslighting e si inventa che la foto al G7 con Meloni l’ha concessa solo perché lei lo avrebbe implorato di scattare quel selfie.
Ma andiamo per gradi: perchè Giorgia Meloni e Donald Trump sono la sintesi perfetta di una relazione tossica?

“Non era vero amore. Trump è un c*glione”. Così Libero titola la notizia. Ma Trump non è un c*glione (o meglio, anche), ma un manipolatore di prestigio. Non staremo qui ad azzardare diagnosi, però, se analizziamo la dinamica tra il presidente americano e la nostra premier, possiamo sicuramente constatare dei passaggi interessanti.
La loro relazione inizia benissimo, anche troppo. Trump le riserva diversi complimenti. È una luna di miele: “È una bella donna. È un leader incredibile è molto rispettata. È fantastica”. Praticamente un love bombing. E Giorgia, dall’ego tutt’altro che minuscolo, cosa fa? Come tutte coloro che ricevono il classico “bombardamento d’amore”, abbassa le difese e a quell’elogio romantico ci crede davvero. Giorgia si sente vista, validata. E si sente vista non da uno qualunque, ma dal presidente degli USA. L’idealizzazione diventa una conseguenza logica. Tanto da iniziare a proporre il nome di Donald Trump come vincitore del Premio Nobel per la pace. Sembra folle, lo sappiamo. D’altronde pure io nella fase iniziale credevo che il mio ex fosse la persona migliore del mondo. Vuoi mica metterti a giudicare Giorgia adesso? E poi questa è la fase in cui la relazione serve a entrambi: legittimazione internazionale per lei, alleato europeo “affine” per lui.
Poi Meloni prova a consolidare il ruolo di “ponte” tra Europa e Stati Uniti, investendo molto sul rapporto personale. L’incontro informale e alcune interlocuzioni su dossier delicati rafforzano l’idea che il rapporto personale possa contare più dei meccanismi istituzionali. In questa fase, la relazione sembra funzionare soprattutto quando c’è un obiettivo condiviso, ma resta asimmetrica: il peso decisionale rimane fortemente sbilanciato.
Giorgia non è una semplice lavoratrice che deve arrivare a fine mese, è il Presidente del Consiglio italiano, per cui si ritrova, per forza di cose, a dover mostrare lieve dissenso per alcune decisioni politiche prese da Donald. Entrano in gioco altri attori: Unione Europea, NATO, Vaticano e l’opinione pubblica italiana. Giorgia si trova a dover bilanciare più livelli di lealtà incompatibili tra loro. Ogni scelta diventa un test e avvicinarsi a Washington rischia di isolare in Europa, prendere le distanze genera tensione con gli Stati Uniti. È lì che il rapporto tra i due inizia scricchiolare, svelando le prime crepe.
Si entra in una fase più esplicita di conflitto. Ci sono critiche pubbliche e messaggi contraddittori, ma soprattutto tensioni diplomatiche visibili. Qui le parole diventano strumenti di pressione politica e di ridefinizione del rapporto di forza. La relazione non è più “privata” né strategica, ma diventa pubblicamente conflittuale: arriva la fase della svalutazioneTrump si dice deluso da Meloni.
Subentra, quindi, una fase di rottura funzionale, ma non definitiva e anticipa la fase finale, in cui Giorgia Meloni cerca di ricostruire la narrativa enfatizzando continuità e stabilità dei rapporti istituzionali, mentre Donald enfatizza la delusione personale e la distanza politica: Giorgia dice: “Riproviamoci”. Donald la guarda con superbia e un velo di disprezzo e inizia a concederle qualche briciola, o meglio, un selfie. E lì si colloca il recente episodio: Giorgia al G7 si avvicina a Donald e gli chiede di fare una foto. Nella foto Donald appare visibilmente contrariato e il giorno dopo, infatti, dichiara di essere stato implorato dalla premier per farla e di non averle detto no perché le faceva pena.
La svalutazione diviene potente e infligge alla vittima un colpo non da poco. Ma la vittima è sempre la premier d’Italia e ha un certa immagine da preservare, quella della donna forte, tosta, indipendente. Di colei che non si piega. Di colei che non implora. Anche se il suo sguardo tradisce un certo dispiacere e una rintracciabile preoccupazione
Ancora Trump: “Lei era una mia grande fan, ma non la voglio come fan”. La svalutazione è ormai spietata. Il manipolatore fa così: prima ti ubriaca di elogi e poi, a primo segnale di mancata assoluta fedeltà, inizia con le svalutazioni: prima lievi, poi sempre più taglienti. Lo fa per testare fino a che punto può spingersi la vittima, fino a che punto possa perdonarlo e rimanergli fedele. E se la vittima conferma lealtà, la svalutazione seguente sarà ancora più potente, perché carica di quel senso di disprezzo che prova per chi è disposto a mettere da parte la dignità per lui.
Giorgia Meloni è una vittima, ma è una vittima scaltra. Perché c’è un vantaggio nell’essere vittima. E cioè il fatto che permetta che si attivi una wave di empatia virale. Pertanto, il post della premier, nelle ultime 24 ore ha ricevuto un’enorme quantità di like. E non si tratta solo di quanti, ma anche di quali. Moltissimi detrattori di Meloni hanno mostrato solidarietà con un semplice mi piace o con un commento. E quando una figura come Giorgia Meloni riesce a fare di necessità virtù e cioè a portare i detrattori dalla sua parte in un momento così delicato, ha vinto.
E allora ci basterà questa storia per dimenticarci del malcontento scaturito dai suoi anni di Governo. Perché la vittimizzazione funziona così: se sai come sfruttarla, il potere si ribalta.
E se alla fine, da questo falò di confronto mondiale Giorgia uscisse finalmente single, libera e politicamente più forte di prima?