Dalle fatture gonfiate al Pentagono al muro anti-migranti in Messico, le ombre del gruppo americano

(Francesco Manacorda – repubblica.it) – MILANO – Ancora gli indiani. Ma se questa volta si tratta dei lavoratori che secondo la Procura di Milano sarebbero stati reclutati da un’agenzia di Nuova Delhi e poi portati a lavorare in Italia in condizioni di sfruttamento, la Caddell Construction era già finita in acque torbide per i suoi rapporti con altri “indiani”: i nativi americani al centro di un programma federale che doveva aiutare le piccole imprese a entrare nei grandi appalti del Pentagono.
Nel sistema dei grandi appalti federali Usa, Caddell non è un gigante, ma nemmeno un microbo. È al 90° posto nella classifica 2026 dei general contractor americani, quelli che forniscono le grandi opere “chiavi in mano”, o quasi, ai committenti.
Fondata nel 1983 a Montgomery, in Alabama, da John A. Caddell, l’azienda è cresciuta basandosi sullo stretto rapporto con la macchina pubblica. Oggi è controllata dai dipendenti attraverso un piano di azionariato. La continuità dinastica, però, resta: presidente e amministratore delegato è Mac Caddell, nipote del fondatore.
I dati della società raccontano che il suo portafoglio supera i 24 miliardi di dollari in lavori negli Stati Uniti e in 38 Paesi su cinque continenti. Con una buona domanda pubblica: l’ufficio del Dipartimento di Stato che si occupa degli edifici diplomatici americani all’estero, indica Caddell come general contractor del nuovo consolato di Milano, con un progetto che vale fino a 211,9 milioni di dollari.
Ma la scala dei rapporti con Washington è molto più ampia. Nel 2024, tra le altre cose, Caddell è stata scelta anche per il nuovo compound dell’ambasciata americana a Port of Spain, a Trinidad e Tobago, con un contratto fino a 350 milioni di dollari. A Kabul, in Afghanistan, ha lavorato a un progetto di sede diplomatica il cui costo è salito da 400 a oltre 800 milioni.
E poi contratti con la Difesa Usa, dall’Alaska al Texas. Basta questo elenco sommario per capire che non si parla di un costruttore regionale dell’Alabama, ma di un fornitore stabile in quei cantieri dove sicurezza, diplomazia e denaro pubblico si impastano con il cemento.
Un capitolo significativo riguarda anche il muro al confine con il Messico, l’opera-simbolo di Donald Trump. Nel 2017 Caddell venne selezionata tra le imprese incaricate di costruire i prototipi nella zona di San Diego: in pratica dei “modellini” di dieci metri per dieci dello sbarramento anti-migranti, pagati ai costruttori qualche centinaio di migliaia di dollari. Due anni dopo la joint venture Gibraltar-Caddell ottenne una fetta del muro di Trump: 22 miglia, con un contratto base da 155,3 milioni.
È in questo incrocio tra appalti pubblici, sicurezza nazionale e programmi federali per i subappalti che si collocano anche i rapporti con i nativi americani e i problemi giudiziari. Nel 2012 Caddell si impegnò a pagare 2 milioni al Dipartimento di Giustizia, che in cambio la dichiarò non perseguibile, per chiudere un caso legato all’assistenza fornita a Mountain Chief, società nativa americana inserita nei programmi “Mentor-Protégé” e “Indian Incentive” del Pentagono.
Quei programmi servivano a favorire l’accesso alle commesse militari di piccole imprese svantaggiate, associate a gruppi più grandi che avrebbero dovuto appunto fare da mentori. Secondo il Dipartimento di Giustizia, però, Caddell presentò richieste di pagamento che gonfiavano in modo significativo l’aiuto fornito a Mountain Chief. L’anno dopo Caddell accettò di versare altri 1,15 milioni per risolvere accuse civili secondo cui aveva falsamente rappresentato il ruolo di Mountain Chief in lavori a Fort Bragg e Fort Campbell.
C’è poi il caso di Camp Lejeune, la nota base dei Marine in North Carolina, dove una joint venture tra Caddell e W.G. Yates fu accusata da una “soffiata” interna di usare piccole imprese-schermo, con annessi benefici fiscali, per una serie di subappalti svolti invece da operatori più grandi. In carcere, nel 2015, finì solo la titolare di una impresa subappaltante: 30 mesi per false dichiarazioni.
Secondo il Project On Government Oversight, che studia la trasparenza della pubblica amministrazione e che nel 2018 pubblicò un’analisi sui contractor scelti per i prototipi del muro, già nel 2014 il Corpo degli ingegneri dell’Esercito Usa trasmise una raccomandazione per escludere Caddell dagli appalti federali proprio per le false dichiarazioni contestate. L’esclusione, alla fine, non scattò e l’azienda ricevette soltanto un avvertimento. Vedremo se anche il caso milanese finirà allo stesso modo.
Operai sfruttati per il nuovo consolato Usa a Milano: manager di Caddell fermato a Bergamo

Il responsabile turco del ramo italiano del colosso delle costruzioni, indagato per caporalato, stava cercando di imbarcarsi su un volo per Istanbul
(di Rosario Di Raimondo – repubblica.it) – Ulas Demir, responsabile turco del ramo italiano del colosso Caddel, indagato per caporalato a Milano nell’ambito dell’inchiesta sulla costruzione del consolato Usa nel capoluogo lombardo, è stato fermato su disposizione del pm Paolo Storarimentre dall’aeroporto di Bergamo stava cercando di partire per Istanbul con un biglietto acquistato il 30 maggio, proprio il giorno dopo il provvedimento che ha commissariato l’azienda statunitense. “Il pericolo di fuga è concreto, chiaro e imminente”, scrive il pm. L’uomo è stato condotto in carcere a Bergamo.
“Chiara volontà di fuggire”: la conversazione con un superiore
“Chiara la volontà di fuggire”, scrivono i magistrati, da parte dell’uomo “indagato per gravi fatti di caporalato”. Il 29 maggio – come si evince dal decreto di fermo – avviene una conversazione tra Demir e un uomo non identificato, secondo i pm un suo superiore. Quest’ultimo dice: “Sto partendo, mi trovo sull’aereo, sta per decollare. Ho parlato con Fra Zafer, ho parlato anche con Can Celiker/Celik, e loro dicono, Fra Zafer dice che se vieni per ferie sarebbe meglio”. Demir risponde: “Va bene. Non sarebbero problemi dopo?”. “Ho parlato anche con Can Celik, loro dicono che così potrebbero esserci più problemi. Mi ha detto che potrebbe essere più problematico se succede nell’altro modo. Quindi qual è la data più vicina in cui puoi farlo? Vedi un attimo e parlane con tua moglie”. Conclude Demir: “Va bene”.
“Minacce e vergognose condizioni di lavoro”
Il 29 maggio è una data importante perché quel giorno viene svelata l’inchiesta della procura e dato il via al commissariamento della Caddell, che attraverso una società di intermediazione sta costruendo il consolato Usa a Milano: un progetto da 200 milioni di dollari. Per farlo, vengono fatti arrivare dall’India centinaia di indiani che, una volta in Italia, vengono sfruttati e sottopagati. Proprio giovedì scorso “sono state riscontrate in cantiere numerose violazioni in materia di sicurezza sul lavoro e sono state sentiti alcuni lavoratori presenti in cantiere che hanno confermato la situazione di pesante sfruttamento lavorativo, le minacce e le vergognose condizioni a cui sono sottoposti i lavoratori”.
Chi è Ulas Demir
Ulas Demir, 47 anni, nato in Turchia e ufficialmente residente a Pogliano Milanese, ufficialmente è il “preposto alla sede secondaria italiana di Caddell Construction Co. LLC”. E’ indagato per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Le accuse: “Assumeva, impiegava, utilizzava i lavoratori in condizioni di sfruttamento approfittando del loro stato di bisogno. I lavoratori venivano sfruttati attraverso la palese e reiterata violazione della normativa in materia di orario di lavoro, periodi di riposo, riposo settimanale e attraverso la corresponsione di retribuzioni in palese contrasto con la contrattazione collettiva nonché con la soglia di cui all’articolo 36 della Costituzione”.
L’inchiesta: “Paghe da 2 euro l’ora”
L’inchiesta dei pm Storari e Mauro Clerici, con i carabinieri del Lavoro, ha messo in luce paghe effettive da 2 euro l’ora. Più di trenta gli operai indiani sentiti come testimoni. Uno di loro racconta: “Prendo 1.500 euro ma pago 500 per dormire e 300 per mangiare”, soldi decurtati dai capi cantiere. Gli operai vengono reclutati da un’agenzia e per venire in Italia devono pagare 5mila euro. Quando arrivano qui, le promesse di una vita decente svaniscono. Lavorano sei giorni su sette, una media di dieci ore al giorno, uno stipendio tra 800 e 1.400 euro. In teoria. Perché in tasca restano poco più di 600 euro. Di questi, spesso, più della metà vengono spediti a casa. Annotano i pm che c’è chi resta a Milano solo con 150 euro al mese in tasca.
“Insulti, minacce, violenze”
Poi le condizioni del cantiere: dalle 6 alle 18.30, tutti i giorni tranne la domenica. Nessuna festività. A comandare sono i turchi. “Gli insulti erano quotidiani, e anche la minaccia che se non accettavo quelle condizioni mi avrebbero rimandato in India. A volte ci sono stati anche gesti di violenza fisica. Una volta Aji, dopo che mi ero lamentato per i soldi, mi ha rinchiuso nell’ufficio”, racconta un testimone. Un altro: “Il capoturno mi diceva: bastardo, fai veloce altrimenti di spacco il culo”. Una “vita di cantiere dura e priva di ogni sensibilità umana”, scrivono i pm. Se gli operai stanno male? Devono andare lo stesso in cantiere – “ti do una medicina” – oppure perdono la giornata.