La defenestrazione di Cingolani frutto di un eccesso di autonomia. Vicino a Crosetto, in rotta con Chigi e gli americani. Pesa l’europeismo nel pieno dell’idillio Trump-Meloni

(Carlo Tecce – lespresso.it) – La premessa è lunga. Adesso che il governo di Giorgia Meloni ha decretato sconfitti e vincitori in Leonardo – e lo ha fatto con le nomine che hanno rovesciato il sistema di potere che lo stesso governo di Giorgia Meloni ha impiantato appena tre anni fa – è parecchio istruttivo orientarsi fra gli svarioni o presunti tali dell’amministratore delegato uscente Roberto Cingolani e le aspirazioni dell’amministratore delegato entrante Lorenzo Mariani.
Orientarsi non è semplice con i veleni che si aggirano dalle parti di piazza Monte Grappa e la baraonda di furbastri che si affretta a umiliare gli sconfitti per omaggiare i vincitori. Il governo ha bocciato Cingolani e il suo gruppo per ragioni prettamente politiche supportate da altre ragioni prettamente industriali.
Le prestazioni finanziarie di Leonardo sono molto positive, e si fatica a immaginarsi il contrario in un mondo che si nutre di guerre e si sfama con le armi. Nel suo triennio, punteggiato di conflitti in Ucraina e poi in Medio Oriente, Cingolani ha migliorato i principali indicatori di bilancio: ricavi, che si fermano a ridosso dei 20 miliardi di euro; ordini, che toccano i 24 miliardi in un portafoglio di 46,6 miliardi; azioni, che attorno ai 59 euro portano il valore a 33/34 miliardi; debito, che si assottiglia al miliardo.
Il margine operativo – l’utile calcolato col parametro Ebita – a 1,8 miliardi di euro segnala, invece, che l’ex Finmeccanica deve sveltire e variare il suo catalogo per vendere di più e guadagnare di più. Cingolani ha avviato molti progetti e molti li ha lasciati incompiuti.
Nonostante l’accordo di un anno fa con i turchi maestri del settore, per esempio, la produzione dei droni con Baykar è annegata nei dubbi. Cingolani se n’era accorto e già due mesi fa, funestato dai cattivi presentimenti, ha promesso una «accelerazione spettacolare». La battuta è facile: l’asserita «accelerazione spettacolare» ha riguardato la sua bocciatura. Facile sì, però inappropriata. Perché la bocciatura di Cingolani si è consumata nel tempo.
Con il giudizio sospeso per la collaborazione con i tedeschi di Rheinmetall per i mezzi corazzati Lynx e i carri armati Panther: è apparsa squilibrata, ma perlomeno è concreta. Con il giudizio inesistente per il “Michelangelo Dome”, l’avveniristica cupola per proteggere l’Italia da attacchi dal cielo che confligge con i programmi di Germania e soprattutto degli Stati Uniti.
Qualche settimana fa a Cingolani veniva addebitata la consueta «irritazione» degli americani con relativa «irritazione» del governo Meloni, poi Donald Trump ha scaricato Meloni accluso il governo e non si capisce più nulla: allora complimenti a “Cingo lo scienziato” per aver anticipato i tempi?
La geopolitica, più che la politica, sono determinanti per le strategie di Leonardo. Non semplice muoversi con la bussola rotta, vale per Cingolani come Mariani. Il nuovo amministratore delegato si ritroverà a studiare i fascicoli in ufficio, nel mentre il governo Meloni ha interrotto la cooperazione militare con Israele e però le armi comprate in passato affluiscono in Israele senza sosta e nel mentre Israele è costantemente fra i primari fornitori di armi per l’industria bellica tricolore.
Il caso Deas unisce politica e geopolitica e, se possibile, pure qualcosa di più insidioso. A un anno dal suo insediamento (autunno 2024), il necessario per ambientarsi, Cingolani ha aperto il tema “acquisizioni” per la sicurezza informatica.
Riassumendo informazioni disperse e propalate sui media: Leonardo stava valutando una dozzina di società; nella lista più ristretta c’erano le britanniche Becrypt e Aderga e poi l’italiana Deas con a capo Stefania Ranzato, imprenditrice stimata da Guido Crosetto, ministro della Difesa. La valutazione di Deas fu affidata al responsabile Enrico Peruzzi. Nessuno ha compreso mai se Deas per Cingolani fosse una opportunità o una scorciatoia, fatto sta che, probabilmente per le sue esitazioni su Deas, Peruzzi è stato degradato con Cingolani medesimo che ne assorbiva le funzioni.
Anche in quella circostanza, per interposti giornali, si è sfruttato il mantra di una «accelerazione» su Deas e un dirigente di vasta esperienza e reputazione come Peruzzi veniva congedato con l’assurdo marchio di «marito di», cioè di Domitilla Benigni di Elettronica, una società concorrente di Renzato.
Il periodo Deas, coincidenza di calendario, ha inciso proprio su Mariani, richiamato a Leonardo con Cingolani per fargli da balìa come condirettore generale e rispedito a Mbda Italia per un esilio che poi si è rivelato breve. L’opportunità o scorciatoia non si è realizzata mai anche per le inchieste dei magistrati romani (marzo 2025) che hanno coinvolto Deas.
Convinto di avere un altro mandato per completare il lavoro, ancora a novembre l’ex ministro del governo Draghi era impegnato a smantellare le figure di vertice: fuori il direttore finanziario Alessandra Genco, otto anni di onorato servizio, durante le operazioni sull’aumento di capitale di Avio. Una volta Peruzzi, un’altra Genco, Cingolani ha abituato a coprirsi in situazioni delicate e però con la politica non ha utilizzato altrettanto acume tattico.
Catapultato da Meloni in piazza Monte Grappa con il profilo da “scienziato”, venerato da Beppe Grillo prima e da Mario Draghi poi, chissà oggi, Cingolani non era la scelta della Difesa, cioè del ministro Crosetto, che gli preferiva Mariani. Cingolani è stato abile ad ingraziarsi Crosetto oscurando il presidente Stefano Pontecorvo, il diplomatico che piaceva al ministro della Difesa, e però non è stato per nulla abile a gestire le relazioni con Palazzo Chigi. Peggio, un disastro.
Con il suo fare da innovatore, colui che fa cose che gli altri non hanno avuto il coraggio di fare (chiedersi il perché, no?), Cingolani s’era messo in testa di pensionare Luciano Violante e Marco Minniti in un colpo solo sostituendoli con Helga Cossu, ex giornalista di Skytg24. Sì, Minniti e Violante provengono dal centrosinistra, ma hanno una connessione particolare con Alfredo Mantovano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con molte deleghe e, fra le altre, l’intelligence.
Per citare un episodio: un paio di mesi fa, alla presentazione della relazione dei servizi segreti, nel suo discorso Mantovano ha ringraziato soltanto due signori in prima fila: Violante e Minniti. Cossu da direttore generale ha rimpiazzato il presidente Violante nella Fondazione Leonardo e ha trasformato la storica rivista “Civiltà delle Macchine”, riaperta da Peppino Caldarola direttore e Gianni De Gennaro presidente, in “Civiltà dei Dati”.
Non soddisfatto, Cingolani si è concentrato sulla Fondazione Med-Or di Minniti. L’ex ministro dell’Interno ha resistito aprendo la Fondazione Med-Or ad altri soci oltre Leonardo e hanno risposto le più grosse aziende di Stato (Eni, Enel, Poste, Snam, Fs eccetera). La Fondazione di Minniti, come suggerisce il nome, si rivolge al Medio Oriente e in questo momento è ancora più preziosa; difatti Palazzo Chigi l’ha impiegata per il Piano Mattei e per altre iniziative estere. Negli ultimi giorni del triennio, a suggello, Cingolani ha promosso Cossu direttore della comunicazione. Per Palazzo Chigi è stata l’ennesima conferma: fa come gli pare, e fa spesso male.
Al romano Mariani, ingegnere elettronico, spetta il compito di ripristinare la quiete con accanto Francesco Macrì, un presidente indicato da Fratelli d’Italia. Mariani deve premiare gli interni (Gian Piero Cutillo, divisione elicotteri, sarà condirettore generale), aumentare la produzione per sfruttare il contesto globale, stringere sinergie efficaci (i droni con gli ucraini). Cingolani tramite Cossu raccontava un’azienda visionaria, un simposio di artisti che fluttuano nello spazio fra gli astri celesti, ma il 70 per cento degli introiti di Leonardo – 39.000 dipendenti in Italia, 63.000 nel mondo – arrivano dalle armi, che fanno paura, che possono uccidere, che servono a evitare le guerre, ma anche a farle. La realtà è di per sé rivoluzionaria.