
(di Massimo Gramellini – corriere.it) – «Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’evasor».
Vorrei dedicare questo 25 Aprile a un resistente di cui non importa nulla a nessuno, se non al Fisco. Continuiamo a chiamarlo ceto medio, benché abbia smesso da un pezzo di esserlo. Fa (ha fatto) l’insegnante, l’impiegato, l’operaio specializzato. E percepisce buste-paga e pensioni ogni anno più risicate, con cui mantiene anche i parenti che non guadagnano. I dati dell’Irpef raccontano che sostiene da solo due terzi dell’intera baracca, a beneficio del disoccupato e del sottopagato, ma anche del lavoratore in nero e del nullatenente con yacht a carico, che passano il tempo a lamentarsi di uno Stato Sociale a cui si guardano bene dal contribuire.
Il ceto medio rappresenta l’ossatura della società e i suoi malumori condizionano le svolte elettorali perché è alla perenne ricerca di un partito che ne riconosca i sogni, sempre più piccoli, e le ansie, sempre più grandi.
Vorrebbe che i giovani e gli intellettuali scendessero in piazza anche per lui. Che i politici non si limitassero a chiedere il suo voto prima delle elezioni, per poi dimenticarsene dal giorno dopo. Destra, sinistra, centro: se c’è una costante della nostra storia, è che nessun governo ha mai abbassato le tasse al ceto medio, cioè all’unico che le paga davvero, anche per l’impossibilità di eluderle. E che, appena sente parlare di patrimoniale, comincia a tremare, perché sa per esperienza che ogni nuova tassa, alla fine, la pagherà soltanto lui.
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VEDIAMO SE SI RIESCE A POSTARLO (contro la demagogia a buon mercato del GRAMELLOT)
ALTRO CHE CETO MEDIO
LA MAGGIORANZA CHE PAGA L’IRPEF SONO I DIPENDENTI E I PENSIONATI
QUANTO COSTA AMMALARSI?
di Antonello Caporale (IL FATTO QUOTIDIANO)
A casa di Giuseppe la fattura della clinica di Sion, in Svizzera, recava la cifra esatta della sua permanenza per circa 15 ore nel reparto di terapia intensiva. Quindici ore, non quindici giorni. Dunque: 67 mila franchi, che al cambio fanno 70mila euro, per quel ricoverò dì emergenza nella notte di Capodanno. Il papà di Giuseppe ricorda che in quelle ore suo figlio fu posto in attesa di essere trasportato altrove. Andò a Milano, all’ospedale di Niguarda. E Niguarda, per i successivi quattro mesi di cure, non ha chiesto un solo euro.
Giuseppe, al pari di tanti altri ragazzi, fu coinvolto nel rogo di Crans Montana, la discoteca dove persero la vita tanti giovanissimi e tanti altri stanno ancora lottando per le ferite causate dalle fiamme che avvolsero il locale, un buco senza uscita di sicurezza, nella notte di festa che si sarebbe poi trasformata in un incubo.
Fermiamoci però a quella fattura. Quanti di noi dovrebbero chiedere aiuto in banca, quanti avrebbero necessità di indebitarsi, e quanti nemmeno riuscirebbero a saldare il conto?
Quella fattura è il documento ufficiale che ci porta a considerare la sanità pubblica come un bene insopprimibile, le cure aperte a tutti, gratuite per tutti, in ogni momento della nostra esistenza, come una necessità più che un bisogno.
Quella fattura ci dice della giustezza di una condizione in cui la vita non sia segnata dal censo e dunque la giustezza del principio sul quale fonda l’idea progressista che la società non va divisa, non va separata non va retrocessa tra ricchi e poveri, ma resta uguale, paritaria, indiscutibilmente indistinta di fronte alle necessità della vita.
La sanità come l’istruzione sono i capitoli speciali di ciò che noi pensiamo che un governo debba fare, sono le tutele minime, i bisogni essenziali, i livelli di assistenza irrinunciabili.
Questo grumo di bisogni collettivi si chiama bene comune perchè è un valore che accomuna, identifica, misura la dignità e la consistenza civile di un popolo.
Ma davanti alla riflessione, che più di un economista ci pone, e che cioè la sanità pubblica e gratuita, non può essere tale per tutti e per sempre noi cosa rispondiamo?
Se esiste un costo che non riusciamo più a compensare, che le entrate non sono più tali da poter essere garantite le migliori cure per tutti, allora viene da chiedersi: non è che stiamo già perdendo quel che ci sembrava fosse per tutti e per sempre?
Non è che gli ospedali pubblici, la medicina territoriale, l’assistenza sociale abbia già il volto di una misura minima per gente che è in basso nella scala sociale? E che le assicurazioni private garantiscano a chi può un livello più elevato di assistenza? Non è già così?
La sinistra secondo me dovrebbe chiederselo, anzi dovrebbe anticipare la domanda e dire: sì, è già così. E vale poco denunciare la riduzione della qualità dell’assistenza se non si affronta il nodo centrale: i soldi che servono per retribuire le competenze che servono.
Naturalmente parlare di soldi senza dire degli sprechi, delle catene familistiche, dei manager incapaci è come voler illustrare il paesaggio in un disegno senza fornirsi di matita.
Curare gli sprechi, agevolare il contrasto a quella che viene chiamata la malasanità è però solo una parte di ciò che serve.
Esiste una definizione per risolvere questo dilemma. Si chiama contributo di solidarietà. Chi ha le capacità economiche accetti – per salvare la gratuità del processo sanitario – di contribuire minimamente a un extra. Faccio un esempio: a me sembra che sia ingiusto aprire le porte del pronto soccorso gratuitamente a tutti, senza distinzione di portafoglio. Pagare un ticket per il pronto soccorso, quando si chiede una prestazione d’urgenza, per chi ha un reddito alto è un costo che può essere affrontato. Sono poche decine di euro e solo nel caso che…
Tanti di noi hanno usufruiito delle cure in urgenza, magari per qualche ora e magari anche decisive piuttosto che banali. Avremmo potuto far fronte a un ticket e anzi, secondo me, saremmo stati felici di averlo pur di ottenere un servizio efficiente e non, com’è adesso, entrare spesso in un circuito infernale dove la permanenza è senza tempo.
In tanti avremmo la forza di pagare un ticket di poche decine di euro pur di godere di una assistenza migliore e ponendo in essere la continuità dell’assistenza sanitaria universale e gratuita ai bisognosi, a chi non può permettersi nemmeno il ticket oppure può giungere a una soglia di esenzione più modesta ma certamente significativa.
Questa è la solidarietà, lo sforzo di tenere aperte le porte a chi ha di meno e di sostenere chi ha la ventura di trovarsi in basso nella scala sociale.
La solidarietà contro l’individualismo che non significa contrastare il merito, il talento che ciascuno possiede e la fatica, l’impegno con i quali tanti modulano la propria vita.
Ma per selezionare chi può e chi non può pagare questo extra bisogna che si ritorni al punto centrale: avere cura che i redditi siano dichiarati senza furbizie in modo che il povero sia veramente tale e il furbo sia scovato e perseguito.
La vera sfida è nelle parole, scrive George Lakoff nel suo più noto bestseller (“Non poensare all’Elefante. La tecnica per battere la destra e reinventare la sinistra, a partire dalle parole che usiamo ogni giorno”).
Se ci iscriviamo a un club o a un circolo qualsiasi paghiamo una quota di iscrizione. Perché? Perché non siamo stati noi a costruire la piscina. E dobbiamo pagare la manutenzione. Non abbiamo costruito noi il campo da baseball. E qualcuno deve pulirlo.
Chi non paga le tasse e manda in rovina il suo Paese è un traditore.
Ecco, torniamo al punto che dice Latoff: la vera sfida è nelle parole.
“Non usare le stesse parole dell’avversario o si finirà per veicolare le stesse idee”.
Allora, e qui cade il discorso: ogni cambiamento che immaginiamo si scontra con due pre-condizioni. La bonifica del terreno dalle cattive pratiche (sprechi, ingiustizie, ruberie) e l’anticipo delle risposte prima che ci vengano inflitte le soluzioni da altri.
Spiegarlo, rispiegarlo e rispiegarlo ancora è l’unico modo per destinare alla vita di chiunque, e soprattutto dei più sfortunati, la possibilità di godere di una rete di protezione quando se ne ha bisogno, e dunque la sanità per l’appunto, e una rete di offerta formativa, l’istruzione appunto, per dare al proprio talento, senza esclusione di razza, di sesso e di condizione economica, la gratificazione che merita.
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“..ma anche del lavoratore in nero e del nullatenente con yacht a carico, che passano il tempo a lamentarsi di uno Stato Sociale a cui si guardano bene dal contribuire. “
Interessante accomunanza. Gramellini ha a disposizione dati che confortano la tesi secondo cui chi lavora in nero lo fa per scelta, volontariamente? Tipo: vuoi lavorare in regola o in nero? E il lavoratore sceglie il nero.
È così?
“E che, appena sente parlare di patrimoniale, comincia a tremare..”
Chi? Il pensionato, l’ impiegato, l’ operaio specializzato? Sono loro che dovrebbero tremare per una patrimoniale?
lo dice la parola stessa: la patrimoniale preleva dal patrimonio (beni mobili, immobili ecc) E NON DAL REDDITO .
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