
(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Non sorprende per nulla che anche quest’anno la data del 9 marzo sia passata sotto silenzio, considerato il fatto che poco più di sei anni fa, il 9 marzo del 2020, l’Italia intera fu messa in quarantena mentre la curva epidemiologica della pandemia si impennava senza sosta. Una tale dimenticanza non può meravigliare visto che il presidente del Consiglio che si caricò sulle spalle una responsabilità che non ha precedenti nella storia italiana si chiamava Giuseppe Conte. E che sul conto di Giuseppe Conte le numerose penne antipatizzanti della stampa italiana preferiscono, piuttosto, mettere in rilievo la presenza (o l’assenza) della pochette nel taschino della giacca come segno di una certa futilità che toglierebbe, chissà perché, credibilità alla figura politica dell’ex premier.
[…] Ciò che mi appresto a scrivere è tutt’altro che un soffietto, lo dico preventivamente ai cosiddetti colleghi che sul servo encomio al potente di turno hanno costruito intere carriere. Infatti, di Giuseppe Conte, leader dei 5Stelle e del suo ruolo di esponente dell’opposizione condivido alcune cose e altre no. Come sarebbe naturale in un giornalismo che giudicasse i fatti per quello che sono e non sulla base del partito preso, o peggio ancora, della faziosità eterodiretta. Non condivido, per dirne una, certi interventi un po’ troppo “gridati” contro il governo Meloni. L’inadeguatezza e i disastri della destra sono sotto gli occhi di tutti, ma lo stile istituzionale di chi è stato per lungo tempo a Palazzo Chigi (e ha la legittima intenzione di tornarci) a mio avviso sarebbe più efficace. Proprio perché, e qui torniamo al punto di partenza, fu Conte che da quel 9 marzo 2020 si caricò personalmente il peso di governare un Paese chiuso a doppia mandata su consiglio del comitato scientifico. Nel suo libro fresco di stampa, “Una nuova primavera”, si può leggere un resoconto di quella terribile esperienza, scritto da colui che ne è stato il testimone diretto. Comprendiamo che per le suddette penne affrontare la lettura di un testo che potrebbe sconvolgere le loro (ma sovente di altri) radicate certezze, può essere dura. Giudicheremmo un professionista attendibile, per fare un esempio banale, quel cronista che nel resoconto di una partita di calcio si lanciasse in critiche furiose o in elogi sperticati su questo o quel giocatore, omettendo di riferire il risultato finale dei 90 minuti? Inchiodare come “filoputiniano” Conte per aver accettato, nel marzo 2020 durante la prima ondata Covid, dopo una telefonata con Putin, l’invio di una consistente missione russa (28 medici, 4 infermieri e 72 militari) può apparire una forzatura anche se la notizia c’è.
[…]
Però, nello stesso tempo, chi intende fare questo mestiere con un minimo di correttezza dovrebbe interrogarsi sui risultati di quel primo lockdown. Se con esso sia stata evitata al nostro Paese una catastrofe in termini di decessi, ancora peggiore? E se si sarebbe potuto fare meglio, come di grazia? E dei 209 miliardi, tra sussidi e prestiti da rimborsare, ottenuti da quello stesso Conte presso l’Europa con il Recovery Fund (36 miliardi in più del previsto) perché nessuno parla mai nei talk, preferibilmente dedicati al tema della pochette? Di domande, anche cattive, a Conte se ne potrebbero fare tante: prima, però, sarebbe consigliabile leggere ciò che egli ha scritto. Ma capisco che tutto ciò per il nostro giornalismo un tanto al chilo, è pura fantascienza.
“certi interventi un po’ troppo “gridati” contro il governo Meloni”
quali di grazia?
Padella non riesci proprio a trattenerti, la carne è debole quando si tratta della tua melona.
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