L’attentato alla cena dei corrispondenti con il presidente Trump mostra l’America oggi, diabolicamente spaccata in due grazie alla narrazione Maga che ha via via cancellato l’avversario per promuoverlo a nemico

Donald Trump ha pubblicato sul suo social Truth la foto dell'uomo che ha sparato alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca

(Gigi Riva – editorialedomani.it) – Che sia stato un attentato a Donald Trump, oppure un attentato dove era presente anche Donald Trump, oppure una messinscena che contribuisca all’epica dell’unto dal Signore e vada a vantaggio della popolarità di Donald Trump, come sospettano gli iraniani, comunque sia insomma resta il dato di fatto di una nuova esibizione di violenza politica. Che ha purtroppo una sciagurata tradizione negli Stati Uniti ma che mai era stata esercitata con la continuità impressionante di questo periodo.

Servirà tempo per capire, o forse non si capirà mai cosa sia effettivamente successo, ma la solidarietà al presidente degli Stati Uniti, peraltro espressa pressoché all’unanimità, è scontata. Nulla giustifica il ricorso alle armi. E tuttavia il monito che lo stesso Trump ha voluto rivolgere ai concittadini di qualunque schieramento politico affinché “risolvano le differenze pacificamente” dovrebbe essere indirizzato prima di tutto a se stesso.

Non c’è alcun dubbio che, da quando è tornato alla Casa Bianca e ancor prima durante la campagna elettorale, sia stato proprio il tycoon ad avvelenare i pozzi, con un aumento inaudito di violenza verbale contro qualunque avversario, oltre alle prese di posizioni militaresche contro migranti e manifestanti di ogni opposizione politica. Questo negli affari interni. A cui aggiungere la postura belluina con le guerra scatenate proprio da chi avrebbe preteso, quasi “manu militari”, il premio Nobel per la Pace.

La madre di tutte le contraddizioni sta nell’assalto a Capitol Hill quando, al termine di un suo discorso incendiario in cui aveva contestato l’esito elettorale che lo aveva visto perdente, i sostenitori avevano invaso a forza, travolgendo le barriere delle forze dell’ordine, il tempio della democrazia. Tecnicamente: un eversivo tentativo di golpe.

L’indulgenza con cui, una volta tornato al potere, ha graziato i rivoltosi è suonato come un salvacondotto a calpestare le regole del diritto, a trasformare l’America tutta in un “far west” contemporaneo. Troppo benevolmente i suoi eccessi sono stati giustificati con la semplicistica constatazione per cui “l’uomo è fatto così”. Quell’uomo siede sulla poltrona più alta del Paese e sarebbe chiamato ad osservare un’etica delle responsabilità assai più di chiunque altro. Perché se il pessimo esempio parte dalla Casa Bianca, è intrinseca la legittimazione che ne segue per chiunque altro. In altre epoche da noi si evocavano i “cattivi maestri”. Trump forse non è nemmeno maestro, di sicuro è un “cattivo” con frotte di imitatori.

L’elenco sarebbe troppo lungo ma basta rievocare gli epiteti rivolti a Joe Biden, un “figlio di puttana”, ed è tra i meno peggio, i due Obama trasformati in scimmioni in un fotomontaggio, gli attacchi sessisti a Kamala Harris. La difesa tetragona degli eccessi degli agenti del servizio federale Controllo immigrazione e dogane (Ice) a Minneapolis e non solo, compresi gli omicidi degli attivisti Renée Good e Alex Pretti.

Questa è l’America oggi, diabolicamente spaccata in due (la parola diavolo ha la radice nel verbo greco “diaballo” e significa dividere) grazie alla narrazione di Donald Trump che ha via via cancellato l’avversario per promuoverlo a nemico. In una contrapposizione manichea della competizione politica trasformata in linguaggio e prassi da caserma.

Non sappiamo cosa abbia mosso Cole Tomas Allen, l’attentatore, a entrare nella hall del Washington Hilton Hotel dove si stava svolgendo la cena con i corrispondenti dalla Casa Bianca. Sappiamo che era armato fino ai denti, alloggiava nello stesso albergo (ma la sicurezza?) e ha detto che avrebbe voluto colpire non meglio precisati “funzionari del governo”. È un ingegnere meccanico e un insegnante part-time con tanto di premi per la sua attività. Che ci sia alla base del suo gesto un’ingiustizia subìta o un atto più pienamente politico contro le decisioni dell’amministrazione guerrafondaia, lo ha comunque compiuto nel clima arroventato dall’odio troppo a lungo seminato.

Le parole possono diventare pietre. L’abitudine a traslare il gergo bellico può anche produrre effetti tragicomici, come l’altra notte a Washington. Poco prima dell’attentato Karoline Leavitt, la portavoce di Trump, aveva detto: «Il discorso sarà un classico di Donald Trump, ci saranno anche spari (shots fire) tutti dovrebbero stare attenti». E maneggiare il linguaggio con più cura.