Una relazione della Corte dei conti mette insieme i numeri sul programma per i caccia. L’impatto sull’occupazione è al minimo sindacale, i costi una tantum sono quadruplicati

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Un ritardo di almeno 10 anni sulla tabella di marcia, una spesa certificata di quasi 12 miliardi. E un ulteriore incremento dei costi una tantum, difficile da stimare, che per alcune voci sono già quadruplicati.
Il tutto con un impatto sull’occupazione inferiore rispetto alle ottimistiche stime iniziali. Il programma per i caccia F35, realizzati da un consorzio guidato da Lockheed Martin, presenta una serie di criticità, con un futuro che resta ancora carico di incognite.

A fare il punto è stata la Corte dei conti in una relazione, letta da Domani. Se nel 2017 i magistrati contabili proponevano di valutare «la prosecuzione o un ridimensionamento», nove anni dopo la rotta è ormai tracciata. Anche perché, nel nuovo documento programmatico per la Difesa, il numero di velivoli da acquistare per l’Italia è salito, di nuovo, da 90 a 115.
In tempi di discussione sulle spese per la Difesa il documento, redatto dai magistrati contabili della sezione di controllo per gli affari europei e internazionali, pone una serie di quesiti sulla qualità della spesa. Certo, il programma F35 fa discutere da decenni. Il primo memorandum è stato firmato nel 1998, sotto il governo D’Alema, e con l’esecutivo di Silvio Berlusconi, nel 2002, è stato ulteriormente ampliato e confermato dai vari esecutivi per la dotazione di 130 caccia F35, all’epoca illustrati come prodigi della tecnologia militare.
Solo nel 2012, con il governo Monti, c’è stato un ridimensionamento, a 90 mezzi, salvo poi il ritocco al rialzo (115) voluto dall’esecutivo Meloni nel documento programmatico, firmato dal ministero della Difesa di Guido Crosetto.

Pesanti ritardi
Il programma, al netto delle contestazioni, è indietro di oltre 10 anni. «Ha subito significativi ritardi specie nella sua fase sperimentale, dal momento che si sarebbe dovuto concludere nel 2012 e, invece, è terminato nel 2023», riporta la delibera.
A cascata ci sono stati effetti sulle fasi successive: «Il passaggio alla produzione a pieno ritmo dei velivoli si è verificato solo nel 2024, invece che nel 2015».
Inevitabilmente i rallentamenti hanno comportato un aggravio dei costi: al momento della sottoscrizione dell’accordo l’Italia si era impegnata per 10 miliardi di dollari. Dopo 27 anni le cifre sono diverse, nonostante il progetto stia nei fatti muovendo solo ora i primi passi concreti. «Al giugno 2025, per il programma F35 sono stati spesi (per le fasi di sviluppo e produzione, per lo stabilimento trivalente di Cameri e per l’attivazione dei siti) 11,84 miliardi di euro», mette nero su bianco la Corte dei conti. Il problema per l’Italia è soprattutto relativo ai costi shared, quelli condivisi con gli altri partner del progetto.
Le spese una tantum sono le più preoccupanti. Riguardano attrezzature, reingegnerizzazione di parti, sviluppo, continuo aggiornamento e industrializzazione del supporto logistico. E sono allocate nel bilancio ordinario della Difesa alla voce «investimento per l’ammodernamento delle Forze armate».
I numeri confermano la traiettoria imprevedibile. «La contribuzione italiana per i costi shared è, allo stato, di 3 miliardi e 276 milioni di dollari nel periodo 2007-2051», sottolinea la delibera, registrando già un aumento di 440 milioni di euro rispetto al tetto massimo previsto – dopo una prima revisione – di 2,8 miliardi di dollari. Ma la dotazione iniziale ammontava a 904 milioni di euro. I motivi del balzo sono vari, come «la necessità di dover introdurre nuove tecnologie», oltre «all’andamento inflattivo» che si è verificato negli anni.

Aumenti imprevedibili
Resta la considerazione di «una crescita esponenziale» che deve tuttavia fare i conti con «il successivo aggiornamento (non ancora concordato) che rivede la stima in aumento». C’è un ulteriore fattore fissato: la guida incontestabile degli Stati Uniti, che costringe gli altri partner, Italia inclusa, a un ruolo ancillare.
Gli svantaggi sono anche industriali. «La qualità di mero partner dell’Italia nel programma F35, la cui leadership è in capo solamente agli Usa, ha prodotto assenza di condivisione delle tecnologie sviluppate, crescita non bilanciata del know-how acquisito fra il Paese leader e i partner, carente trasparenza sui processi di costo inerenti alle attività progettuali e assenza di un’effettiva condivisione delle intellectual properties», scrive la Corte dei conti.
Perciò, «essendo la governance del programma sotto il controllo degli Usa, ne deriva l’impossibilità dei partner, a prescindere dal livello di trasparenza delle procedure di costo, di poter incidere sulle dinamiche decisionali, specie sulle componenti di costo condivise».
Nonostante lo sforzo già compiuto e quello da prevedere per il futuro, l’impatto sull’occupazione non è stato da urlo. L’effettiva occupazione, al 2024, è di 3.861 unità e sono così ripartiti: «2.304 nel contesto di Leonardo», circa un migliaio «nelle aziende fornitrici di Lm e/o P&W e 557 nell’approntamento dei siti operativi». Il dato complessivo, comunque, si colloca sulla parte più bassa della forchetta della stima, che partiva da 3.500 fino a un massimo di 6.400. Una valutazione che era stata già rivista al ribasso in confronto ai 10mila inizialmente formulate. Un progetto che non sembra un affare.
Potevamo comprare dei Sukhoi SU-57 dai russi e risparmiare una barca di miliardi.
"Mi piace"Piace a 2 people
Questi magistrati della Corte dei conti non solo ostacolano i governi del fare (…gli affari propri) ma sono pure putiniani…
Questa è volta buona che Mozzarella (rectius, i suoi pupari) da il via libera alla Melona per la riforma della Corte restringendo la sua competenza alle pensioni di guerra (future).
"Mi piace"Piace a 1 persona