
(di Marcello Veneziani) – Gabriele d’Annunzio a Fiume era un’occasione ghiotta per costruire un film attraente: un poeta rivoluzionario e guerriero conosciuto in tutto il mondo, un’impresa folle ed epica, una gioventù di combattenti e reduci della prima guerra mondiale, un gruppo di personalità eccentriche al seguito, tra eroi, artisti, letterati, sindacalisti, donne e qualche frate. Fiume fu una festa dionisiaca non priva di trasgressioni anche erotiche e orgiastiche, intorno a una mitica Costituzione e alla leggendaria reggenza dannunziana del Carnaro. Tutti gli ingredienti per fare un film d’eccezione all’altezza del poeta e della sua storia. Poi invece ti esce un film dal titolo bello e promettente, Alla festa della rivoluzione, ma dall’esito un po’ torvo e modesto, pur ispirato da un buon testo di Claudia Salaris; con un d’Annunzio un po’ woke, molto di sinistra, tra forzature e soliti ingredienti, fascismo e antifascismo, buoni e cattivi. Non è il primo film dedicato a D’Annunzio che delude le aspettative, non riesce a restituire la smagliante ebbrezza del poeta e della sua vita inimitabile, leggendaria, carica di eccessi. Eppure D’Annunzio si presta al teatro e al cinema, di cui è stato pure autore e sceneggiatore ai tempi del muto. E sparisce al cinema l’essenza poetica e civile di d’Annunzio, il suo messaggio politico e ideale.
Chi è stato Gabriele d’Annunzio sul piano civile? Fu l’ultimo dei conservatori dell’800 e il primo dei rivoluzionari del ‘900. Eletto in Parlamento con la destra, andò poi nei banchi della sinistra (“vado verso la vita”); ma quel passaggio gli fu fatale, non fu poi rieletto. Ma in quel percorso aveva già maturato l’idea di una politica eroica ed estetica, in cui la moltitudine e l’aristocrazia, la tradizione e la rivoluzione, la nazione e la giustizia sociale si sarebbero incontrate nella sintesi ardita e creativa dell’artista-politico e militare. Erano quelle le basi della rivoluzione conservatrice. L’interventismo fu per lui l’occasione per rendere la poesia totale, visione che si fa azione, letteratura che si fa storia, e che nel nome della nazione mobilita il popolo in un’impresa grandiosa di redenzione. Quella stessa ispirazione produrrà dopo la guerra l’avventura di Fiume, l’incontro tra radicalismo e tradizione, tra sindacalismo rivoluzionario e nazionalismo dei reduci. E tra la guerra e l’impresa fiumana d’Annunzio dà vita a una liturgia politica e combattentistica, tiene a battesimo una ricca ritualità nutrita di simboli e di miti, che impregna i suoi gesti e i suoi discorsi “alati”. La vita come opera d’arte passa così dalla solitudine dell’eroe, del poeta, dell’artista superuomo, alla moltitudine e ai combattenti legionari. Non si comprende d’Annunzio senza Nietzsche, il nazionalismo francese, la passione italiana e guerriera, il mondo classico, lo spiritualismo eroico di ascendenza cristiano-pagana. Estraneo fu invece a ogni cultura socialista e marxista, liberale, pacifista e progressista. Il suo nazionalismo arcitaliano collima, seppure in altre forme e altri linguaggi, con quello di Papini e Prezzolini, di Malaparte e Mussolini. Ma prima di loro, Alfredo Oriani e sul versante poetico Giovanni Pascoli e Giosuè Carducci avevano già prefigurato quel riscatto d’Italia, conciliando nazionalismo e socialismo, con forti ascendenze imperiali e militari. Non fu solo d’Annunzio, o Marinetti e Papini, a elogiare la guerra e a eccitare gli animi nel nome della Patria e del Popolo. Per certi versi era la linea di Francesco Crispi opposta a Giolitti. Una linea per così dire di sinistra nazionale, mediterranea, interventista, risorgimentale, garibaldina. Che poi incontrava quella nazionalista venuta da destra.
Dalla loro sintesi nacque il fascismo. Con il fascismo e con il Duce il Vate ebbe un rapporto tormentato, sin dalla sua fondazione e dalla vicenda fiumana. A chi sottolinea che d’Annunzio non fu mai fascista, io osservo che il rapporto è inverso. Non fu d’Annunzio a essere fascista, fu il fascismo a essere dannunziano, a ispirarsi a lui nello stile e nel linguaggio, negli atteggiamenti e nei riferimenti alla sua visione; esteta armato e oratore che parla ai militi e alle folle e porta per così dire Zarathustra dai monti alle masse. Non capiremmo il fascismo senza d’Annunzio; mentre non vale l’inverso, perché d’Annunzio precede il fascismo, anche anagraficamente: abitò per metà esatta nell’ottocento e per l’altra metà della sua vita nel novecento, è di vent’anni più grande di Mussolini e quando il fascismo va al potere ha già quasi sessant’anni, gran parte della sua opera e della sua fama, sono già noti in tutto il mondo. Del resto fu enfant prodige, assurto agli onori della letteratura quando non aveva vent’anni, ancora nel pieno dell’Ottocento. Col fascismo l’ultimo suo capolavoro non fu un’opera ma il Vittoriale sul Garda, un monumento al suo stile prima che una sontuosa dimora: i capolavori erano già stati scritti prima che il fascismo apparisse e poi andasse al potere, l’arco della sua poesia era già compiuto, resta solo la ricchezza di una testimonianza, il carteggio e gli ultimi scritti. Non ha dunque molto senso insistere sull’antifascismo di d’Annunzio, che riguardò semmai alcuni suoi adepti, come quelli di Alleanza Nazionale, un movimento dannunziano sorto nel 1930. Lui restò l’Inimitabile, nonostante i tanti imitatori. E visti certi film, l’Intraducibile, nel cinema di oggi.
Un carnaio nel Carnaro.
Un film che fa………… pene!
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