Il giurista a Biennale Tecnologia: «Scegliamo bene le fonti di cui fidarci»

(Chiara Comai – lastampa.it) – «La nostra esistenza oggi è condizionata dagli algoritmi. Dai consumi minimi – il suggerimento di un libro simile a quello appena acquistato – fino alle politiche di pace o di guerra. Perché se prima la tecnica era alle dipendenze degli uomini, era uno strumento, adesso siamo noi la variabile dipendente». Così Gustavo Zagrebelsky, giurista e Presidente Emerito della Corte Costituzionale, traccia una linea nell’evoluzione del rapporto tra innovazione ed essere umano. Il contesto è il dialogo “La libertà di espressione non è un’opinione” con Serena Mazzini, social media strategist che si occupa proprio di fare luce su questi temi, durante il festival Biennale Tecnologia a Torino.
Il discorso del giurista è un ragionamento lineare che attraversa epoche che sembrano quasi inconciliabili tra loro. Il punto di partenza è Aristotele: «Lui diceva che l’artificio fa parte della natura dell’essere umano». Per tanto tempo, secondo Zagrebelsky, l’artificio è stata una proiezione umana: l’uomo potenziava le proprie capacità cognitive, organizzative, e da ciò ne conseguivano scoperte, invenzioni, tecnologie. «La tecnica quindi era alle dipendenze degli uomini, era uno strumento», dice. Mentre adesso? «Le cose si sono invertite. Siamo diventati servi della tecnologia, mentre dovrebbe essere il contrario. E dall’elaborazione delle macchine intelligenti si producono nuove idee, sì, ma anche stimoli di governo della nostra esistenza». Dal suggerimento di un libro simile all’ultimo acquistato, fino al governo delle azioni militari. «Quando sentiamo che è stata bombardata una scuola e sono morte più di 150 bambine, non c’è un essere umano dietro questa azione, ma un algoritmo che collega informazioni e indica in quale punto far partire il missile». Riassume così: «L’intelligenza artificiale governa le guerre».
E se il festival del Politecnico di Torino “Biennale Tecnologia” ha proprio l’obiettivo di spiegare l’innovazione ai cittadini, il giurista mette in guardia il pubblico su due tipi di rischio legati all’intelligenza artificiale: il fatto che venga, a volte, «applicata alla sopravvivenza di popoli interi», come l’esempio appena citato della morte di 150 studentesse iraniane, e il fatto che gli strumenti tecnologici «non prevedono imprevisti». Con queste premesse, riflette il giurista, se anni fa l’Ai veniva vista come il Paradiso, adesso ci sono più preoccupazioni che altro.
Serena Mazzini definisce la nostra una «sovranità digitale di pochi oligarchi della Silicon Valley». L’avvento di Internet, la diffusione popolare, la possibilità di esprimersi, tutti, e condividere opinioni, sono alla luce del giorno. Ma dietro ci sono delle «regole invisibili», quelle degli algoritmi, a cui deve sottostare anche l’espressione digitale. «Certo, tecnicamente possiamo dire quello che vogliamo – spiega Mazzini – ma non è detto che le nostre parole vengano poi viste da tutti». Non a caso, da anni ci sono alcuni termini o nomi che sui social vengono scritti sostituendo alcune lettere con dei numeri, in modo da ingannare gli algoritmi e non farsi de-indicizzare anche se si trattano argomenti considerati scomodi. Questa è la «sovranità digitale» su cui mette in guardia Mazzini. Regole stabilite da «grandi aziende private» e a cui, secondo lei, deve sottomettersi anche il grande pensatore. Non ha paura a chiamarlo «assedio cognitivo», soprattutto per quei giovani e giovanissimi che ormai non usano più i motori di ricerca, ma recepiscono solo ciò che viene proposto dalle singole piattaforme: la musica? Sono le canzoni virali. I film? Le clip che circolano come video. Le informazioni? I titoli più diffusi, quindi quelli clickbait. «E così la verità sarà diversificata a seconda dello spazio che frequenti, della tua bolla. Ecco perché l’intelligenza artificiale sta contaminando anche il nostro spazio cognitivo» spiega Mazzini. Distante anni luce da ciò che diceva Socrate, come ricorda il giurista: “La verità sono le cose come stanno”. Una definizione che, secondo lui, «porta a reclamare il diritto di andare a vedere le cose come stanno, e non come te le fanno apparire».
E adesso? Funzioneranno questi nuovi strumenti legali, informativi, educativi che sta predisponendo l’Unione europea per limitare il potere e i danni delle tecnologie? Impossibile saperlo. Si possono però tracciare alcune linee guida di sopravvivenza. La prima, secondo Zagrebelsky: diffondere l’idea che l’intelligenza artificiale sia un elemento positivo finché è al servizio dell’umanità. La seconda: far capire ai giovani che esistono delle alternative all’utilizzo del telefono. «Hanno abbandonato la tv perché oggi hanno qualcosa che li attira di più: lo smartphone – dice – Ecco, facciamo vedere loro che esiste un panorama di alternative ancora più divertenti e stimolanti». Terzo: scegliere bene le fonti di cui fidarsi. E il quarto lo dice Mazzini: che gli adulti per primi imparino a utilizzare questi strumenti.