Le ali della nostra economia sono tarpate dai mancati rimedi. La gravità politica (non solo della destra) consiste nel non volerne prendere atto, come invece avvenne nel dopoguerra

(di Isaia Sales – ilfattoquotidiano.it) – La bolla mediatica di un paese solido nonostante i venti contrari che spirano dall’infida Europa sta lasciando il posto alla crescente consapevolezza di vivere in una nazione in preoccupante declino.
Sembra essersi esaurita la spinta propulsiva della nostra creatività, la capacità di superare in avanti i momenti difficili, ripartendo a razzo dopo crisi strutturali o eventi drammatici. Dalla crisi del 2008 l’Italia non riesce più a tirarsi fuori dagli impacci, dai limiti storici della sua base produttiva, senza un guizzo risolutivo, senza idee innovative e senza classi dirigenti consapevoli della fine di un ciclo storico: l’arresto traumatico della lunga fase di espansione di una nazione che pur non possedendo materie prime era diventata una delle manifatture più importanti del mondo. Come se tutti i fattori di debolezza, che per un lungo tratto erano stati nascosti o attutiti dalla fase di espansione, improvvisamente fossero emersi in maniera tale da diventare un ostacolo per ogni duratura ripresa. L’ultima illusione che la ricchezza del Nord fosse in grado di trascinare con sé l’intera economia nazionale è miseramente naufragata. La spinta propulsiva che ci si aspettava dall’aver dato centralità alla questione settentrionale si è dimostrata un bluff. Giuseppe Berta aveva dimostrato già nel 2015 nel saggio Le vie del Nord come il Settentrione non fosse più il motore del paese sul piano economico e come avesse dissipato quelle “virtuose pratiche” (civili e morali) di cui si credeva un tempo depositario. Bisogna tornare al 1973 per vedere così minacciata la nostra economia dall’aumento vertiginoso dell’energia.
Perché l’Italia si sta dimostrando così fragile? Perché ai grandi sconvolgimenti si presenta meno attrezzata per superarli o per limitarne i danni? Restiamo un paese “oscuro a se stesso, nel quale tutti soffrono più malesseri che dolori, senza capirne con chiarezza il perché”, come scriveva Guido Piovene nel suo preziosissimo Viaggio in Italia. “Sotto un involucro di sorriso e bonomia, l’Italia è diventata il paese d’Europa più duro da vivere, quello in cui più violenta e più assillante è diventata la lotta per il denaro e per il successo”. Considerazioni ancora oggi attuali.
La responsabilità di tutto ciò, certo, non è ascrivibile solo alle destre oggi al governo, ma il loro modo di intendere le priorità della nazione non fa altro che acuire i motivi che sono alla base del declino di lungo periodo. La destra italiana ha oggi la responsabilità grave di nascondere la polvere sotto il tappeto con un trionfalismo arrogante, di rivestire di subalternità e di aggressività una particolare forma di nazionalismo localistico e impotente.
Qual è la zavorra che appesantisce la nostra economia e ci trascina sempre più giù nelle statistiche del malessere? A mio parere l’Italia è malata essenzialmente di disuguaglianze (territoriali, sociali, economiche, di genere, di salute, di dotazioni di servizi essenziali) e questa sua malattia si ripercuote, ormai senza più attenuazioni, sulla sua base produttiva. Tutto ciò che nel passato era sembrato funzionale allo sviluppo, ora sembra accelerarne la caduta. Il Sud a scarso livello di industrializzazione, il basso costo della manodopera, l’emigrazione di massa dal meridione, i servizi pubblici sostituiti dalla famiglia e dai parenti, la più ridotta partecipazione delle donne al mercato del lavoro, un peso enorme dei lavori precari che non ha pari in Europa, l’assenza di politiche alternative sull’energia, la produzione in serie di violenza dalle periferie delle grandi aree metropolitane e delle medie città di cemento che abbiamo irresponsabilmente costruito.
Le ali della nostra economia sono tarpate dalle disuguaglianze. E la gravità consiste nel non volerne prendere atto, come invece avvenne nell’immediato Secondo dopoguerra, avviando un paese povero e sconfitto verso i suoi anni migliori, con il sostanziale consenso di tutti i principali attori politici che avevano sconfitto il fascismo.
La lotta alle disuguaglianze, dunque, non è solo un entusiasmante programma politico, ma una grande strategia di crescita dell’economia. L’Italia è un paese lungo geograficamente, ristretto economicamente e storto socialmente. Ma gli squilibri territoriali e gli egoismi sociali, oltre un certo limite, diventano un handicap economico, rallentano il motore dello sviluppo, ne inficiano la potenza, e addirittura sono in grado di incepparlo.
Se il Pil rappresenta la ricchezza di una nazione, è ovvio che questa ricchezza non aumenta se non quando essa si propaga in tutte le sue parti.
In effetti, una nazione è come un corpo. Se si cammina su di un solo piede, sarà difficile mantenersi in piedi, ed è già un miracolo fare qualche passo in avanti. Se si usa una sola mano pur avendone due, si possono sollevare pesi inferiori alle possibilità.
Viene in mente l’apologo intramontabile di Menenio Agrippa: un corpo è sano solo se lo sono tutte le sue parti e solo se esse cooperano tra loro. Abbiamo bisogno di un nuovo apologo per l’Italia, quello delle divisioni territoriali e della umiliazione sociale si sta dimostrando perdente.
Se guardiamo ai dati sulla crescita salariale nel periodo 2020-2025, l’Italia compare all’ultimo posto in Europa. Il salario lordo annuo degli italiani, a parità di potere d’acquisto, è stato nel 2021 di 29.694 euro rispetto ai 29.341 del 1990. Nello stesso periodo gli spagnoli sono passati da 25.000 dollari a 27.000, i francesi da 29.000 a 40.000 e i tedeschi da 30.000 a 43.000. L’Italia, dunque, è rimasta sostanzialmente ferma al 1990. I vantaggi sarebbero enormi se si riducesse la disparità delle retribuzioni tra l’Italia e il resto d’Europa.
In Italia il divario di genere è doppio rispetto al resto d’Europa. Se in Europa la differenza tra il tasso di occupazione delle donne rispetto a quello degli uomini è di 10,7 punti, nel nostro paese è di ben 20 punti. Una differenza, però, non uniforme territorialmente: nel Sud appena il 35% delle madri con figli in età prescolare lavora rispetto al 64% delle mamme del Centro-Nord. E il tasso di occupazione delle donne nel Sud è così basso non soltanto perché mancano gli asili ma perché manca il lavoro. In ogni caso, se si portasse il tasso di occupazione femminile meridionale ai livelli del Centro-Nord comporterebbe un vantaggio economico per l’Italia intera, oltre che un passo in avanti in materia di diritti elementari.
Si vive in due Italie nettamente distinte, è evidente. Geograficamente e socialmente. Come fa a reggere una nazione con differenze così marcate? Ecco perché l’Autonomia differenziata è un veleno per la nostra base produttive. Un secondo motore dello sviluppo, quello meridionale, sarebbe più che necessario all’Italia intera. Ecco perché l’avversione per il salario minimo (e per ogni forma di riduzione delle differenze salariali) è un ulteriore freno per la nostra economia. Ecco perché aver tolto il reddito di cittadinanza porterà solo all’aumento della povertà e una riduzione dei consumi.
I progressisti hanno una grande opportunità di mostrarsi fino in fondo tali e di non cercare nel moderatismo la chiave di volta del successo. L’Italia sta sperimentando il radicalismo della destra, quello di sinistra non ancora. L’identità dei progressisti non può che definirsi come lotta quotidiana alle disuguaglianze per arrestare il declino della nazione.
Si tratta di un articolo fondamentalmente politico, di certo non economico considerando l’evidente superficialità di come affronta gli argomenti.
Le disuguaglianze esistono e sono un cappio al collo per il paese; ma da sole non bastano a giustificare il declino.
“l’arresto traumatico della lunga fase di espansione di una nazione che pur non possedendo materie prime era diventata una delle manifatture più importanti del mondo.”
Lo è ancora oggi, è solo mutata; prima esisteva il made in Italy, il triangolo industriale.
Oggi quel triangolo non esiste più, il made in Italy è confinato in settori di nicchia,non di massa, in conto terzi e settori a basso contenuto tecnologico e limitata complessità industriale rispetto alle grandi industrie avanzate (moda, cibo, tessile, arredamento).
“Se il Pil rappresenta la ricchezza di una nazione, è ovvio che questa ricchezza non aumenta se non quando essa si propaga in tutte le sue parti.“
Molto discutibile; negli USA, nella Cina degli ultimi 40 anni il PIL è cresciuto e con esso le disuguaglianze (con buona pace di quanti credono ancora alla Cina “comunista”).
E’ vero che una redistribuzione verso i redditi più bassi può effettivamente sostenere la domanda interna; tuttavia, da qui a dire che questa sia la soluzione al declino italiano c’è un salto logico notevole.
Se il problema fosse una domanda insufficiente, allora la redistribuzione potrebbe avere effetti rilevanti.
Se invece il problema fosse soprattutto dal lato dell’offerta (bassa produttività, scarsa innovazione, investimenti insufficienti, demografia negativa, costo dell’energia, dimensione ridotta delle imprese) allora l’effetto sarebbe più limitato.
Aumentare l’occupazione femminile nel Sud probabilmente farebbe crescere PIL, consumi e gettito fiscale; ridurre la povertà estrema probabilmente aumenterebbe la domanda interna; migliorare salari molto bassi potrebbe avere effetti positivi sui consumi; non c’è dubbio.
Però bisogna anche chiedersi chi produrrà il valore aggiunto necessario per sostenere nel tempo salari più alti, maggiori consumi e maggiore spesa pubblica?
È qui che entrano in gioco produttività, innovazione, energia, capitale umano, dimensione delle imprese, demografia, mafia e malaffare, giustizia civile, evasione fiscale.
Ecco perché l’avversione per il salario minimo (e per ogni forma di riduzione delle differenze salariali) è un ulteriore freno per la nostra economia.
“l’avversione per il salario minimo è un freno per la nostra economia.”
Non c’è nessuna avversione sul salario minimo in se; il punto non è il COSA è il COME.
A parte il fatto che andrebbe a riguardare una platea di 3-4 MLN di lavoratori su 27, e già da questo si può comprendere quanto limitata possa essere la sua azione.
Ma il salario minimo se può sostenere i consumi aumentando i redditi bassi dall’altro aumenta i costi delle imprese rischiando di ridurre l’occupazione proprio nei settori meno produttivi dove il problema salariale è maggiore.
Il rischio è che di quei 3-4 MLN di lavoratori X vedrà migliorare la propria condizione e 100-X perde il lavoro o trova “riparo” nell’economia sommersa.
E’ la solita accusa tutt’altro che infondata, visto l’articolo, che alcuni muovono alla sinistra: discute su come dividere la torta e non si preoccupa di sapere se questa cresce o è almeno sufficiente.
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