
(dagospia.com) – Dall’altare alla polvere, si sa, il ruzzolone è breve. La recente storia politica italiana, da Renzi a Salvini, da Di Maio a Conte, ci insegna quanto sia facile di colpo perdere consensi e finire nel cono d’ombra.
Fino all’apertura delle fatali urne del 22-23 marzo 2026 sul referendum sulla giustizia, l’Armata Branca-Meloni è andata avanti a cazzo dritto, in modalità “Qui comando io!”.
Contati i voti, è esploso il pentolone: 14,4 milioni di italiani hanno detto “NO” non solo a una riforma che puntava a sottomettere l’autonomia della magistratura cassando ben sei articoli della Costituzione.
La batosta ha costituito un primo, enorme fatto politico: la “Nazione”, come la chiama la Ducetta, che dopo aver assistito italianamente alla finestra all’occupazione selvaggia di qualsiasi posto di potere, ora si ritrova con le tasche vuote e la testa piena di promesse mai diventate realtà.
Ergo: quel mix di furbizia, doppiezza e menzogne è arrivato al pettine.
Apertasi la crepa, in meno di un mese è diventata una voragine che sta inghiottendo il governo della destra-centro.
Da quella data, non è passato un giorno che dio manda in terra senza qualche grana, rogna, scandalo per il Circo Barnum di Giorgia Meloni.
Un rosario continuo di inchieste, scandali, scoop, gaffe più o meno gravi, che hanno picconato la stabilità, deteriorato la forza dell’esecutivo e indebolito l’appeal del primo governo alla Fiamma che, pur tra scossoni vari e avariati, dai fuorionda hard-coatti di Giambruno alle peripezie boccaccesche Boccia-Sangiuliano con la Santanchè e le sue società in bilico perenne sotto gli strali delle Procure, fino a quel tragic moment del 23 marzo sembrava inscalfibile.
In ordine sparso, in soldoni, fatti e fattacci.
Sono passate poche ore dalla sconfitta referendaria, quando una Meloni in bambola pensa di rifarsi un’immagine mettendo alla porta, a mo’ di caproni espiatori, la ministra del Turismo Daniela Santanchè e il sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro in compagnia del capogabinetto di Nordio, la “zarina” di via Arenula, Giusi Bartolozzi.
Un repulisti di tre figure ormai impresentabili, di cui Delmastro e Bartolozzi, sono state strenuamente difese proprio dalla Statista della Sgarbatella, mentre la Pitonessa ha resistito per 24 ore al ”licenziamento”, poi la ”pompa” di La Russa non ha retto più.
Scritta un velonosissima lettera di dimissioni diretta come un pugno all’ex Regina di Coattonia, ritornata nel suo palazzo meneghino, coltello tra i denti, Danielona non vede l’ora di vendicarsi del “sopruso” subìto: “Obbedisco. Sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri”.
Sul fronte internazionale, alla Evita Peron del Fronte della Gioventù è arrivata una legnata che ha fatto scopa con il calcio in culo del referendum.
Dopo che per quattro anni, tra smorfia e una sorriso ad occhi spalancati a Trump, Lady Giorgia pensava di aver convinto gli italiani di essere il grande capo di un grande stato, il 15 aprile è stata travolta da un gigantesco “Vaffa” a stelle e striscie dell’Idiota-in-capo (“È inaccettabile, non è più la stessa, mi sbagliavo su di lei”).
Dopo avergli portato il gin-tonic con le orecchie, inventandosi “pontiera” nel conflitto tra Usa e Ue, al primo segno di disubbidienza, rea di aver difeso Papa Leone dagli “inaccettabli” insulti del Deus della Casa Bianca, Trump l’ha rimessa al suo posto deputato, quello della “portiera”, e sfanculata in mondovisione manco fosse “una sguattera del Guatemala” inseguita dall’Ice.
Se fuori piove, in casa si addensano nubi cupissime. Mentre la Fiamma meloniana in Lombardia continua a non toccare palla, presidiata dai Fratelli La Russa che se ne fottono delle ”indicazioni” di Via della Scrofa sul prossimo candidato alle comunali di Milano (Fidanza) come su quello ancor più lontano della Regione, è entrato in ebollizione quel grande serbatoio di consensi della Sicilia in mano a Musumeci (e La Russa) che ha toccato l’apice con l’addio di Manlio Messina dal partito e la sua minaccia, poi rientrata, di aprire le valvole sul malaffare siculo del partito.
Cattive notizie arrivano pure dalla Liguria dove il presidente della Regione, l’imprenditore trumpiano Marco Bucci, voluto fortissimamente dalla Evita Peron di Colle Oppio, mettendo da parte il candidato salviniano Rixi, avrebbe i mesi contati per l’addensarsi di varie inchieste giudiziarie.
Dove i Camerati d’Italia rischiamo di affogare è tra i canali della laguna veneziana.
Visti i sondaggi riservati per le elezioni comunali della Serenessima, in agenda a fine maggio per il post-Brugnaro, che segnano per la destra un meno 4% causato dalla demente idea di nominare l’inadeguata, ma capace di tutto, Beatrice Venezi alla direzione musicale del Teatro La Fenice”, la “Bacchetta Nera” è stata gettata via come un kleenex usato, dopo che per mesi a destra avessero ribattuto quanto brava fosse.
Non si fa in tempo a vedere la Venezi avviarsi all’uscita, che da Palazzo Chigi arriva l’invito allo sfratto al presidente della Biennale veneziana, Pietrangelo Buttafuoco, reo di voler riaprire il padiglione russo e di negare premi a quelli americano e israeliano, con tanto di diserzione del ministro Giuli-vo all’inaugurazione della mostra sostituiti da ispettori inviati a Venezia a verificare l’attività di Buttafuoco.
Obiettivo: rispedire in Sicilia il fascio-musulmano che si è ribattezzato Giafar al-Siqilli a cui la “Giorgia dei due mondi” aveva affidato il compito di far sventolare la bandiera della nuova egemonia culturale della destra.
Nel frattempo si è riaperto, dopo le dimissioni del ministro Sangiuliano, il capitolo “Il letto e il potere”, con la rivelazione-bomba della giornalista multi-uso Claudia Conte che ha ammesso a un giornalista ventenne caro ad Arianna Meloni, conduttore di Radio Atreju, di essere l’amante del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi.
(A proposito, perché dopo aver promesso che avrebbe chiarito tutto, la “prezzemolona ciociara” sta in silenzio, salvo pubblicare dei reel dalla cameretta come una mini-influencer? Una storiaccia che pian piano è finita insabbiata grazie anche ai giornaloni che per vent’anni hanno venduto copie solo grazie al Bunga Bunga del Satiro di Arcore…).
Dopo Piantedosi, a sporcare l’immagine del governo Meloni, è arrivata l’indagine della Procura di Roma sull’operato illecito dell’ex vicedirettore dell’Aisi e del Dis, Giuseppe Del Deo, molto vicino in passato proprio alla premier (era l’unico, dicono, che entrava nella sua stanza senza bussare), che aveva a sua disposizione la macchina delle intercettazioni spyware e la ricca cassa dei fondi riservati che hanno gonfiato il portafoglio di tanti giornalisti…
Dal 24 marzo Giorgia Meloni sembra aver perso il favore degli astri anche nella finanza: la sognata egemonia finanziaria da togliere ai ”banchieri del Pd”, come affernava Marco Osnato, è franata a Siena con il ribaltone in Mps.
La sconfitta di Caltagirone, supportato fino allora dal governo nel suo tentativo di conquistare il forziere del risparmio italiano, Assicurazioni Generali (via Mediobanca), è stata pesantissima, con la vittoria dell’ex ad, Luigi Lovaglio, che era stato licenziato “per giusta causa” (cioè, non aveva ubbidito all’ex palazzinaro romano).
Nel valzer delle nomime della aziende partecipate di Stato, sotto la cappella di Cdp e Mef, la cacciata dell’ad di Leonardo, Roberto Cingolani, voluta da “Pa-Fazzo” Chigi, ora viene apertamente osteggiata dai fondi internazionali.
Avanti tutta con l’imbarazzante caso dell’Ad di Terna, Giuseppina Di Foggia, orgogliosamente issata da Arianna Meloni come prima donna a capo di una partecipata, che, malgrado l’ira della Ducetta, si è attaccata come una ventosa a 7 milioni di euro di buonuscita da presidente di Terna fregandosene di andar a riscaldare la poltrona di presidente dell’Eni (salvo poi dover fare pippa e accontentarsi di “soli” 1,3 milioni).
Infine, last but not least, il pastrocchio attualmente in onda sui nostri schermi della grazia concessa alla condannata Nicole Minetti, che ha causato l’incazzatura furibonda del Quirinale e rischia di inguaiare, di nuovo, il ministro della Giustizia, lo spritzatissimo Carlo Nordio, che è ormai una specie di “Re Mida al contrario”, dal referendum al caso Minetti, tutto quello che tocca diventa radioattivo.
Senza considerare la palude in cui è finita la nomina del presidente della Consob, l’importantissima autorità di vigilanza delle società quotate, senza presidente da marzo: Freni sì, Freni no, frena te che freno anch’io.
Il pastrocchio del ministro Giorgetti che fece fuori l’ottimo Ragioniere Generale Mazzotta, spedito a Fincantieri a leggere il giornale, per far posto a Daria Perrotta col risultato che la poverina proveniente dalla corte del Mef leghista non è mai riuscita a fare squadra con i funzionari e dirigenti dell’apparato e il risultato è stato il deficit al 3,1% e la conseguente permanenza dell’Italia nel club “tossico” dei paesi sotto procedura d’infrazione.
L’elenco dei turbamenti che affollano la cofana bionda di Giorgia Meloni è molto lungo e tra i dirigenti e funzionari del Deep State di Palazzo Chigi già tira un’aria di smobilitazione, percependo come sempre in anticipo il deterioramento quotidiano del governo.
Che Fratelli di Meloni, dopo quattro anni di potere, non sia più il partito monolitico nella sua devozione e obbedienza a Lady Giorgia è dimostrato dallo scazzo continuo del pollaio Rai tra Chiocci e Rossi.
Col direttore del Tg1 che mette in piazza, con apposito comunicato, i suoi contatti riservati con la ducetta: ‘’nei giorni scorsi la premier mi ha sondato informalmente per capire una mia eventuale, futura, disponibilità nella gestione della comunicazione”.

Con massimo cinismo e minimo riserbo, Chiocci ha aggiunto: “una chiacchierata, come tante altre in questi mesi”.
S’avanza così Fratelli Serpenti, un partito vittima crescente di intrighi di potere, che vive schizofrenicamente la propria egemonia come sabotaggio del camerata rivale (dagli scazzi Crosetto-Mantovano al capogabinetto di Meloni, Gaetano Caputi, messo sotto intercettazione Paragon. Essì, a volte il potere logora anche chi ce l’ha….
Inoltre, ai problemi interni dei Fratelli d’Italia, si aggiunge un evidente sgretolamento dell’alleanza della coalizione.
Un logorio dovuto a una ”guerra di attrito” nemmeno più troppo silenziosa, che va avanti ormai da tempo dalla Lega a Fratelli d’Italia, dove si guerreggia senza mai arrivare allo scontro frontale.
Da un lato c’è il guastatore Salvini: non perde occasione di fare il controcanto al governo su tutto, non ultimo proponendo l’uscita unilaterale dal Patto di Stabilità. Niente di nuovo sotto il sole: il leader del Carroccio strepita e scalpita ma non può permettersi di affondare mai il colpo, mettendo in crisi il governo. Salvini è ben consapevole che se si andasse al voto, soprattutto ora che Vannacci ha il suo partito, la Lega non riuscirebbe a portare il Carroccio molto sopra il 6-7%.
Se Salvini è una carta letta, perché porta avanti questa sceneggiata da quattro anni, la vera ferita aperta nel cuore del Governo è la deflagrazione della lotta di potere dentro Forza Italia.
Nel partito “maggiordomo” di FdI si scontrano due anime: quella interna al partito, e presente sui territori, che fa capo ad Antonio Tajani, e quella finanziaria (che mette i soldi, per capirci) e strategica dei fratelli Berlusconi.
Tra gli “azzurri” è in corso una battaglia di assestamento interno legato alla gestione del potere.
Ora che sono arrivati i nuovi colonnelli voluti da Marina Berlusconi, al posto di Gasparri e Barelli, gli equilibri sono in pieno rimescolamento.
È in ascesa una nuova classe dirigente che punta a gestire il partito in vista del voto del 2027: Costa, Salini, Cattaneo, la rediviva mummia meneghina Letizia Moratti, e soprattutto Deborah Bergamini, a cui Marina ha dato il preciso incarico di rivedere l’organizzazione interna, iniziando dalla cassa, dal cuore economico, quindi dal ruolo di tesoriere, dal 2023 nelle mani di Fabio Roscioli.
Allo stesso tempo sta immaginando un cambio in corsa nel ruolo di portavoce, oggi ricoperto all’eurodeputato Raffaele Nevi, in quota Tajani, che è colui che gestisce non solo la comunicazione del partito ma “smista” i parlamentari nelle varie trasmissioni televisive. È colui che sovrintende alla promozione dei volti tv di Forza Italia.
Marina vorrebbe un cambio di passo anche tra i volti del partito a Bruxelles: non le dispiacerebbe un avvicendamento del capogruppo di FI al Parlamento Ue, Fulvio Martusciello.
Come già accaduto nel Pd di Elly, anche la Cavaliera ha iniziato una sua piccola crociata contro i “cacicchi”, accusati di aver creato, attraverso il consenso locale, feudi di potere incontrollabili con cui finiscono per tenere in ostaggio il partito.
In questo restyling di Forza Italia, Marina ha messo in discussione anche la presenza di Forza Italia nella prossima coalizione di centrodestra, quella che si presenterà al voto nel 2027.
Tutto verrà deciso in base al prossimo programma di coalizione che verrà messo a punto da Fratelli d’Italia e Lega: se non conterrà le istanze e i principi liberali e moderati di “Papi Silvio” (diritti civili, un buon rapporto con l’Europa del Ppe, allontanamento da Trump, politiche liberali in campo economico), la nuova Forza Italia by Marina potrebbe non far parte dell’alleanza, per piazzarsi al centro e diventare l’ago della bilancia della prossima politica nazionale.
È evidente che in questo scenario balcanizzato, che ribolle di veleni, Giorgia Meloni è paralizzata.
Troncare e sopire, sopire e troncare, con la speranza di insabbiare tutto con il supporto dell’informazione salita quattro anni fa sul carro del vincitore. Dopo la batosta ricevuta al referendum, l’unica certezza è che la Ducetta non si intesterà più alcuna battaglia se non è più che sicura di vincere.
Il deterioramento graduale e continuo dell’azione dell’esecutivo, accompagnato dal timore di crollare di colpo al 20/22% sotto il martellamento della stagnazione economica globale, sta naninazzando l’immagine vincente di Giorgia Meloni.
Ora che i nodi sono arrivati al pettini e gli inciampi e gli intrighi si stanno susseguendo a un ritmo incalzante – la Pulzella della Garbatella è arrivata al punto di smentire con un comunicato un articolo sulla Venezi di Canettieri sul filo-governativo “Corriere” – comincia a serpeggiare nella Fiamma Magica il terrore che il pentolone dei consensi scoppi, portandosi dietro governo e legislatura, come è avvenuto agli ultimi leader italiani.
È accaduto a Renzi, a Salvini, al Movimento 5 Stelle di Di Maio e Conte, di raggiungere il 30 e oltre per cento di consensi e di colpo sgonfiarsi come palloncini al sole.
Persino SuperMario Draghi, accolto come ”l’uomo della provvidenza”, a un certo punto ha dovuto accettare la propria liquefazione politica, venendo sfiduciato dai cinquestelle con il pretesto risibile dell’opposizione a un inceneritore a Roma.
Persino nelle sue relazioni internazionali Giorgia Meloni è appesa a un filo, dopo il “Fuck You” ricevuto da Trump e l’uscita di scena dell’ungherese Orban trombato alle elezioni.
I pessimi rapporti con Emmanuel Macron e Pedro Sanchez non sono stati compensati dal suo tentativo di ancorarsi al cancelliere tedesco Merz, il quale, alla fine, preferisce confrontarsi con Parigi e non con Roma. E persino sulla sospensione del Patto di Stabilità, Berlino ha eretto un muro contro la volontà italiana di spendere e spandere.
Se Giorgia Meloni può ancora vivacchiare a Palazzo Chigi senza preparare gli scatoloni (anche perché i sondaggi riservati chiesti dai partiti, e non quelli pubblicati sui giornali, sono inclementi per il centrodestra), è solo per l’inestinguibile inettitudine dell’opposizione incapace di incalzarla e di metterla realmente in difficoltà sui temi economici, vero grimaldello per scardinare il potere della sora Giorgia.
A parte Renzi, che si sbatte come una trottola tra le varie trasmissioni tv, per dar vita alla terza gamba centrista, l’attesa Casa Riformista guidata da Silvia Salis, l’ego espanso di Elly Schlein e Giuseppe Conte è troppo impegnati a cianciare di primarie per dare filo da torcere alla Meloni.
Invece della supercazzola del “salorio minimo”, oggi il problema è di avere un salario per arrivare a fine mese. Con una vera oppossizione, oggi il centrosinistra avrebbe almeno 10 punti in più del centrodestra.
La Melona prigioniera in cul de sac deve ringraziare solo l’apparato mediatico che la fiancheggia (Rai, Mediaset, i tre quotidiani di Angelucci, “La Verità” e il non ostile “Corriere della Sera”) che molte beghe, politicamente esplosive, vengono insabbiate e sottratte all’attenzione dei lettori-elettori.
Il caso Bartolozzi è sparito rapidamente dai radar, l’indagine su Del Deo-Squadra Fiore è scivolata via dalle pagine, come il casto Striano e Equalize.
Anche dello scandalo Claudia Conte-Piantedosi, con le sue molte domande senza risposta, non si ha più traccia su giornali e tv.
Ciò che, però, non può essere occultato con le chiacchiere è la drammatica realtà economica del Paese, incalzato da una crisi energetica senza precedenti a causa del blocco di Hormuz, le cui ripercussioni sul caro vita stanno sempre più sgonfiando il portofoglio degli italiani (vedi articolo a seguire).
Si può “aggiustare” la realtà a mezzo stampa e talk tv quanto si vuole, ma i cittadini non hanno l’anello al naso: se pagano il gasolio 2 euro al litro e un chilo di pomodori arriva a 12, il cetriolo lo sentono ben bene piazzato tra le chiappe.
S’accorgono che l’inculata è incombente, anche se in tv vengono rimbambiti dai mirabolanti successi del governo Meloni…
M’inetti!
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Come sempre Dagospia tifa per l’opposizione buona, quella che piace ai poteri forti.
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