Come la sinistra continua a regalare palcoscenici e magafono a quella destra brutta e cattiva che vorrebbe arginare

(di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Stamattina, leggendo qua e là alcuni articoli sull’ospitata di Vannacci a Otto e Mezzo, mi sono imbattuto in un’osservazione che mi è rimasta in testa: spesso è proprio dalla sinistra che parte l’incensamento involontario dei caporali di destra. Anzi, nello specifico, dei generali. L’articolo citava come, prima del bagno di voti del 2022, qualche anno prima Propaganda Live, programma satirico su LA7, avesse tirato la volata – involontariamente, almeno si spera – nientemeno che all’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni, con uno sfottò ad altezza d’uomo: una canzoncina ironica sull’Olanda, tipica dello stile perculeggiante del programma. A quel tempo – era il 2019 – Giorgia e i suoi Fratelli e Sorelle erano intorno al 5 per cento.
Ebbene, l’evento televisivo cui abbiamo assistito ieri sera – annunciato con squilli di tromba da ogni pulpito, dalla tv di Cairo Editore fino ai quotidiani e ai social di orientamento progressista – non vorrei mai che fosse servito al generalissimo con il debole per la Decima Mas, se come cassa di risonanza ancora più profonda di quanto lo stesso non stia già costruendo in modo concreto in queste ultime settimane. A danno principalmente del centrodestra, certo! dalla Meloni e soprattutto da Salvini, dai quali non manca di dissociarsi ad ogni piè sospinto. Ma a danno anche di chi di quel mondo non ne vuole proprio sentire nemmeno l’odore.
A noi qui non interessa cosa pensi Vannacci nello specifico. Abbiamo infatti la presunzione di saperlo già. Figuriamoci: ne abbiamo sentite di cotte e di crude da qualche anno a questa parte e non sarà certo un Vannacci a caccia di voti e di notorietà, a stupirci. A “epater le bourgeois”, come direbbero quelli bravi. Il quadro che ci si può fare su di lui è semplice, senza molte sorprese. Vannacci è un estremista di destra che molti di noi non vorremmo nemmeno per compagno di processione – per chi abbia ancora a cuore la promenade sacro e devota al santo di turno, di ispirazione medievale – al Sud ancora molto in auge, sappiatelo.
Qui, quello che interessa è invece il meccanismo che si innesta su un’ipotesi “spauracchio all’orizzonte”. Modello: mamma li turchi! Attuato con una certa regolarità – spesso a ragione – dalla sinistra democratica e progressista in su. Con sfumature sempre più crude, per così dire, per quanto calzanti, per certi aspetti. Fu così anche con Giorgia, quando ancora non ci eravamo fatti la bocca con quella bella panzata di destrismo declinato in tendenze più o meno di ispirazione fascista. Più o meno preoccupanti.
Ora che faccetta nera e viva il duce – ironicamente o seriamente – sono stati sdoganati quasi su tutta la linea, ci prepariamo a un’altra ondata di estremismo, con tutto l’armamentario di questi che appaiono da lontano come i neo-buzzurri – i redneck de noantri – a cui nessuno, se mi si consente, fra quelli che abbiano un minimo di sale in zucca, affiderebbe nemmeno la gestione non solo del condominio, ma neanche dei porta piante del condominio stesso.
Ed è quasi un’esperienza simmetrica come ogni volta che un nuovo partito, una nuova esperienza di narrazione popolare populista si affacci alla ribalta, diventi necessario – da parte del puparo di turno – per forza spararla più grossa di quanto non si sia osato fare un minuto prima. Detto fra noi: senza responsabilità di governo, lo sappiamo bene, è facile fare la voce grossa. La stessa Giorgia una volta arrivata a Palazzo Chigi, è sembrata molto più istituzionale nell’approccio; senza che questo le abbia evitato di compiere più di qualche buzzurronata. Mi si passi il termine. Sempre ovviamente sul versante immigrazione, ça va sans dire, dove la partita degli estremisti di destra sembra sempre aperta allo scontro finale all’Armageddon. Mi riferisco al blocco navale prima, poi alla virata verso la fallimentare gestione dei CPR in Albania, che tanta sfiga le ha portato.
Anche stavolta l’argomento principe – e come poteva essere il contrario – della nuova Star della destra dura e pura è il tema immigrazione, con una serie di slogan vecchi come la scorreggia e qualcuno nuovo. Argomento nuovo – si badi – solo perché preso in prestito linguisticamente dall’inglese di Trump. Remigrazione e un lessico che lambisce la deportazione, prima di tutto. Sentire come suonano in originale: remigration and deportation non ha prezzo per noi che apparteniamo alla vecchia scuola, quella in cui “deportazione” aveva un significato preciso e uno solo. O tempora! O mores!
Altro vecchio baluardo del pensiero conservatore-fascista: la bacheca dei diritti civili, su cui – e c’era da aspettarselo – Vannacci non molla un centimetro. Perché lì si vince facile: titillando la sensibilità di quegli amabili rednecks, quelli spesso frustrati dal desiderio di mettere ordine in una vita che forse non gliene ha concesso abbastanza, che sono sempre i primi a negare i diritti agli altri. E pazienza se sul concetto di “normalità” bisogna pure ascoltare Vannacci citare a sproposito un male accreditato dizionario “Zingaretti”. Anche questo, immagino, de noantri.
Personaggio surreale, il Vannacci, che nasce dalle profondità insondabili delle caserme italiche, dove ha ricoperto incarichi operativi di “un certo spessore” – le virgolette sono mie – a contatto con un’umanità variegata e mutevole; impegnato in “teatri di guerra o comunque di difficile lettura e gestione” (sic); e che ciononostante riesce a costruire “un mondo al contrario” di quello che dovrebbe essere. È proprio grazie a quel suo libro autopubblicato “Il mondo al contrario” – caso raro di successo specialmente con l’autopubblicazione – che comincia a seminare il suo piccolo orto, che a poco a poco è diventato giardino e ora comincia ad allargarsi alla dimensione del campo. Quanto largo possa essere questo campo di estrema destra, nessuno può saperlo.
Ma certo, a guardare il comportamento degli italiani in cabina elettorale negli ultimi anni, non ci sarebbe nulla da stupirsi se Vannacci – con un colpo al cerchio e l’altro alla botte – si guadagnasse nel giro di qualche mese il titolo di uomo da battere. Come un Beppe Grillo post vaffanculo, un Renzi d’antan, il Salvini pre-Papeete, il Conte double face, buono a destra ma anche a sinistra, e ovviamente Meloni, donna madre e patriota. E sarebbe pure un torto non citare in questo contesto il capo storico dei populisti: requiem aeternam, sua maestà Silvio Berlusconi. È questo il campionario, questa la serie da cui veniamo. E Vannacci ci sta dentro alla grande, con i consensi del suo movimento Futuro Nazionale, non ancora partito, come a lui piace ricordare.
A maggior ragione sarà il candidato da battere se i talk show di sinistra – con l’intento di demolirlo – producono invece involontariamente l’effetto contrario. Bisogna prepararsi bene ad affrontare un generale abituato – almeno a suo dire – a combattere in quarant’anni di teatri operativi.
Eppure l’elmetto, la brava Lilli Gruber e sua pari Lina Palmerini, l’hanno pure messo. Ma forse avrebbero dovuto preparare meglio l’intervista. Metterlo di fronte alle derive della destra identitaria – citare in disordini di Belfast di questi giorni non avrebbe certo fatto male – alle contraddizioni violente dei suoi sodali, alle politiche folli che la destra trumpista sta producendo nel mondo intero, incalzarlo sull’odio etnico ormai sdoganato dai suoi amici del AfD, sul razzismo strisciante di molti dei seguaci, sul ritorno dell’antisemitismo strisciante, sull’approccio sempre più putiniano delle democrazie a trazione destrorsa.
Niente o poco di tutto questo è stato affrontato. Lì – dove non c’è molto su cui Vannacci possa vendere, se non una difesa sterile e di maniera – lo si poteva insomma mettere nel sacco. Se invece insisti sulla remigrazione e sui diritti civili, che è esattamente quello che l’italiondo di destra cerca con il lumicino in questi tempi, lì non ce la puoi fare. E se poi addirittura accusi Vannacci di aver tradito le “promesse fatte alla Lega” – nel tentativo di fargli male – allora non c’è via d’uscita.
Il Generale vince a mani basse, e con lui la schiera di seguaci che giorno dopo giorno continua ad ingrossare le sue fila.
Sempre pronti ad essere smentiti dai numeri, per carità. Ma così c’è poco da stare allegri. Il rischio è quello di un tripudio.
Quello che vorrei dire ai Vannacciani o come diavolo si chiamano. Quante volte vi hanno promesso sempre le solite cose: padroni a casa nostra, rimandiamoli a casa, blocco dei porti, via i clandestini, certezza della pena (ma anche garantismo, dipende dall’imputato) eccetera. È successo qualcosa? Quale mitica legge ha bloccato l’invasione? Quale fantastica norma ha ridotto gli sbarchi? Quale provvedimento vi ha reso liberi di sparare al nero che vi entra in casa? I processi si sono velocizzati? Le pene sono “certe”? L’Europa da quattro anni trema perché “è finita la pacchia”?
Non vi rendete conto che sono specchietti per le allodole, panzane per i gonzi?
Vi do una notizia, dalla Seconda repubblica il centrodestra ha governato 16 anni, tre legislature, e non hanno realizzato nulla di tutto questo.
Le uniche norme che gli riescono sono quelle per l’impunità dei colletti bianchi, la militarizzazione degli uffici pubblici, il controllo dei media.
"Mi piace"Piace a 4 people