Perché la crisi della NATO impone all’Italia una scelta strategica

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Per decenni l’Italia, come gran parte dell’Europa, ha vissuto dentro una certezza considerata intoccabile: la protezione americana. Era il fondamento implicito della nostra politica estera, della nostra postura militare, perfino della nostra pigrizia strategica. Ora quella certezza si sta sgretolando. Non con un atto formale, non con una dichiarazione solenne, ma attraverso una serie di segnali politici che indicano tutti la stessa direzione: gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, non considerano più la NATO come un vincolo storico da onorare, bensì come uno strumento da usare finché conviene.

Il punto decisivo è questo: Washington non sembra orientata a distruggere apertamente l’Alleanza Atlantica, ma a svuotarla dall’interno. È una differenza cruciale. Le basi restano, i comandi restano, il linguaggio ufficiale resta. Ma si riduce progressivamente la sostanza politica della garanzia collettiva. Il messaggio rivolto agli europei è semplice e brutale: pagate di più, assumetevi più rischi, ospitate le infrastrutture che servono agli Stati Uniti, ma non date per scontato che l’ombrello americano si apra automaticamente quando ne avrete bisogno.

La strategia del disimpegno selettivo

Dentro il mondo trumpiano questa impostazione non è un incidente, ma una linea coerente. La priorità americana non è più l’Europa, bensì il confronto con la Cina nel Pacifico. In questa logica il continente europeo appare come un teatro secondario, costoso e poco redditizio. Non si tratta quindi di abbandonare ogni presenza militare statunitense in Europa, ma di conservarne solo la parte utile agli interessi diretti di Washington, scaricando sugli alleati il costo crescente della difesa convenzionale.

È qui che il principio della solidarietà atlantica viene deformato. L’articolo 5, cioè il cuore politico e militare della NATO, rischia di trasformarsi da impegno automatico in scelta discrezionale del presidente americano. E quando una garanzia di sicurezza dipende dall’umore politico della Casa Bianca, non è più una garanzia: è una scommessa.

Hormuz e il crollo della credibilità occidentale

Le parole di Trump sullo Stretto di Hormuz, con il giudizio sprezzante sulla NATO definita inutile e assimilata a una tigre di carta, hanno avuto un valore che va ben oltre la polemica del giorno. Hanno reso pubblico ciò che molti a Bruxelles, Roma, Berlino e Parigi fingono ancora di non vedere: per Washington gli alleati non sono partner paritari, ma strumenti ausiliari. Si mobilitano quando servono, si umiliano quando non servono più.

Dal punto di vista strategico, questo indebolisce tutta la deterrenza occidentale. Un’Alleanza militare non vive solo di mezzi, ma di credibilità. Se il Paese guida delegittima pubblicamente l’organizzazione che dirige, manda un segnale agli avversari: la coesione è fragile, la volontà politica è incerta, la risposta comune non è più assicurata. Per Russia, Cina e Iran è un’informazione preziosa. Per l’Europa è un fattore di vulnerabilità.

L’Italia nel punto peggiore della transizione

Fra i maggiori Paesi europei, l’Italia si trova nella posizione più delicata. Ospita infrastrutture militari fondamentali per la proiezione americana nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, ma non dispone di una piena autonomia decisionale né di una capacità militare tale da garantire da sola i propri interessi strategici. In altre parole, siamo essenziali come piattaforma logistica, ma deboli come soggetto politico.

Il rischio è doppio. Restare in una NATO svuotata significa continuare a sopportarne i costi senza avere più la certezza della protezione. Uscirne in modo improvvisato, invece, significherebbe esporci in una fase di massimo disordine geopolitico senza uno scudo alternativo. La vera questione, dunque, non è lo slogan dell’uscita, ma la costruzione di una transizione.

Sovranità, difesa, autonomia industriale

Una strategia italiana seria dovrebbe partire da alcuni pilastri. Il primo è il recupero della sovranità sulle grandi leve nazionali, a cominciare dalle riserve auree custodite all’estero e dagli accordi che regolano l’uso delle basi sul territorio italiano. Il secondo è la costruzione di una difesa autonoma fondata sulla nostra industria, integrando capacità navali, aeree, spaziali, informatiche e missilistiche. L’Italia possiede competenze industriali rilevanti, ma manca ancora una visione politica che le trasformi in architettura di sicurezza nazionale.

Il terzo pilastro è diplomatico. Roma dovrebbe ricostruire una politica mediterranea autonoma, capace di tenere aperti canali con tutti gli attori regionali, senza lasciarsi trascinare automaticamente nei conflitti definiti da altri. Non si tratta di neutralismo, ma di realismo. L’interesse nazionale italiano non coincide sempre con quello americano, e meno ancora con quello di un’amministrazione statunitense che considera l’Europa un costo da ridurre.

Gli scenari economici e geoeconomici

La crisi della NATO non è solo militare. Ha una dimensione economica e geoeconomica enorme. Se gli Stati Uniti riducono il proprio impegno, chiederanno agli europei più spesa militare, più acquisti di sistemi d’arma americani, più contributi logistici ed energetici. In sostanza, la sicurezza europea rischia di diventare un mercato di estrazione a vantaggio dell’industria bellica statunitense. L’Europa pagherebbe di più per sentirsi meno protetta.

Per l’Italia le conseguenze sarebbero pesanti. Maggiori spese per la difesa senza una vera autonomia industriale significherebbero drenaggio di risorse pubbliche, dipendenza tecnologica e subordinazione strategica. Al contrario, una politica di riarmo intelligente, centrata su capacità nazionali ed europee, potrebbe trasformare la crisi in un’occasione per rafforzare filiere industriali, ricerca avanzata, occupazione qualificata e sovranità tecnologica.

La scelta storica davanti a Roma

La questione, allora, non è se la NATO esista ancora formalmente. Esiste, ma sempre più come involucro. La questione è se l’Italia voglia continuare a vivere dentro una cornice che perde sostanza o se intenda prepararsi a un nuovo equilibrio. La transizione sarà lunga, costosa e politicamente scomoda. Ma l’alternativa è peggiore: restare immobili mentre l’architettura di sicurezza del dopoguerra si disfa sotto i nostri occhi.

Trump, con la sua brutalità, ha detto all’Europa una verità che molti preferivano non ascoltare: il tempo della dipendenza comoda è finito. Adesso la scelta spetta a noi. Non tra fedeltà e tradimento, ma tra inerzia e strategia. Se Roma non comincerà subito a pensare in termini di autonomia, la fine dell’ombrello atlantico non sarà solo una crisi internazionale. Diventerà la certificazione della nostra irrilevanza.