(dagospia.com) – Questo Pd è proprio falce e…mart-Elly! Preparate le bandiere rosse, tirate fuori l’eskimo dalla soffitta: il 12 giugno a Roma torna la festa dell’Unità (che quest’anno si sposta dalle centralissime Terme di Caracalla alla meno glamour Villa Lazzaroni, nel quartiere Appio Latino).

Sarà una messa cantata del vuoto pneumatico massimalista, a immagine e somiglianza del partito modellato da Elly Schlein: radicalismo woke, idealismo gruppettaro, supercazzole da acchiappanuvole, Gaza Cola e sinistrismo sciattone in Birkenstock. E già qui potremmo avere un mancamento. Ma il supplizio è ben peggiore.

A tagliare il nastro che inaugura la kermesse sarà Marta Bonafoni, la madre badessa radical del Nazareno, potente coordinatrice della segreteria di Elly Schlein (le due si sono conosciute nell’Agro pontino dei Sikh in una “missione” anti caporalato…).

I feticisti dell’evento rischiano subito un attacco di letargia con il dibattito sugli 80 anni di voto alle donne che mette insieme la capogruppo dem alla Camera Chiara Braga, la 71enne Livia Turco, la voce (e punto croce) della letteratura postcoloniale Igiaba Scego (racconterà ancora che il generale Graziani regalava caramelle al padre?), la portavoce della conferenza delle Democratiche di Roma Maddalena Vianello e Barbara Leda Kenny, nuova presidente della Casa Internazionale delle Donne.

Uno schieramento di “pasionarie” che metterebbe in fuga perfino Nilde Jotti. I temi della Festa, d’altronde, sono quelli cari a Schlein: diritti civili e lotta al patriarcato. Un ragionatissimo modo per spingere gli elettori tra le braccia di Vannacci.

Ma non finisce qui. Il programma regala un incontro con Laura Boldrini e Monica Cirinnà (ma poi i 24mila ritrovati nella cuccia del cane li ha dati in beneficenza?) sulle politiche per la comunità Lgbtqia+, intitolato “Un Paese per tutt?”. Immancabile l’uso della “schwa” per avvicinare le masse e convincerle a buttarsi a destra.

Ma dove l’“agenda femminista” tocca il suo apice sarà nel dibattito contro “le gabbie della destra patriarcale” a cui è stata chiamata a offrire la sua imperdibile testimonianza, Michela Di Biase, maritata Franceschini.

Una carriera iniziata dal basso, come consigliera municipale, poi decollata dopo l’incontro con Su-Dario.

Una scalata che l’ha portata prima al Consiglio comunale di Roma, poi alla regione Lazio e poi in Parlamento.

Sempre battagliando contro il patriarcato in cui il cattivissimo maschio bianco domina e determina.

In questa edizione 2026 della Festa dell’Unità, insomma, lo scollamento dal Paese reale è totale. All’economia viene dedicato solo un “panel”, così come alla sanità. E per non farsi mancare nulla, per l’occasione, viene scongelata pure Cecile Kyenge, ex ministra per l’integrazione del governo Letta, celebre per essere stata apostrofata “orango” dal leghista Calderoli.

Ma un focus sul lavoro, stipendi e tasse nun se fa’? Il tema delle bollette e del caro-energia sono troppo prosaici per i dem?

Visto che tra un anno si andrà al voto, come si convinceranno gli elettori a scegliere lo sgarrupato Pd? Con femminismi e temi gayfriendly? Auguri.

Di sicuro non mancheranno le solite tiritere eco-insostenibili. Tra un panino e un panel, i malcapitati astanti potranno sciropparsi una bella lezione di economia domestica dall’eurodeputata schleiniana di ferro, Annalisa Corrado. Con il suo ambientalismo stropicciato, magari porterà avanti la sua ostinata lotta contro Il ferro da stiro: “Lo abolirei perché abbiamo un problema di risorse energetiche”.

E i riformisti del Pd? Ci saranno? No, sono spariti. Trattati come appestati. A rappresentare la minoranza dem ci sarà solo l’ultimo giapponese della fu “terza via” blairiana, Filippo Sensi, in un dibattito sul “sostegno psicologico” (che forse serve per restare nel Pd).

Tra speech autoreferenziali, pensieri lunghissimi e presentazioni di libri che sembrano generati dall’Intelligenza Artificiale (come “Superdiversa. Itinerari nella Roma plurale”, che suona come singolare cazzata), uno dei pochi incontri utili è quello tra Ernesto Maria Ruffini, l’ex esattore in chief dell’Agenzia delle Entrate, che sta lavorando alla “gamba centrista” del Campo Largo, e il sindaco-ombra di Roma, Claudio Mancini.

Ai tempi del Pci, quando la politica era inserita in un contesto quotidiano, la festa dell’Unità era condivisione di un linguaggio, di un ambiente, di una visione.

Con il Pd, che avrebbe dovuto esaltare l’incontro di due culture, quella socialista e quella cattolica, di unità ce n’è poca e della festa che fu non sono rimaste neanche le salamelle.

La kermesse non sarà chiusa dal discorso del segretario, come avveniva un tempo: Schlein sarà ospite martedì 23 giugno mentre la chiusura della Festa, domenica 28, è affidata a Nicola Zingaretti. Ciao core…